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18 giugno 2002
Non
torneranno gli anni del maccartismo, con la caccia alle
streghe comuniste che a cavallo del ’50 infangò Hollywood
con delazioni e liste di proscrizione degli artisti «liberal».
Lo rende chiaro il mondo del cinema, appoggiato da quello
degli intellettuali, sfidando le leggi speciali di Bush contro
il terrorismo e accusandolo di violare le libertà
civili.
In difesa dei diritti dei cittadini, a loro parere minacciati
dalla crociata del presidente, scendono in campo i big della
cultura americana, dal regista Steven Spielberg alla
scrittrice Alice Walker («Il colore viola»). A mobilitarli
la «Rete degli artisti che resistono» diretta da Jeremy
Pikser, lo sceneggiatore di «Bulworth», un film di Warren
Beatty di alcuni fa sulla corruzione politica negli Stati
Uniti. Il gruppo lancia un manifesto, «Non nel nostro nome»,
che si oppone alle retate degli islamici sinora fatte dal
ministro della Giustizia John Ashcroft, alle detenzioni
prolungate e immotivate, invitando l'universo culturale
americano a firmarlo.
E' stata un'intervista di Steven Spielberg al New York Times
sul suo nuovo film con Tom Cruise, «Minority report» (Il
rapporto della minoranza) ad attrarre l'attenzione del
pubblico sul «no» di Hollywood a Bush. Il film sembra una
denuncia della discussa dottrina del presidente che prevede
attacchi preventivi contro i Paesi con armi di distruzione di
massa e i terroristi, e dell'attuale prassi degli arresti di
individui sospetti, come Jose Padilla, il membro di Al Qaeda
accusato di volere attaccare Washington con l'atomica sporca,
una bomba non nucleare ma radiologica.
Ambientato nel 2050, «Minority report» racconta di
poliziotti dotati di poteri speciali, che catturano potenziali
criminali, ma anche innocenti, prima che commettano un
crimine. «Io appoggio la campagna di Bush contro il
terrorismo - ha dichiarato Spielberg al New York Times -. Sono
anche disposto a rinunciare temporaneamente ad alcune libertà
personali. Ma dobbiamo chiederci dove si tira la linea. C'è
un punto oltre il quale non si può andare». Nel clima
d'assedio dell'America, e nella adesione acritica della
maggioranza dei cittadini alla strategia di Bush, il «no» di
Hollywood rischia tuttavia di passare per anti-patriottismo o
per tradimento. E' il motivo per cui molti «big» del cinema
e della letteratura di sinistra non firmano il manifesto di
protesta. Tra questi figurano il regista Robert Altman, che
dopo avere condannato il presidente, dovette fare marcia
indietro, la scrittrice Susan Sontag, e l'attrice Angelina
Jolie: «Un segno - ha protestato Pikser - delle pressioni a
cui Hollywood viene sottoposta, e del conformismo di molta
gente che sforna film di propaganda». A mettere la loro firma
ci sono attori come Ed Asner e Ossie Davies, scrittori come la
Walker e Russell Banks, musicisti come Laurie Anderson e Mos
Def, e intellettuali come il palestinese Edward Said e la
femminista Gloria Steinem. La battaglia delle libertà civili
non è la sola che il cinema sta combattendo contro Bush.
Molti attori scendono in campo anche contro il piano del
presidente di seppellire tonnellate di scorie nucleari nella
montagna Yucca nel deserto del Nevada: Barbra Streisand, Alec
Baldwin, Morgan Freeman, Tim Robbins, Martin Sheen, Richard
Dreyfuss. In 70, hanno chiesto per iscritto al Congresso che
blocchi l'amministrazione. Sheen, che interpreta la parte del
presidente nello sceneggiato televisivo «West Wing»,
dedicherà una puntata a un incidente atomico. Hollywood è in
fermento perché teme che le scorie inquinino le acque
sotterranee del Nevada, che confina con la California, e ne
definisce il trasporto attraverso gli Usa «una Chernobyl
mobile», rievocando lo scoppio della centrale nucleare
sovietica nell'86.
Fonte: Il Corriere della Sera
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