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di Cristina
Piccino
18 giugno 2002
(nella
foto: la lapide che ricorda, nel campus della Bir Zeit
University, i morti dell'intifada)
Mohamed Bakri ha gli occhi azzurri intensi e una voce pacata
anche se parla di cose che gli fanno male. Sa miscelare dolore
e ironia come quando di scatto, mentre si discute cosa accade
questi giorni nella sua terra, la Palestina occupata con
violenza dall'esercito israeliano, per farti capire meglio il
senso delle sue parole si alza dalla sedia e comincia a
marciare col passo tronfio di un tacchino. «Lo vedi? - chiede
- Sharon cammina così, basterebbe questo per capire che con
lui è impossibile ogni
intesa». E l'emozione che c'è nella sua voce, calma
anch'essa, «non voglio essere aggressivo» ripete spesso, è
anche la forza del suo essere artista, attore che costruisce
col corpo la macchina complessa di un cinema che nonostante
tutto cerca di esistere, e che lo ha reso volto riconosciuto e
premiato nel mondo. Lo chiamano un vero indipendente e un
combattente del cinema. Lui si schermisce quasi timido, ma
basterebbero Haifa di Rashid Mashrawi (95) in cui è
protagonista, o quel vecchio corto, dello stesso regista, The
Shelter o Esther di Amos Gitai. Bakri è anche regista che
esplora ad esempio in "1948, la Nakba" la
dispersione del popolo palestinese. Anno simbolico, l'anno in
cui è stato dichiarato lo stato d'Israele, ancora di più
per lui che ci è nato e oggi ha un passaporto israeliano: «quando
mio padre e mia madre facevano l'amore non c'era ancora tutto
questo» dice. A Roma Bakri è arrivato ospite della rassegna
dedicata al cinema palestinese «Lo sguardo di Handala», dove
domani (cinema Pasquino) si vedranno "1948 la Nakba"
e immagini in anteprima del documentario a cui sta ancora
lavorando - «cerco di montarlo ma non sono molto bravo a
trovare sostegni e finanziamenti» dice - girato a Jenin nei
giorni del
massacro. Una di quelle cose che fanno male.
Parliamo del cinema
palestinese, di cui sei tra i protagonisti. Sta crescendo una
nuova generazione, penso a Elia Suleiman, Hany Abu-Assad,
regista di «Rana's wedding»...
In Palestina non esiste un'industria cinematografica. Ci sono
talento, passione per il cinema, voglia di fare più che
conoscenza. Pochi registi sono andati a scuola, hanno avuto
un'educazione professionale, Elia Suleiman o Michel Khleifi,
Rachid Mashrawi non ha mai studiato, ha fatto due film
imparando sul campo. Credo però che nel cinema come nella
medicina sia impossibile andare avanti solo con
l'improvvisazione, si devono avere delle conoscenze di base.
Inoltre non abbiamo sale cinematografiche, ce ne era una a
Ramallah che gli israeliani hanno distrutto, non abbiamo
pubblico perché la gente deve affrontare problemi elementari
come mangiare. Per girare i nostri film abbiamo bisogno delle
coproduzioni, la Palestina oggi è un punto «caldo» del
mondo, questo crea interesse ma al tempo stesso la dipendenza
rende più faticoso essere liberi di
raccontare la propria realtà.
Cioè?
Il punto non è fare o meno un film sul paese d'origine, se
sono un buon regista posso girarne uno meraviglioso a
Roma.
La nazionalità non dovrebbe diventare un valore. Ciò che
conta è la tua storia, l'infanzia, l'esperienze vissute,
quelle caratteristiche che formano la personalità di ognuno.
Nel cinema il cuore è l'essere umano, da qui prendono forma
le storie, i luoghi. Credo che noi palestinesi abbiamo una
forza speciale nella nostra lotta per la dignità. Da 54 anni
siamo senza un paese, senza passaporto, viviamo in uno stato
di occupazione eppure proviamo a esistere, a cercare
un'identità. Il cinema è uno
strumento prezioso per tenere vivo nella memoria quanto ci è
stato rubato e distrutto nel 48. Israele continua a accusarci
dicendo che siamo terroristi e che vogliamo annientarli. Ma
sanno bene che è falso, possiamo addurre molti esempi,
l'ultimo quanto è accaduto nel campo di Jenin.
Come hai fatto a girare?
Sono entrato clandestinamente, e solo chi è stato lì può
capire fino in fondo cosa è accaduto realmente. Il terrore
della gente e l'intenzione di distruggere tutto, di uccidere
da parte di una macchina da guerra che stava attaccando un
piccolo campo profughi. Non voglio essere aggressivo nelle mie
frasi ma è stato un massacro. Riprendere era molto difficile,
i militari entravano e uscivano, circondavano tutto. Dentro
potevi vedere la tragedia negli occhi dei sopravvissuti, sono
stati giorni
molto duri per me e non come palestinese ma da essere umano.
Ero sconvolto, mi chiedevo continuamente come fosse
possibile che un uomo facesse questo a un altro uomo, come
fosse possibile tanta crudeltà. C'erano delle frasi in
ebraico sui muri tipo: «buon soldato, Jenin è casa tua,
proteggila per favore» laddove avevano raso al suolo tutto.
Nella moschea, un luogo santo, avevano rovesciato le cassette
delle offerte rubando i soldi, sul muro avevano scritto «viviamo
e dispensiamo vita», avevano disegnato un sarcastico fumetto
con la colomba della pace. Ovunque c'erano i nomi dei soldati
con accanto «io ero qui», per umiliarli marchiavano coi
numeri i prigionieri.
Il tutto nel silenzio dei potenti del mondo.
In Europa il senso di colpa per l'olocausto è ancora molto
forte e noi paghiamo per questo. Non posso accettare però
che lo sterminio degli ebrei compiuto da altri ricada su noi
palestinesi, ho l'impressione che neanche le nuove generazioni
tedesche abbiamo pagato un prezzo così alto.
Pensi davvero che sia questo? O non altro, per esempio
interessi economici, la politica dell'occidente verso il mondo
arabo specie dopo l'11 settembre?
Non mi piace fare dei paragoni ma è incredibile come l'Europa
abbia pianto per le Twin Towers dimenticando che quanto hanno
fatto gli Stati uniti in Iraq è molto peggio. C'è un popolo
che continua a morire di fame, di malattie per il quale
nessuno si preoccupa o ha simpatia. Mi rattrista ciò che è
accaduto a New York, sono contro ogni forma di terrorismo ma
non posso dimenticare cosa è successo e continua a succedere
altrove. Il problema è che noi arabi non sappiamo usare i
media e se lo facciamo è in modo stupido e primitivo. Non
riusciamo a contrastare l'immagine di terrore in cui ci ha
rinchiusi l'occidente.
In Italia viene spesso giocata l'equazione tra critica a
Sharon e antisemtismo. Cosa ne pensi?
Ancora una menzogna. Chi dice questo non vuole ammettere che
l'occupazione, e non la guerra che è altro, è qualcosa
di atroce, che ti deprime, invade tutto, lo spazio fisico e
quello interiore. Non possiamo avere una vita «normale». Una
volta qualcuno mi diceva che il suo grande sogno era avere la
patente, guidare un'automobile senza i controlli della
sicurezza. Capisci? Non c'è tempo per nulla sotto
un'occupazione, neanche per l'amore, ci hanno rubato la
tenerezza, le telefonate che si fanno gli adolescenti, i primi
baci... Esiste solo l'esercito a cui si deve fare fronte. Gli
israeliani non vogliono la pace, è evidente. E sai una cosa?
Penso che Sharon sia il leader migliore per la causa
palestinese e il peggiore per Israele. E' stupido,
li sta distruggendo, certo non sono contento, vorrei che il
sangue si fermasse subito, ora. Ma lui non vuole e il futuro
per questo è molto, molto incerto.
Fonte: Indymedia
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