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di Pier Luigi
Tolardo
19 giugno 2002
Giuliano
da Empoli è un giovane sociologo (classe 1973), è stato
consigliere del Ministro delle Comunicazioni, collabora come
commentatore a Il Sole 24 Ore. Si è imposto all'attenzione
del grande pubblico con il saggio, scritto a 23 anni, "Un
grande futuro dietro di noi" del '96 in cui metteva in
guardia dai rischi di una società ipergarantista nei
confronti di chi ha già un lavoro e non per i giovani.
Oggi, esce per i tipi della Marsilio un suo nuovo libro dal
titolo "Overdose. La società dell'informazione
eccessiva" (Prezzo: 9 euro).
Secondo Giuliano da Empoli dopo la tragedia di New York
dell'11 Settembre non si può non affrontare il problema
dell'overdose cognitiva: la paurosa esplosione dei contenuti
informativi in atto nella nostra società.
Il punto di rottura sarebbe l'11 settembre perché, oggi,
sappiamo che la CIA aveva a disposizione tutti i dati
necessari per prevenire quello che è successo, ma non ha
potuto farlo perché nessuno è riuscito ad estrarre gli
elementi utili dalla montagna di informazioni anche inutile
nella quale viviamo.
Ci sono dati eloquenti: 550 miliardi di pagine internet che
crescono al ritmo di 7,3 milioni di unità al giorno, 200
milioni di SMS che verranno scambiati quest'anno dai
telefonini di tutto il mondo, un recente sondaggio Gallup
effettuato su un campione di 972 lavoratori della conoscenza
americani che ha rivelato che ciascuno di loro affronta, ogni
giorno, una media di 31,8 telefonate, 13,6 e-mail. 11,2
messaggi vocali e 8,8 fax.
Si può parlare di una sindrome da overdose di informazione
come quella che emerge da uno studio, realizzato nel 1996,
dalla società Reuters su 1.300 manager sparsi per il mondo ed
il loro rapporto con le informazioni. Due terzi dei manager
interpellati dichiararono di aver bisogno di grandi quantità
di informazioni per prendere le decisioni, ma la metà di loro
confessò di non riuscire a gestire la massa di informazioni
che riceveva.
Addirittura il 42% dichiarò di considerare lo stress da
informazione come causa di disturbi fisici, il 60% attribuì
all'eccesso di informazioni una stanchezza che ci si portava
dietro anche nel tempo libero.
L'Autore trascura volutamente gli aspetti tecnologici del
problema per soffermarsi su quelli socio-culturali.
Nei primi due capitoli cerca di fare una fotografia delle
cause dell'eccesso di informazione: le strategie di marketing
che ricorrono alla produzione di sempre nuovi contenuti
informativi, la "nomadizzazione del lavoro", la fine
delle grandi ideologie e visioni del mondo di tipo religioso
che permettevano agli individui di filtrare, catalogare,
selezionare le informazioni.
Viene assunto, come emblematico degli effetti dell'overdose
informativa, il caso degli "otaku" giapponesi: i
giovani giapponesi che si innamorano di un solo interesse,
musicale, tecnologico, fumettistico e di questo conoscono
tutto maniacalmente, disinteressandosi di ogni altro aspetto
della realtà. La parcellizzazione degli interessi
informativi, che si esprime con il boom delle tv tematiche e
delle riviste specializzate, sarebbe un modo di difendersi
dall'eccesso di informazioni e sarebbe una delle cause del
crescente distacco dalla politica che si esprime con
l'astensionismo.
La soluzione non può essere, secondo il da Empoli, in una
sorta di neo-luddismo anti-massmedia.
Innanzitutto ci sono tendenze positive alla semplificazione:
vengono citati gli esempi della Procter & Gamble e di
Blair, nei due campi delle imprese e della politica.
Esempi positivi perché riducono la complessità e pongono il
messaggio all'interno di una narrazione.
Inoltre bisogna rivendicare un "diritto alla
disconnessione", contrario a quello che si sostiene
contro il "digital divide", che sarebbe il diritto
alle nuove tecnologie.
Ripristinare zone franche in cui la persona possa pensare,
riflettere, farsi delle domande, senza essere sommerso dalle
informazioni.
Oggi questo diritto sarebbe già appannaggio di elites sociali
mentre sarebbero i meno ricchi a non poter staccare un minuto
cellulari ed e-mail per paura di essere messi ai margini.
Sono interessanti le riflessioni che Giuliano da Empoli
riprende sul mondo del giornalismo dal saggio di D. Wolton
"Penser la communication" L'informazione in diretta
non è più semplice da realizzare oggi, di quanto non lo
fosse in passato, quando i mezzi tecnici erano più
rudimentali. Perché la parte più difficile rimane l'analisi,
e oggi tutto avviene in diretta. Ma disordinatamente.
La diretta non è sinonimo di verità, e il senso è ancora più
difficile da afferrare quando si è incollati al flusso degli
eventi". Per la maggior parte dei mass-media la vera
sfida sarebbe, non tanto quella di accedere agli eventi, ma
quella di capirli e di farli capire.
Fonte: Infocity
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