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di Ignacio
Ramonet
21 giugno 2002
All'inizio
si occupava di acqua e di mercati pubblici in un solo paese.
Dopo, senza rinunciare alla sua «vocazione» di partenza e
alle sue connivenze politiche, l'impresa cambiò di nome e
cominciò a crescere. Ora la sua mole è tale da far
vacillare, quando è in difficoltà, la fiducia dei mercati
finanziari e l'universo della televisione
Al
tempo della world culture, una «società dell'informazione
globale» si va estendendo come un'immensa tela di ragno,
dopata dalla spinta delle nuove tecnologie. Su scala
planetaria, favorita dalla rivoluzione digitale, si dispiega
un'infrastruttura dell'informazione che promuove
l'interconnessione dei servizi legati alla comunicazione e ai
diversi settori della cultura di massa. È il risultato
dell'accorpamento di tre settori - informatica, telefonia e
televisione - nel settore multimediale. Internet, sconosciuto
ancora dieci anni fa, ha così rivoluzionato l'intero campo
della comunicazione.
Per comunicare, disponevamo di tre sistemi di segni:
scrittura, suono e immagine. Ciascuno di questi elementi ha
dato luogo a un sistema tecnico. La scrittura ha portato
all'editoria, alla stampa, al libro, al giornale, alla
linotipia, alla tipografia, alla macchina di scrivere e così
via. Così come il suono ha dato vita al linguaggio, e quindi
alla radio, al registratore, al telefono e al disco. E
l'immagine ha prodotto la pittura, l'incisione, il fumetto, la
fotografia, il cinema, la televisione, la video-registrazione.
La rivoluzione industriale, alla fine del XVIII secolo, è
sorta quando la macchina a vapore è venuta a sostituire il
muscolo e la forza fisica; nella mutazione tecnologica attuale
la sostituzione non riguarda più il muscolo ma il cervello...
La rivoluzione digitale fa convergere i tre sistemi di segni
verso un equivalente unico. Scrittura, suono e immagine si
esprimono oramai in bit. I bit veicolano indifferentemente
testi, suoni o immagini.
E lo stesso «tubo» consente di spedire questi bit alla
velocità della luce... Tutto ciò ha completamente
trasformato il mondo dei media e dell'intrattenimento. E ha
favorito la fusione-concentrazione di tutte le imprese che
operano in questi settori.
Le società elettroniche si fondono ormai con le aziende dei
telefoni, della trasmissione via cavo e dell'editoria, per
costituire megagruppi mediatici integrati. Il fatturato
dell'industria della comunicazione, intesa in senso lato, che
era di circa 1000 miliardi di euro nel 1995, potrebbe arrivare
da qui a 5 anni a ben 2000 miliardi di euro, e rappresentare
quindi il 10% dell'economia mondiale ...
I giganti dell'informatica, della telefonia e della
televisione ritengono di poter trovare i profitti del futuro
nei favolosi giacimenti che la tecnologia del digitale sta
schiudendo davanti ai loro occhi ammaliati.
Ma sanno anche che oramai il loro territorio non è più
protetto, e che i mastodonti dei settori vicini lo hanno già
preso di mira col loro istinto da tirannosauri. Nel campo
dell'industria culturale, da dieci anni è in atto una guerra
di una formidabile e spietata brutalità. La società che si
occupava di telefonia oggi punta alla televisione o al cinema;
un'altra, affermata nell'informatica, si lancia nei
videogioco, mentre l'azienda distributrice di acqua va
all'assalto della telefonia cellulare, della televisione
criptata e dell'editoria musicale.
La comunicazione è diventata un'industria pesante,
comparabile a quella siderurgica nella seconda metà del XIX
secolo, o all'industria automobilistica degli anni '20: è il
settore in cui oggi si procede ai più cospicui investimenti.
Tutte le imprese di rete, e in particolare quelle che vendono
flussi di vario tipo e sono in possesso di un reticolato di «tubi»
(acqua, gas, elettricità, telefonia, televisione via cavo,
ferrovie, società di autostrade) aspirano a controllare una
parte del nuovo Eldorado. Da un capo all'altro del pianeta, i
signori di questa guerra delle reti sono ovunque gli stessi
megaconglomerati, divenuti i nuovi padroni del mondo: America
OnLine (che la rilevato Netscape e il gruppo Time-Warner-Cnn),
Vivendi- Universal (ex Générale des Eaux che ha incorporato
Havas, Canal Plus, Usa Networks e il gruppo Seagram,
proprietario di Universal), Viacom, la News Corporation di
Rupert Murdoch, AT&T (che domina la telefonia planetaria),
Ibm, Microsoft (che regna sul mercato del software informatico
e vuole conquistare quello dei videogiochi, con la X-Box),
General Electric (che controlla la rete di televisione Nbc),
Ntt (primo gruppo della telefonia giapponese), Disney (che ha
acquistato la rete televisiva Abc), Bertelsmann (primo gruppo
della comunicazione tedesco), Pearson (The Financial Times,
Penguin Books, Bbc Prime), Telefonica, Prisa (primo gruppo
della comunicazione ispanico), France Télécom, Bouygues,
Lyonnaise des Eaux ecc.
In questa grande mutazione del capitalismo, la logica
dominante è quella di uccidere. Non si punta all'alleanza,
bensì a prendere il controllo, alla fusione-assorbimento.
Sono coinvolte in questa guerra le aziende che producono
contenuti - editrici, agenzie di stampa, giornali, cinema,
musica, radio, televisioni, siti web - e le imprese di
telecomunicazioni e informatica che li elaborano, li
trasportano, li trattano, li criptano e decriptano. La manna
su cui puntano i nuovi predatori è il flusso dei dati, in
continua crescita: conversazioni, messaggi, testi, immagini,
musiche, film, trasmissioni, spettacoli, sport, informazioni,
transazioni di borsa, segni di ogni tipo. Nel corso di questi
ultimi vent'anni il mondo ha prodotto più informazioni che
durante i 5.000 anni precedenti...
Ogni signore delle reti persegue l'obiettivo di divenire
l'interlocutore unico dei cittadini. Ciascuno vuole potergli
fornire informazioni, intrattenimento, svago, sport, cultura,
servizi professionali, dati finanziari, ponendolo così in uno
stato di interconnettività attraverso tutti i mezzi
disponibili: telefono (fisso o mobile), fax, comunicazione via
cavo, televisione, computer, posta elettronica, Internet.
Questo obiettivo è realizzabile solo a condizione che le
comunicazioni possano circolare senza ostacoli attraverso il
pianeta. Ecco perché gli Stati uniti (inventori di Internet,
primi produttori delle nuove tecnologie e sede delle
principali aziende) si sono lanciati con tutto il loro peso
nella battaglia della deregulation. Aprire le frontiere del più
gran numero di paesi al «libero flusso dell'informazione»
equivale a esporre questi stati alle mire dei predatori
americani.
Dal canto suo, l'Unione europea ha deciso la liberalizzazione
dei mercati telefonici fin dal 1° febbraio 1998. In
previsione della feroce concorrenza all'interno di ciascun
mercato nazionale, si è proceduto allo smantellamento dei
monopoli e alla privatizzazione degli operatori pubblici.
British Telecom e la spagnola Telefónica sono state così
privatizzate, mentre France Télécom e l'operatore pubblico
tedesco Deutsche Telekom hanno offerto sul mercato parte del
loro capitale.
Ciò che interessa questi nuovi predatori è la quantità
delle persone che frequentano determinati media, il numero
degli abbonati a un canale criptato o quello degli internauti
che accedono a un portale web. Questa dotazione di fidelizzati
(paganti o meno) è divenuta una delle principali ricchezze
dei giganti della comunicazione - molto più dei contenuti o
delle équipes. È una rivoluzione. Prima, le aziende
dell'industria culturale vendevano informazione o
intrattenimento ai cittadini. Ora preferiscono vendere i
consumatori (lettori, ascoltatori, telespettatori, internauti)
agli inserzionisti. E quanto più aumenta il numero dei
consumatori (preferibilmente agiati), tanto più lievita la
tariffa della pubblicità...
All'improvviso l'informazione, per esempio, può essere
offerta gratuitamente.
Su Internet, i media la stanno già offrendo come prodotto di
richiamo: sul web si possono trovare più di 3000 giornali ad
accesso gratuito.
Senza contare le stazioni radio e i canali televisivi.
Peraltro, è per questo che nelle grandi città del mondo si
moltiplicano i giornali gratuiti ...
È scattata così una gara nella quale, per sopravvivere sul
mercato planetario, ogni signore delle reti persegue due
obiettivi principali: raggiungere una dimensione sufficiente e
diversificarsi in tutti i settori della comunicazione. Le
limitazioni delle concentrazioni previste dalle leggi sono
sempre meno rispettate. Recentemente, negli Stati uniti tre
dei principali giganti della comunicazione - Aol-Time-Warner,
Viacom e News Corporation - hanno riportato una vittoria
giuridica, azzerando le restrizioni che avrebbero impedito
alcune fusioni (1).
Viacom ha quindi potuto acquisire il gruppo Cbs e nulla vieta,
ad esempio, ad Aol di rilevare il canale Nbc, che appartiene
alla General Electric. I predatori dei media sono
insaziabili... E quest'atmosfera competitiva autorizza i colpi
più scellerati. «Ogni volta che discuto con i grandi della
telefonia - ha dichiarato Louis Gallois, presidente della Sncf
- ho l'impressione di entrare nella gabbia dei leoni (2)».
In Francia, il 6 febbraio 1997, la Générale des Eaux, ora
Vivendi, prese brutalmente il controllo della Havas e di Canal
Plus, con l'obiettivo di «riunire, all'interno di un solo
gruppo di comunicazione, tutte le competenze necessarie al suo
sviluppo, soprattutto sul piano internazionale» e di creare
«un gruppo integrato di comunicazione di dimensioni mondiali».
Jean-Marie Messier aveva spiegato questa fusione con la
necessità della «convergenza rapida tra le industrie delle
telecom e quelle della comunicazione». «In casa - ha poi
aggiunto - ci sarà presto un solo punto d'entrata per
l'immagine, la voce, il multimedia e l'accesso Internet. È
uno sviluppo già in atto, che tra 12-18 mesi sarà una realtà
commerciale. Quest'accelerazione mi ha indotto a concludere
che per conservare i profitti, bisogna essere in grado di
controllare l'intera catena, dai contenuti alla produzione,
alla diffusione e al rapporto con l'abbonato (3)».
È proprio questa l'ambizione dei nuovi titani dell'industria
dell'informazione: controllare l'intera catena. Tutto ciò che
circola nelle reti (film, trasmissioni, musiche, creazioni
dello spirito) per loro è comunicazione.
Perciò, prima di ogni altra cosa, è merce della quale le
imprese devono poter disporre alla loro maniera, secondo le
leggi del mercato.
E questo, in tempi in cui dovunque regna l'iperconcorrenza e
gli azionisti di queste imprese esigono rendimenti
esorbitanti. «Un'impresa come Vivendi - ha scritto Jean-Marie
Messier - appartiene ai suoi azionisti e a loro soltanto. La
direzione propone, il Consiglio d'amministrazione dispone. E
in definitiva, è il mercato a decidere, facendo salire o
scendere le quotazioni in borsa (4)».
In un mondo della comunicazione e della cultura di massa
pilotato da signori delle reti di questa fatta, è possibile
che l'eccezione culturale e la creazione artistica possano
essere qualcosa di diverso da un arcaismo o da un miraggio?
note:
(1) Le Figaro, 4
marzo 2002.
(2) Le Nouvel
Observateur, Parigi, 20 febbraio 1997.
(3) Le Monde, 8
febbraio 1997.
(4) Jean-Marie
Messier, j6m.com Faut-il avoir peur de la nouvelle économie?,
Le livre de poche, Parigi, 2001. (Traduzione di E.H.)
Fonte: Le Monde Diplomatique
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