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Nel
gennaio del 2002 il Tribunale europeo per i diritti umani ha
dichiarato l'accusa mossa dalle famiglie dei lavoratori della
Radiotelevisione di stato serba (RTS), morti nel corso del
bombardamento dell'edificio di quest'ultima nella via
Aberdarova nel 1999, come inammissibile, con la motivazione
che i querelanti, nonché i loro familiari rimasti vittime,
non erano sotto la giurisdizione dei 17 stati membri della
NATO oggetto dell'accusa. Il presidente della Corte suprema,
Luzijus Vildhaber, si è preoccupato di mettere i puntini
sulle i, comunicando per la prima volta nella storia del
Tribunale una delibera chiara e univoca di inammissibilità
dell'accusa. Il Tribunale ha inoltre deciso che "la
Jugoslavia non rientra nello spazio giuridico" definito
dai firmatari della Convenzione europea sui diritti umani e
che pertanto non è stato violato l'"ordine
giuridico" creato dalla Convenzione, né, di conseguenza,
si è creato un "vuoto passibile di querela" nella
difesa dei diritti umani garantiti dalla Convenzione. Uno dei
lavoratori sopravvissuti e cinque famiglie dei dipendenti
della RTS che sono morti il 23 aprile 1999 avevano sporto
querela nell'ottobre del 1999 contro i 17 paesi europei membri
della NATO per violazione del diritto alla vita e alla libertà
di espressione, diritti garantiti dalla delibera europea sui
diritti umani. La Corte, secondo l'interpretazione
dell'avvocato dei querelanti, Vojin Dimitrijevic, si è
attenuta all'approccio standard nei confronti della
competenza, secondo cui lo stato è competente solo per il
proprio territorio e i propri cittadini. Le famiglie dei
lavoratori della RTS uccisi sono stati deluse, nei fatti,
anche dalla giustizia del loro paese: il procuratore della
repubblica ha deciso di incriminare l'allora direttore della
RTS, Dragoljub Milanovic, per la creazione di pericolo
pubblico poiché non aveva trasferito i dipendenti e le
strutture tecniche nonostante un'apposita disposizione, ma non
per l'uccisione di numerose persone. Il procedimento giuridico
nel quale verrà confermata l'eventuale responsabilità di
Milanovic e di alcuni altri alti dirigenti della RTS è stato
contrassegnato da un vero e proprio scandalo allorché il
principale accusato è stato liberato di prigione nel giorno
stesso del secondo anniversario della strage.
Da ricordare, su tale argomento, la testimonianza a porte
chiuse resa da Mitar Djeric, ex direttore della difesa e della
protezione della RTS. Djeric avrebbe confermato che Milanovic
avrebbe impedito il trasferimento del personale e delle
strutture della RTS in vista dell'imminente bombardamento, del
quale le autorità di Belgrado sarebbero state a conoscenza.
Il ministero della difesa jugoslavo aveva messo a punto
preventivamente un apposito piano vincolante, composto da
circa 50 disposizioni studiate appositamente per una tale
emergenza, piano che era stato controfirmato dallo stesso
Milanovic. In particolare, la disposizione n. 37 (emessa dal
ministero della difesa il 26 marzo 1999) prevedeva il
trasferimento dei dipendenti e degli studi in due rifugi
antiatomici. Secondo Djeric, Milanovic ha personalmente
fermato le procedure conformi a tale disposizione e il
ministero della difesa, competente anch'esso per la loro
applicazione, si è astenuto dall'intervenire.
E' indubbio che le preoccupate controparti del regime di
Slobodan Milosevic individueranno nella sentenza di Strasburgo
un elemento di "giustizia universale", aggrappandosi
al fatto notorio che la Serbia, essendo "l'ultimo
macellaio dei Balcani", si è messa essa stessa non solo
in un isolamento senza precedenti, ma si è anche esposta a un
rischio mortale che è culminato con il bombardamento. Di
conseguenza, tutti coloro che si trovavano sul territorio
della Jugoslavia erano un obiettivo legittimo ed erano tutti,
se colpiti, da considerarsi, come si è espresso
eufemisticamente Jamie Shea, un danno collaterale. Una tale
giustizia in bianco e nero, tuttavia, ricorda più di ogni
altra cosa l'antichissimo principio dell'occhio per occhio
dente per dente e rinuncia al di fuori di ogni dubbio a ogni
principio di umanità e di equità al quale si richiama
l'Europa contemporanea. Inoltre, questo precedente potrebbe
essere il preludio a una nuova prassi che ridurrebbe il tutto,
almeno sul piano internazionale, alla più crudele vendetta.
Non nuoce certo ricordare anche che il mondo, sotto la guida
degli USA e dell'UE, cerca di ottenere dalla Serbia del
post-Milosevic la consegna di coloro che non si sono attenuti
alla Convenzione di Ginevra sulle regole e le consuetudini di
guerra e che, pure in presenza di tensioni di entità
variabile, la Serbia lo ritiene un modo legittimo per tornare
a fare parte della comunità internazionale. Da questo punto
di vista, si impone la domanda del perché la Serbia venga
accettata come un partecipante a pari diritto alla guerra solo
quando sono in questione delle incriminazioni, mentre quando
sono in gioco le sue vittime non vi sono "vuoti passibili
di querela"?
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