IL NOSTRO NUOVO RAPPORTO 2002

"Giornalisti e media fra orrori e speranze: L’informazione nelle repubbliche della ex Jugoslavia: 1990-2001

a cura di Informazione senza frontiere e  dell’Osservatorio internazionale sulla libertà di informazione

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I confini dei diritti umani 

 

Nel gennaio del 2002 il Tribunale europeo per i diritti umani ha dichiarato l'accusa mossa dalle famiglie dei lavoratori della Radiotelevisione di stato serba (RTS), morti nel corso del bombardamento dell'edificio di quest'ultima nella via Aberdarova nel 1999, come inammissibile, con la motivazione che i querelanti, nonché i loro familiari rimasti vittime, non erano sotto la giurisdizione dei 17 stati membri della NATO oggetto dell'accusa. Il presidente della Corte suprema, Luzijus Vildhaber, si è preoccupato di mettere i puntini sulle i, comunicando per la prima volta nella storia del Tribunale una delibera chiara e univoca di inammissibilità dell'accusa. Il Tribunale ha inoltre deciso che "la Jugoslavia non rientra nello spazio giuridico" definito dai firmatari della Convenzione europea sui diritti umani e che pertanto non è stato violato l'"ordine giuridico" creato dalla Convenzione, né, di conseguenza, si è creato un "vuoto passibile di querela" nella difesa dei diritti umani garantiti dalla Convenzione. Uno dei lavoratori sopravvissuti e cinque famiglie dei dipendenti della RTS che sono morti il 23 aprile 1999 avevano sporto querela nell'ottobre del 1999 contro i 17 paesi europei membri della NATO per violazione del diritto alla vita e alla libertà di espressione, diritti garantiti dalla delibera europea sui diritti umani. La Corte, secondo l'interpretazione dell'avvocato dei querelanti, Vojin Dimitrijevic, si è attenuta all'approccio standard nei confronti della competenza, secondo cui lo stato è competente solo per il proprio territorio e i propri cittadini. Le famiglie dei lavoratori della RTS uccisi sono stati deluse, nei fatti, anche dalla giustizia del loro paese: il procuratore della repubblica ha deciso di incriminare l'allora direttore della RTS, Dragoljub Milanovic, per la creazione di pericolo pubblico poiché non aveva trasferito i dipendenti e le strutture tecniche nonostante un'apposita disposizione, ma non per l'uccisione di numerose persone. Il procedimento giuridico nel quale verrà confermata l'eventuale responsabilità di Milanovic e di alcuni altri alti dirigenti della RTS è stato contrassegnato da un vero e proprio scandalo allorché il principale accusato è stato liberato di prigione nel giorno stesso del secondo anniversario della strage.
Da ricordare, su tale argomento, la testimonianza a porte chiuse resa da Mitar Djeric, ex direttore della difesa e della protezione della RTS. Djeric avrebbe confermato che Milanovic avrebbe impedito il trasferimento del personale e delle strutture della RTS in vista dell'imminente bombardamento, del quale le autorità di Belgrado sarebbero state a conoscenza. Il ministero della difesa jugoslavo aveva messo a punto preventivamente un apposito piano vincolante, composto da circa 50 disposizioni studiate appositamente per una tale emergenza, piano che era stato controfirmato dallo stesso Milanovic. In particolare, la disposizione n. 37 (emessa dal ministero della difesa il 26 marzo 1999) prevedeva il trasferimento dei dipendenti e degli studi in due rifugi antiatomici. Secondo Djeric, Milanovic ha personalmente fermato le procedure conformi a tale disposizione e il ministero della difesa, competente anch'esso per la loro applicazione, si è astenuto dall'intervenire.
E' indubbio che le preoccupate controparti del regime di Slobodan Milosevic individueranno nella sentenza di Strasburgo un elemento di "giustizia universale", aggrappandosi al fatto notorio che la Serbia, essendo "l'ultimo macellaio dei Balcani", si è messa essa stessa non solo in un isolamento senza precedenti, ma si è anche esposta a un rischio mortale che è culminato con il bombardamento. Di conseguenza, tutti coloro che si trovavano sul territorio della Jugoslavia erano un obiettivo legittimo ed erano tutti, se colpiti, da considerarsi, come si è espresso eufemisticamente Jamie Shea, un danno collaterale. Una tale giustizia in bianco e nero, tuttavia, ricorda più di ogni altra cosa l'antichissimo principio dell'occhio per occhio dente per dente e rinuncia al di fuori di ogni dubbio a ogni principio di umanità e di equità al quale si richiama l'Europa contemporanea. Inoltre, questo precedente potrebbe essere il preludio a una nuova prassi che ridurrebbe il tutto, almeno sul piano internazionale, alla più crudele vendetta. Non nuoce certo ricordare anche che il mondo, sotto la guida degli USA e dell'UE, cerca di ottenere dalla Serbia del post-Milosevic la consegna di coloro che non si sono attenuti alla Convenzione di Ginevra sulle regole e le consuetudini di guerra e che, pure in presenza di tensioni di entità variabile, la Serbia lo ritiene un modo legittimo per tornare a fare parte della comunità internazionale. Da questo punto di vista, si impone la domanda del perché la Serbia venga accettata come un partecipante a pari diritto alla guerra solo quando sono in questione delle incriminazioni, mentre quando sono in gioco le sue vittime non vi sono "vuoti passibili di querela"?


 

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