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di Amedeo
Ricucci
13 luglio 2002
(nella
foto: il corpo del fotoreporter italiano Raffaele Ciriello
ucciso il 13 marzo 2002 a Ramallah dal fuoco di un tank
israeliano)
Venerdì
13 luglio, sono passati esattamente quattro mesi da quando a
Ramallah veniva ucciso Raffaele Ciriello, eppure non sappiamo
ancora né il nome di chi l'ha ucciso né il perché. Certo,
c'è un'inchiesta in corso, aperta dalla procura di Milano; ma
i suoi esiti sono purtroppo legati alla richiesta di rogatoria
che proprio in questi giorni il nostro Ministero di Giustizia
dovrebbe inoltrare alle autorità israeliane, per identificare
sia l'equipaggio del carro armato Merkava da cui molto
verosimilmente è partita la raffica assassina che ha falciato
il fotoreporter italiano, sia i soldati che agivano in
appoggio all'avanzata del tank (non si esclude che a sparare
sia stato un tiratore scelto). Il problema è che Israele non
ha mai accettato di mettere in discussione l'operato del suo
esercito. Secondo Reporters sans Frontieres, dall'inizio
della seconda Intifada ci sono stati, oltre all'uccisione di
Ciriello, altri 56 giornalisti feriti, alcuni gravemente,
nella stragrande maggioranza vittime del fuoco israeliano,
senza che venisse mai aperta un'inchiesta sulle responsabilità
di tanti presunti «incidenti». E non è tutto. Qualche
settimana fa - la notizia è passata tristemente sotto
silenzio sui mass-media italiani, con l'unica eccezione del Manifesto
- l'esercito israeliano ha pensato bene di fare a pezzi la
lapide che era stata posta a Ramallah in memoria di Raffaele.
Pare che i soldati di Tsahal si siano infuriati per la
scritta «martire dell'informazione» che compariva sulla
lapide. Ebbene, lasciando da parte le disquisizioni
politico-teologiche sul significato del termine shahid,
martire - che si applica non solo ai terroristi-suicidi, ma a
tutte le vittime dell'occupazione e della violenza israeliana
- si è trattato di un gesto vandalico, che la dice lunga sul
disprezzo che Tsahal nutre oggi verso stampa internazionale e
operatori dell'informazione. Detto questo, resta sempre
l'amarezza per la cappa di silenzio sotto cui i mass media
italiani hanno deciso di insabbiare la morte di Raffaele
Ciriello. Non era mai successo che la morte tragica di un
collega venisse dimenticata così in fretta. Ed il dubbio è
che a decidere quest'oblio repentino siano intervenute
considerazioni diverse, di natura politica e comunque
extra-giornalistiche, che hanno finito per avere la meglio
sulla voglia di sapere e sul dovere di capire cos'è veramente
successo a Ramallah quel maledetto 13 marzo. Il primo sospetto
che mi viene è che la morte di Raffaele, fotografo free-lance,
abbia messo il dito nella piaga dei rapporti non sempre
idilliaci né soprattutto corretti che intercorrono fra le
testate italiane ed i loro «collaboratori esterni»,
fotografi free-lance e non solo: un mondo fatto di
piccole e grandi meschinità, senza regole, tantomeno
sindacali, e su cui si è preferito forse stendere un velo di
omertà. Il secondo sospetto è che i mass media italiani, per
pigrizia o molto più probabilmente per non «dispiacere»
agli israeliani - in una fase, non dimentichiamolo, in cui
ogni critica veniva tacciata di antisemitismo e di
filo-terrorismo - abbiano preferito appiattirsi dietro la tesi
che, in fondo, «Ciriello se l'è cercata». Un'accusa
precisa, più che una tesi da verificare, che in circostanze
analoghe non era mai stata avanzata così spudoratamente:
nessuno ha mai osato sostenere, per fortuna, che la povera
Maria Grazia Cutuli se l'è cercata, mettendosi in vaggio
sulla strada da Jalalabad a Kabul che non era ancora sicura; né
si è detto o scritto che se l'è cercata la povera Ilaria
Alpi, che pure si aggirava per Mogadiscio con una scorta
striminzita, pur sapendo che la città pullulava di bande
armate. Di fronte alla morte, per di più tragica, di chi sta
solo cercando di fare il proprio lavoro, è buona regola
tacere, se non altro per rispetto. E invece per Raffaele
Ciriello non è stato così: sia Il Giornale che
diversi siti Internet filo-israeliani si sono accaniti contro
la sua memoria e contro il sottoscritto che stava con lui, in
quanto entrambi «sprovveduti» e «spericolati», perché ci
eravamo ficcati «nel bel mezzo di una battaglia», al seguito
di un gruppo di «terroristi palestinesi», senza tener conto
delle possibili conseguenze.
Vale quindi la pena di ristabilire la dinamica essenziale di
quello che è successo quel maledetto mercoledì 13 marzo, per
rispetto della memoria di Raffaele Ciriello, e nella speranza
che qualcuno voglia vederci chiaro e si adoperi per
spiegazioni esaurienti dalle autorità israeliane.
1) Raffaele Ciriello è stato ucciso in pieno centro di
Ramallah, al di fuori della zona di «operazioni militari»,
ufficialmente ristretta ai due campi profughi di Al Amari e
Khaddura. E' stato l'esercito israeliano, quella mattina, ad
allargare il suo raggio d'azione, per aver ragione della
strenua resistenza palestinese. Ed a farne le spese, oltre a
Raffaele, sono stati altri due operatori dell'informazione: un
fotografo francese ed un cameraman egiziano, entrambi feriti
dal fuoco israeliano. Tutti pazzi o sprovveduti? Io resto
dell'avviso che l'esercito israeliano abbia fatto quel giorno
un uso spropositato della forza. E che i giornalisti siano
diventati in quel contesto degli insopportabili intrusi: come
dimostra senza ombra di equivoci il tiro a segno della notte
precedente contro l'albergo dov'eravamo rintanati noi della
stampa internazionale.
2) Nel luogo dov'è stato ucciso Raffaele Ciriello non era in
corso alcuna «battaglia». Come dimostrano tutti e tre i
filmati girati in quei tragici minuti: il mio, quello di
Raffaele e quello del mio collega della Rai - e come
correttamente evidenziato dal servizio di Terra del
TG5, i miliziani palestinesi che stavamo seguendo, ovviamente
armati, come chiunque quel giorno a Ramallah, erano impegnati
in un'azione di pattugliamento, non in un'azione di guerra.
Tant'è che dal gruppo, in cinque minuti, parte solo una
raffica isolata, quattro colpi, in direzione (ma lo capiremo
solo dopo) di un carro armato che stava a 150-200 metri ed a
cui un khalasnikov poteva solo fare il solletico.
3) Perché hanno sparato proprio a Raffaele Ciriello? L'hanno
scambiato per un miliziano palestinese? Oppure il suo killer
aveva già deciso che chiunque si fosse affacciato a
quell'angolo l'avrebbe stecchito? E se il killer ha mirato,
com'è probabile, come ha fatto a non accorgersi della
telecamera che Raffaele impugnava?
4) Infine, perché le autorità israeliane hanno preferito
finora glissare sulla vicenda? In fondo, il soldato che ha
sparato contro Ciriello può sempre invocare la legittima
difesa, perché si è limitato a rispondere ad una raffica
sparata dal nemico. Ma siamo sicuri che le «regole d'ingaggio»
per quell'area contemplassero una reazione così brutale? Era
cioè autorizzato ad uccidere? A queste domande può
rispondere solo chi ha sparato quella raffica assassina.
Identificarlo non è poi così difficile, visto che il carro
armato è ben visibile nei nostri filmati. Ed anche se so bene
che le sue risposte non ci restituiranno Raffaele, quantomeno
serviranno a far chiarezza, una volta per tutte.
Fonte: Il Manifesto
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