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di Anna
Zafesova
15 luglio 2002
Quando Irina Petrushova ha visto il cadavere decapitato di un
cane legato alla finestra, non ha avuto bisogno nemmeno di
leggere il biglietto che era attaccato al corpo della povera
bestia: «Non ci sarà una prossima volta». Era un macabro
avvertimento destinato a lei e ai giornalisti del suo
settimanale
Respublika
, nato due anni fa come «progetto di business» e diventato
spina nel fianco della famiglia regnante del Kazakhstan.
Non era il primo: alle spalle la 36enne direttrice aveva
minacce e intimidazioni, era già costretta a stampare il suo
giornale, 18 mila copie, con una fotocopiatrice dopo che il
direttore della sua tipografia aveva trovato sulla soglia di
casa un cranio umano e ha colto il messaggio. Né è stato
l’ultimo: tre giorni dopo la storia del cane una mano ignota
ha lanciato nella redazione di
Respublika
bottiglie Molotov, riducendola in cenere. La polizia ha
scrollato le spalle: «Dovete sapere chi è stato». Irina
sapeva. Figlia d’arte, suo padre Albert era stato inviato
nel Kazakhstan nel 1982 dalla
Pravda
per denunciare la corruzione del «khanato rosso» del leader
del pc Kunaev. 20 anni dopo sua figlia si è trovata a
combattere contro il suo successore Nursultan Nazarbaev,
convertitosi da comunista in padre della nazione.
Ex repubblica sovietica, il Kazakhstan è oggi un Paese dove
il presidente, immune a vita, conserva circa un miliardo di
dollari su conti in Svizzera, dove figlie, generi e nipoti si
sono spartiti una grassa torta di petrolio e potere e dove le
regole tribali e il capitalismo selvaggio hanno dato vita a
una sorta di riedizione dell’Indonesia di Suharto. Un posto
ideale per una donna che dal padre - «buon comunista, ma
anche buon giornalista» - ha ereditato una visione idealista
del mestiere di famiglia: da studente andava in giro con lui e
dice di aver imparato come «una parola stampata può cambiare
la vita anche di un piccolo villaggio».
Ma le regole del gioco sono diventate ancora più spietate: i
pochi media liberi sono stati schiacciati con le buone e
(soprattutto) con le cattive. L’ultima a cadere è stata
Respublika
, chiusa da un tribunale. La direttrice Petrushova una
settimana fa è stata condannata a un anno e mezzo di carcere
e alla confisca dei beni per «attività imprenditoriale
illegale». La condanna è stata commutata in condizionale e
Irina rimane in libertà. Per ora, perché ha assunto guardie
del corpo per i figli di 8 e 12 anni, e per l’ex marito, e
sta mettendo in piedi una nuova testata.
Non la spaventa nemmeno l’idea di ripetere la sorte del
padre: nel 1992 Albert Petrushov è stato investito da
un’auto e, mentre giaceva svenuto, derubato del suo
manoscritto che rivelava i retroscena della politica kazakha.
Nell’incidente ha perso la capacità di memorizzare il
presente. Ora vive solo nel passato, in cui ripeteva a sua
figlia: «Se credi che quello che fai è giusto, vai avanti».
Fonte: La Stampa
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