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di Elisabetta
Rosaspina
19 agosto 2002
Qualcuno,
in Afghanistan, ha il paradiso in tasca, e forse non lo sa. E'
questo il premio promesso da Allah a chi salva un infedele. E
Yvonne Ridley, reporter del tabloid inglese Sunday Express,
era il prototipo perfetto dell'anima perduta: donna, sposata
tre volte e divorziata altrettante, lavoratrice, dedita al make-up,
al whisky e al fumo. I talebani l'avevano intercettata
il 28 settembre dell'anno scorso nascosta, assieme a una
macchina fotografica, sotto un burqa , lungo la strada
per Jalalabad. L'avevano ovviamente accusata di essere una
spia americana e rinchiusa in una cella. Proprio poche ore
prima che la Casa Bianca e quel che restava del Pentagono
dessero il via ai bombardamenti sull'Afghanistan. Per dieci
giorni il mondo, cristiano, pregò per la bionda inglesina che
gli amici di Bin Laden si sarebbero certamente compiaciuti di
usare come scudo umano.
Così non fu. Yvonne, 43 anni e un bel caratterino, fu
liberata dieci giorni più tardi e dichiarò, subito dopo uno
shampoo: «Non mi hanno trattato male. Anzi, a dirla tutta, i
talebani sono uomini d'onore».
Assicurò di aver tenuto loro testa con uno sciopero della
fame e che alla fine, per farle un complimento, quelli le
avevano detto: «Yvonne, sei proprio un uomo». Aveva dovuto
faticare un po' a convincerli che non era americana, ma
inglese, e che non lavorava per la Cia, ma per uno di quegli
innocui giornali londinesi con grandi titoli in prima pagina.
Ammise: «Ho avuto paura soltanto quando uno dei mullah mi ha
chiesto se intendevo convertirmi all'Islam. Ho temuto fosse un
tranello». Ma si era rasserenata alla scoperta che i suoi
barbuti inquisitori avevano perfino senso dell'umorismo: «Quando
mi hanno chiesto per l'ennesima volta perché ero entrata in
Afghanistan, ho alzato le braccia e ho gridato: perché volevo
diventare talebana! Siamo tutti scoppiati a ridere».
Undici mesi dopo, non è più una battuta. Se non proprio
talebana, Yvonne Ridley si prepara a diventare musulmana. Ha
ancora le unghie laccate, il rimmel sulle ciglia, la testa
bionda in libertà, ma nel portafoglio, in mezzo alle carte di
credito, ha un certificato che attesta l'inizio della sua
professione di fede musulmana, la «Shahada»: «Sto cercando
di imparare a recitarla in arabo» confida all'inviato del Figaro
Magazine , che la incontra in una pasticceria di Soho, a
Londra. Per lei è più facile spiegare a un collega, che a
sua madre, perché abbia deciso di cambiare fede: «Avevo
promesso ai talebani, prima di essere rilasciata, che avrei
studiato l'Islam e che avrei letto il Corano. Qui tutti ne
parlano, ma nessuno si prende la briga di aprirlo. Per me è
stata una rivelazione. Ho cominciato dai passaggi che parlano
del ruolo delle donne e ho scoperto che dal VII secolo
nell'Islam si parla di divorzio e diritti femminili. Mentre
nel mio Paese si è dovuto attendere il XIX secolo».
Almeno la mamma, che ancora non si capacita del rifiuto di
Yvonne di sorseggiare un bicchiere di bourbon con il padre,
come ogni domenica sera, avrebbe dovuto cogliere però le
avvisaglie della metamorfosi. Il giorno del suo rimpatrio, la
giornalista si era sbarazzata del fazzoletto che aveva in
testa al momento della liberazione, e del burqa colorato,
regalo dei carcerieri, per ostentare un berretto rosso della
Ferrari, una giacca di pelle Planet Hollywood e un paio di
aggressivi occhiali da sole.
Qualche giorno dopo, intervistata dalla Bbc, confermava di
essere stata trattata sempre con rispetto, ma non digeriva
ancora le rigide regole religiose dei talebani: «Pazzesche. A
una donna è proibito comprarsi abiti nuovi, mettere lo smalto
sulle unghie e cantare». A dicembre, alla vigilia dell'uscita
del libro sulla sua avventura, le sue critiche erano diventate
più feroci, ma verso gli americani: «La Cia mi avrebbe
voluta morta, per convincere l'opinione pubblica della
necessità dei bombardamenti sull'Afghanistan». Accusava i
servizi segreti di aver frugato nel suo appartamento
londinese, impossessandosi di foto e documenti personali.
A marzo, Yvonne Ridley è tornata per una settimana a Kabul e
a Jalalabad con la figlia Daisy, di nove anni. Doveva essere
un giro del mondo, è stato un giro su se stessa. A maggio, in
una conferenza tenuta alla Leicester University, la svolta era
ormai questione di giorni: «Non so ancora se convertirmi
all'Islam, ci sto pensando. Quando sono stata liberata, tutti
si attendevano da me resoconti terrificanti, invece il popolo
afghano è piacevole, simpatico. Ma l'Occidente non vuole
sentire, perché non sta bene bombardare gente simpatica».
Ad agosto la decisione è presa. E a determinarla è stata la
guerra in Medio Oriente: «Mi ha colpito il silenzio della
chiesa cristiana, a parte il Papa, sull'aggressione israeliana
alla Basilica della Natività, a Betlemme - spiega lei il suo
distacco -. Ma la mia conversione avviene senza fretta. Leggo,
domando, studio».
Il suo precettore, lo sceicco Mohammed Abdoulkheir Zaki Badawi,
teologo e fondatore del Muslim College of Higher Education di
Londra, ha parole di lode per l'allieva: «Deve soltanto
imparare ancora a pregare». Il resto verrà da sé, e forse
includerà il velo: «Gli uomini si comportano meglio, quando
lo porti per strada».
La prossima volta che indosserà il burqa non sarà per
superare un confine islamico di nascosto: «Detestavo il velo.
Nella mia arroganza di occidentale credevo che quello che non
piaceva a me fosse sgradevole per tutte le donne. Il burqa non
è il simbolo dell'Islam, è soltanto un fatto culturale e
tradizionale di una parte dell'Asia».
E se, alla fine, Yvonne Ridley fosse banalmente vittima della
sindrome di Stoccolma, che lega morbosamente l'ostaggio ai
suoi rapitori? «Assolutamente no» respinge il sospetto
Yvonne Ridley. «Ho solo mantenuto un impegno: leggere il
Corano».
Il talebano a cui l'aveva promesso non si sarebbe
probabilmente atteso un simile risultato. Soprattutto dopo
averla vista sfrecciare in auto con la figlia, qualche mese fa
tra Kabul e Jalalabad: «Ero la prima donna al volante nel
Paese, dai tempi precedenti il regime talebano». E allora? Le
vie per il paradiso sono infinite, e nulla vieta di
percorrerle in fuoristrada.
Fonte: Corriere della Sera
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