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(ottobre 2001 - gennaio 2002)

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Si converte all’Islam la giornalista inglese
Yvonne Ridley fu tenuta prigioniera all’inizio della guerra
«Promisi di leggere il Corano: una rivelazione»

di Elisabetta Rosaspina
19 agosto 2002

Qualcuno, in Afghanistan, ha il paradiso in tasca, e forse non lo sa. E' questo il premio promesso da Allah a chi salva un infedele. E Yvonne Ridley, reporter del tabloid inglese Sunday Express, era il prototipo perfetto dell'anima perduta: donna, sposata tre volte e divorziata altrettante, lavoratrice, dedita al make-up, al whisky e al fumo. I talebani l'avevano intercettata il 28 settembre dell'anno scorso nascosta, assieme a una macchina fotografica, sotto un burqa , lungo la strada per Jalalabad. L'avevano ovviamente accusata di essere una spia americana e rinchiusa in una cella. Proprio poche ore prima che la Casa Bianca e quel che restava del Pentagono dessero il via ai bombardamenti sull'Afghanistan. Per dieci giorni il mondo, cristiano, pregò per la bionda inglesina che gli amici di Bin Laden si sarebbero certamente compiaciuti di usare come scudo umano.
Così non fu. Yvonne, 43 anni e un bel caratterino, fu liberata dieci giorni più tardi e dichiarò, subito dopo uno shampoo: «Non mi hanno trattato male. Anzi, a dirla tutta, i talebani sono uomini d'onore».
Assicurò di aver tenuto loro testa con uno sciopero della fame e che alla fine, per farle un complimento, quelli le avevano detto: «Yvonne, sei proprio un uomo». Aveva dovuto faticare un po' a convincerli che non era americana, ma inglese, e che non lavorava per la Cia, ma per uno di quegli innocui giornali londinesi con grandi titoli in prima pagina. Ammise: «Ho avuto paura soltanto quando uno dei mullah mi ha chiesto se intendevo convertirmi all'Islam. Ho temuto fosse un tranello». Ma si era rasserenata alla scoperta che i suoi barbuti inquisitori avevano perfino senso dell'umorismo: «Quando mi hanno chiesto per l'ennesima volta perché ero entrata in Afghanistan, ho alzato le braccia e ho gridato: perché volevo diventare talebana! Siamo tutti scoppiati a ridere».
Undici mesi dopo, non è più una battuta. Se non proprio talebana, Yvonne Ridley si prepara a diventare musulmana. Ha ancora le unghie laccate, il rimmel sulle ciglia, la testa bionda in libertà, ma nel portafoglio, in mezzo alle carte di credito, ha un certificato che attesta l'inizio della sua professione di fede musulmana, la «Shahada»: «Sto cercando di imparare a recitarla in arabo» confida all'inviato del Figaro Magazine , che la incontra in una pasticceria di Soho, a Londra. Per lei è più facile spiegare a un collega, che a sua madre, perché abbia deciso di cambiare fede: «Avevo promesso ai talebani, prima di essere rilasciata, che avrei studiato l'Islam e che avrei letto il Corano. Qui tutti ne parlano, ma nessuno si prende la briga di aprirlo. Per me è stata una rivelazione. Ho cominciato dai passaggi che parlano del ruolo delle donne e ho scoperto che dal VII secolo nell'Islam si parla di divorzio e diritti femminili. Mentre nel mio Paese si è dovuto attendere il XIX secolo».
Almeno la mamma, che ancora non si capacita del rifiuto di Yvonne di sorseggiare un bicchiere di bourbon con il padre, come ogni domenica sera, avrebbe dovuto cogliere però le avvisaglie della metamorfosi. Il giorno del suo rimpatrio, la giornalista si era sbarazzata del fazzoletto che aveva in testa al momento della liberazione, e del burqa colorato, regalo dei carcerieri, per ostentare un berretto rosso della Ferrari, una giacca di pelle Planet Hollywood e un paio di aggressivi occhiali da sole.
Qualche giorno dopo, intervistata dalla Bbc, confermava di essere stata trattata sempre con rispetto, ma non digeriva ancora le rigide regole religiose dei talebani: «Pazzesche. A una donna è proibito comprarsi abiti nuovi, mettere lo smalto sulle unghie e cantare». A dicembre, alla vigilia dell'uscita del libro sulla sua avventura, le sue critiche erano diventate più feroci, ma verso gli americani: «La Cia mi avrebbe voluta morta, per convincere l'opinione pubblica della necessità dei bombardamenti sull'Afghanistan». Accusava i servizi segreti di aver frugato nel suo appartamento londinese, impossessandosi di foto e documenti personali.
A marzo, Yvonne Ridley è tornata per una settimana a Kabul e a Jalalabad con la figlia Daisy, di nove anni. Doveva essere un giro del mondo, è stato un giro su se stessa. A maggio, in una conferenza tenuta alla Leicester University, la svolta era ormai questione di giorni: «Non so ancora se convertirmi all'Islam, ci sto pensando. Quando sono stata liberata, tutti si attendevano da me resoconti terrificanti, invece il popolo afghano è piacevole, simpatico. Ma l'Occidente non vuole sentire, perché non sta bene bombardare gente simpatica».
Ad agosto la decisione è presa. E a determinarla è stata la guerra in Medio Oriente: «Mi ha colpito il silenzio della chiesa cristiana, a parte il Papa, sull'aggressione israeliana alla Basilica della Natività, a Betlemme - spiega lei il suo distacco -. Ma la mia conversione avviene senza fretta. Leggo, domando, studio».
Il suo precettore, lo sceicco Mohammed Abdoulkheir Zaki Badawi, teologo e fondatore del Muslim College of Higher Education di Londra, ha parole di lode per l'allieva: «Deve soltanto imparare ancora a pregare». Il resto verrà da sé, e forse includerà il velo: «Gli uomini si comportano meglio, quando lo porti per strada».
La prossima volta che indosserà il burqa non sarà per superare un confine islamico di nascosto: «Detestavo il velo. Nella mia arroganza di occidentale credevo che quello che non piaceva a me fosse sgradevole per tutte le donne. Il burqa non è il simbolo dell'Islam, è soltanto un fatto culturale e tradizionale di una parte dell'Asia».
E se, alla fine, Yvonne Ridley fosse banalmente vittima della sindrome di Stoccolma, che lega morbosamente l'ostaggio ai suoi rapitori? «Assolutamente no» respinge il sospetto Yvonne Ridley. «Ho solo mantenuto un impegno: leggere il Corano».
Il talebano a cui l'aveva promesso non si sarebbe probabilmente atteso un simile risultato. Soprattutto dopo averla vista sfrecciare in auto con la figlia, qualche mese fa tra Kabul e Jalalabad: «Ero la prima donna al volante nel Paese, dai tempi precedenti il regime talebano». E allora? Le vie per il paradiso sono infinite, e nulla vieta di percorrerle in fuoristrada
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Fonte: Corriere della Sera 

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