|
24 agosto 2002
(nella
foto: il corpo del fotoreporter italiano)
«L’esercito
israeliano nega ogni responsabilità sulla morte di Raffaele?
Sono indignato. L’ultima immagine scattata da Raffaele
dimostra che è stato proprio il carro armato israeliano a
sparare la raffica che lo ha ucciso». Parla Lorenzo Zolfo,
cugino di Raffaele Ciriello, il fotoreporter ucciso a Ramallah
il 13 marzo scorso da cinque proiettili. Un portavoce militare
l’altro ieri ha dichiarato che l’inchiesta condotta dalle
forze armate israeliane esclude ogni coinvolgimento nella
morte del giornalista. «Basta vedere il video che ha girato
Raffaele prima di morire nel suo sito Internet
(www.ciriello.com) per capire come sono andate le cose. Spero
che il governo italiano non chiuda il caso». «Incredulità e
sconcerto» sono stati espressi dal presidente della
Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi: «Non
risultano soddisfatte le esigenze di verità sulla tragedia.
È indispensabile che il nostro governo chieda chiarimenti e
gli atti alle autorità israeliane. Le indagini della
magistratura italiana, a questo punto, debbono andare avanti
con rigore e serenità».
Il quotidiano israeliano Haaretz ha dedicato al caso
Ciriello un lungo articolo dal titolo «Una fine amara». Il
giornale osserva che le conclusioni dell’inchiesta militare
non sono mai state pubblicate né trasmesse all’ambasciata
italiana, che sta ancora attendendo i risultati. Pur non
giungendo ad alcuna conclusione, Haaretz ricorda come,
subito dopo l’uccisione di Ciriello un portavoce del governo
spiegò che «certamente» i militari avevano pensato che si
trattasse di un palestinese armato. Lo stesso ministro degli
Esteri Shimon Peres promise un’inchiesta «esauriente e
approfondita», i cui risultati sarebbero stati resi pubblici.
L’Italia - conclude Haaretz - non ha dimenticato: il
governo e l’esercito israeliano sì. Background
A
cinque
mesi dall’uccisione di Raffaele Ciriello, Israele ha ieri
ufficialmente negato che siano stati suoi militari a sparare
in direzione del fotoreporter italiano, colpito a morte il 13
marzo scorso da cinque proiettili a Ramallah. L’inchiesta
appena conclusa dalle forze armate israeliane (Idf) ha
stabilito - secondo un portavoce militare - che «non ci sono
prove, né conoscenza, che alcuna unità dell'Idf abbia aperto
il fuoco in direzione del fotografo». Ed esclude l’ipotesi
che l'Idf avesse «attivato alcun ordigno esplosivo in quel
momento e in quel posto».
Queste conclusioni contrastano tra l’altro con la versione
fornita da un testimone oculare, il giornalista televisivo
Amedeo Ricucci, secondo cui Ciriello fu colpito allo stomaco
da una raffica sparata da un carro armato israeliano distante
150-200 metri. Ricucci, giornalista di Tv7, il settimanale del
Tg1, ha così commentato i risultati dell’inchiesta: «Dal
momento che ho visto il carro armato pochi secondi prima che
lo vedesse Raffaele Ciriello, confermo che nella strada da cui
è partito il colpo c’era solo quel carro armato, non
c’erano individui, né erano in corso sparatorie. Siccome i
palestinesi non hanno carri armati ed è improbabile che
accanto o dietro al carro armato potesse esserci un
palestinese - aggiunge il giornalista - la conclusione su chi
sia stato a sparare mi sembra ovvia. Trovo meschino che
l'esercito israeliano continui a mentire su questa uccisione e
non si assuma le proprie responsabilità».
Raffaele Ciriello era un fotoreporter indipendente esperto,
aveva lavorato per dieci anni nelle zone di guerra, dal Medio
Oriente al Kosovo, dall’Africa all’Afghanistan. Era
sposato con Paola, avevano una bambina, Carolina, che oggi sta
per compiere due anni.
Secondo l’autopsia condotta in Italia, il reporter fu ucciso
da cinque colpi di arma da fuoco, uno vicino all'altro come in
una raffica. Il mattino che fu colpito in una strada di
Ramallah, stava compiendo un reportage con una videocamera
digitale. Immagini, poi visionate in Italia, che raccontano
gli ultimi istanti della sua vita. Con alcuni colleghi
Raffaele stava seguendo un gruppo di palestinesi armati nelle
vie di Ramallah, deserte per il coprifuoco israeliano. Le
immagini mostrano un angolo di una strada dal quale qualcuno,
un palestinese, con la maglia azzurra di una squadra di
calcio, spara qualche colpo di Kalashnikov. Passano due
minuti, la telecamera si dirige verso quello stesso angolo
fatale. Appena il tempo di sporgersi, scoprire la sagoma di un
carro armato. Si sente la raffica di un mitragliatore, si vede
la nuvola bianca dell'intonaco sbrecciato, l'obiettivo ruota
di lato e punta verso terra. Raffaele cade senza un grido.
Presentando i risultati dell’inchiesta, il portavoce
dell’esercito ha ribadito che «i giornalisti che entrano in
zone dove ci sono scontri a fuoco si mettono, coscientemente e
su loro responsabilità, in situazioni di pericolo
specialmente quando operano senza coordinare la loro attività
con i militari». Il portavoce ha espresso rammarico per «qualsiasi
danno causato a civili, inclusi gli operatori dei mass media».
Dal settembre 2000 - denuncia l’organizzazione «Reporter
senza frontiere» - 40 giornalisti sono stati feriti nei
Territori dal fuoco israeliano, due sono morti: Raffaele
Ciriello e il fotoreporter palestinese Imad Abu Zahra.
Fonte: Il Corriere della Sera
|