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4 settembre 2002
Lloyd
Mudiwa (nella foto), giornalista del Daily news, unico
quotidiano indipendente del paese, è stato più volte
bersaglio delle ritorsioni del governo. Mudiwa era stato
accusato di aver “abusato dei privilegi dei giornalisti e di
aver pubblicato informazioni false e tendenziose”.
Il 2 aprile è uscito di prigione in libertà provvisoria, ed
è in attesa di una decisione della Corte Suprema sulla
costituzionalità della sentenza che si è rifatta alla
legislazione sull’accesso all’informazione.
Harare, Zimbabwe
“Non un'altra
volta, no!” ho detto a me stesso quando ho visto la prima
pagina del quotidiano Herald del 9 agosto.
“Non un altro istante in quelle fetide celle”.
Essendo stato detenuto due notti nella stazione di polizia di
Harare, il 31 marzo e, scherzo d’aprile, il 1 aprile, per
aver scritto un articolo, quando ho visto la locandina dell’Herald
che recitava: “Il Daily news mente ancora” mi sono
sentito venir meno.
Il Ministro di grazia e giustizia e degli affari
costituzionali si è immediatamente appellato alla Procura
perché emettesse una formale accusa contro di me anche per
quest’ultimo articolo uscito sul Daily News.
Ero gia stato imprigionato in passato, per aver scritto un
articolo su una brutta storia di una donna decapitata da
probabili sostenitori di ZANU/PF, relativa alla politica di redistribuzione
delle terre che il presidente Mugabe ha avviato. Circa
duemicinquecento proprietari terrieri bianchi sono stati
obbligati a lasciare le loro fattorie.
La Corte Suprema aveva effettivamente dichiarato che,
esaminati i fatti in questione il Gabinetto Presidenziale
stava conducendo la cosa in modo illegale. Avevo iniziato a
preoccuparmi seriamente quando tre poliziotti erano entrati
nell’ufficio del mio collega Collin Chiwansa e mio, la
mattina del 31 marzo scorso. Mentre la polizia ci scortava
fuori dall’ufficio e gli altri impiegati cercavano di
contattare l’avvocato della redazione, gli agenti ci dissero
chiaramente che facevamo meglio a non coltivare nessuna
speranza di essere rilasciati perché, sicuramente, avremmo
passato la notte in cella.
Dal momento che volevano arrestare anche l’autista della
redazione, che quel giorno non era di turno, gli agenti ci
portarono fino alla sua abitazione nel quartiere di Mabvuku,
seguiti a distanza con un'altra auto dall’avvocato, il quale
temeva che ci portassero in qualche luogo sconosciuto da cui
avremmo potuto sparire.
Le
stesse autorità avevano detto all’avvocato che ci avrebbero
rilasciato sotto la sua custodia la stessa sera, “ma non fu
possibile trovare un ufficiale in servizio che controfirmasse
l’ordine di rilascio”. Una volta in cella dovetti
consegnare scarpe, cintura, calzini e orologio, e mi è stato
ordinato di consegnare o la camicia o la giacca; “è
permesso un solo capo a persona”, mi dissero. Avevo il
terrore che mi venisse un attacco d’asma. Quasi svenni
quando i miei piedi nudi toccarono il pavimento pieno
d’escrementi. Poi sbatterono la porta blindata della cella e
rimanemmo lì, chiusi in questo spazio angusto senza finestre,
disumanamente sporco e con una sorta di banco di legno da una
parte a fare da branda. L’odore era veramente insostenibile.
Per caso, il giorno dopo risultò essere una festa nazionale,
per cui non fummo rilasciati. Al contrario, il collega
americano corrispondente del quotidiano londinese Guardian,
Andrew Meldrum, ci raggiunse in cella. L’accusa nei suoi
confronti era di aver ripubblicato la storia, “falsa e
tendenziosa” da me inventata. La seconda nottata trascorse
chiacchierando del più e del meno, e naturalmente, del nostro
arresto e dello stato del giornalismo nello Zimbabwe.
Uscimmo il mattino successivo, e fu un sollievo
indescrivibile respirare una boccata d’aria fresca.
Gioia subito
spenta, perché appena arrivati
al Tribunale ci incatenarono assieme ad un'altra trentina di
detenuti, guidati giù per una scalinata buia e condotti fino
ad una cella dove attendemmo ore e ore che il nostro caso
venisse ascoltato. I nostri compagni erano tutti lì per
rapina, furto di cibo, furti vari, un giovane era accusato di
omicidio. Collin, Andrew ed io fummo rilasciati in libertà
provvisoria, così potei andare dritto a casa, farmi una
doccia bollente e portare i vestiti in lavanderia.
Le accuse contro Collin sono cadute subito, non aveva scritto
neanche una parola della mia storia. Dopo alcuni mesi Andrew
ricevette un ordine di espulsione dal paese .
Il mio caso è in esame presso la stessa Corte Suprema affinché determini la costituzionalità dell’imputazione.
A questo punto aspetto fiducioso, sperando che il mio ultimo
pezzo uscito in agosto non mi porti di nuovo in prigione.
traduzione: Jeff
Hoffman
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