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di Borzou
Daraghai (giornalista che da Teheran copre l'Asia centrale e
il Medio Oriente)
4 settembre 2002
La
rinascita dei media afghani è cominciata, paradossalmente,
con una bomba nascosta in una telecamera da due finti
giornalisti che facevano invece parte di Al Qaeda. Il 9
settembre l'ordigno - quasi certamente collegato ai fatti
dell'11 settembre, uccise Ahmed Shah Massud, il ''leone del
Panshir'', che aveva combattuto contro le milizie talebane sin
dalla metà degli anni '90.
L' esplosione nella base dell'Alleanza del nord nella
valle del Panshir, ferì gravemente anche Fahim Dashty, che
era stato scelto dai signori della guerra per la realizzazione
di film di propaganda. Braccia e gambe bruciate e insaguinate,
Dashty fu trasportato in aereo nel Tagichistan e da lì a
Parigi per essere curato.
Dal suo letto di ospedale entrò in contatto con un gruppo di
idealisti yuppies parigini che lo avrebbero aiutato a
rilanciare ''Kabul Weekly'', un tempo organo di Massud e
della sua fazione di mujaidin, come un settimanale
indipendente e imparziale.
''Tutto quello che ho fatto in passato - confessa - era solo
propaganda. C'era necessità di propaganda. Nessuno sapeva che
cosa i talebani stavano facendo al popolo dell'Afghanistan. Ma
ora, senza dubbio, ho imparato il valore della libertà di
stampa in Afghanistan''. E non è il solo.
Il paese di Dashty è ora una terra devastata, con un governo
debole che ha disperatamente bisogno di canali di
comunicazione che riescano a colmare le divisioni geografiche,
culturali e politiche.
E se l'instabile governo di transizione messo insieme alla
meglio dalla Loya Jirga di metà giugno darà
vita a una stampa indipendente e accessibile,
quell'obbiettivo sarà più realizzabile. I media afghani,
soprattutto intorno a Kabul, sono fioriti fin dalla sconfitta
dei talebani, sbocciati come mai era successo nella storia del
paese. Sono state lanciate più di 100 nuove pubblicazioni,
incluse dieci riviste femminili. La nuova legge sulla stampa
subito promulgata è piena di stravaganze e scappatoie che i
giornalisti sono molto contenti di poter utilizzare. ''E' così
- dice Dashty nel suo ufficio - Ora è veramente il solo reale
momento di libertà di stampa in Afghanistan''.
Naturalmente costruire qualcosa in una delle nazioni più
povere del mondo non è un compito facile. Il reddito pro
capite è di meno di 500 dollari all' anno. I telefoni non
funzionano fra città e città. I cellulari e i satellitari
sono arrivati ma costano molto di più di quanto i media
locali possano spendere. Radio Solh (Radio Pace), che ha la
sede a due ore a nord della capitale, riceva dal suo
corrispondente da Kabul i servizi via taxi. Meno di uno su tre
afghani sa leggere.
Un altra sfida molto complessa è trovare giornalisti
indipendenti in un ambiente in cui le posizioni politiche si
sono forgiate sul sangue versato e sulla retorica del
martirio. Massud, che per tutte le sue imprese era diventato
un signore della guerra che aveva ucciso altri afghani,
continua ad ossessionare. La sua foto campeggia ancora
negli studi di Radio Solh, l'unica stazione radio non
governativa del paese. E' esposta nella redazione di Kabul
Weekly. Un grosso ritratto di Massud spicca nei nuovi uffici
di Mihan, una rivista semestrale di cultura che recentemente
ha spostato la redazione dall'esilio in Iraq ai dintorni di
Kabul. ''Vogliamo essere indipendenti da Massud - dice Ebrahim
Kawesh, direttore politico di Radio Solh - ma bisogna che
venga il momento giiusto''.
Ma la complicata eredità di Massud ha anche qualche risvolto
positivo. I giornalisti afghani sventolano la sua foto come i
giornalisti americani fanno col primo emendamento e se i loro
progetti - come Kabul Weekly o Radio Solh - sono riusciti lo
devono anche al fatto che così godono di una certa immunità
nei confronti degli attacchi, delle censure e delle eventuali
intimidazioni da parte degli ambienti del potere.
E
poi ci sono i signori della guerra. Hamid Karzai può essere
un sincero democratico che ha vissuto negli Usa e capisce il
valore di una stampa indipendente, ma i vecchi comandanti
mujaidin che controllano tutto tranne l'area di Kabul non lo
sono di certo. Hanno le mani sporche del sangue innocente
versato e non vedono certo di buon occhio dei giornalisti
indipendenti che potrebbero scavare nei loro misfatti del
passato.
La nascente stampa afghana è stimolata da Ong
straniere come ''Aina'', un gruppo senza fini di lucro,
finanziato in parte dall'Unesco con l'obbiettivo di aiutare la
nascita di nuovi media. Alcuni dei suoi addetti - in gran
parte laureati in qualcuna delle business school francesi -
sono dei ''rifugiati'' provenienti dalla bolla internet, e
probabilmente non è una coincidenza se Aina opera come una
dot-com in incubazione: vorrebbe diventare una sorta di
editore che valuta proposte di organizzazioni a cui garantire
un po' di soldi, un piccolo spazio in cui lavorare e un po' di
sostegno morale.
Nel complesso in rovina dove Aina si è sistemata, di fronte
al ministero degli esteri, ci sono gli uffici di Kabul Weekly e
di Malali, una rivista femminile sostenuta dal francese Marie
Claire. Un recente numero pubblicava una intervista con
‘’la sola donna paracadutista dell’Afghanistan’’ e
un articolo intitolato: ‘’I diritti delle donne
calpestati’’, che affronta il tema scabroso della paura
maschile per la liberazione delle donne. Un’altra rivista
femminile, Roz, è sostenuta dal francese Elle.
Nello stesso complesso c’è la redazione di Zanbil-e-Gham,
un pungente mensile satirico realizzato da Osman Akran, un ex
ingegnere che aveva avuto abbastanza coraggio da pubblicare
quindici edizioni undergorund della sua rivista durante i
durissimi anni dei talebani.
Akram e altri stanno ora affrontando un grosso rischio dato
che andando oltre i
limiti di quello che è
permesso possono essere costretti a chiudere.
Non si rendono conto che per il momento la libertà di
stampa è garantita solo relativamente. Forse più che in
altri popoli del mondo, gli afghani sanno che l’orologio può
girare al contrario e molti hanno seguito le vicende
dell’Iran, dove la stampa indipendente è stata brutalmente
colpita dal governo clericale alla fine degli anni ’90.
Lo sprint per espandere la libertà cominciò proprio
pochissime ore dopo che i talebani avevano lasciato Kabul a
novembre. Un gruppo di operatori radiotelevisivi e i mujadin
dell’Alleanza del nord riscossero Jamila Mujahed dal suo
sonno e chiesero alla più famosa donna del sistema
radiotelevivo afghano se voleva essere la prima voce femminile
del paese dopo la
caduta dei talebani.
Jamila Mujahed non ebbe alcuna esitazione. In pantofole, nel
caos bellico che ancora dominava Kabul, fu accompagnata negli
studi. Tutti i trasmettitori erano stati distrutti nella
campagna di bombardamenti americani; i tecnici però riuscirono a rimettere in funzione un vecchio
trasmettitore da dieci kilowatt. Si poteva trasmettere fino a
poche miglia fuori Kabul. Le prime parole di Mujahed furono
una frase da libro di storia: ‘’Cari amici cittadini di
Kabul, i taleban hanno lasciato la città’’.
Ma Mujahed, che è direttore di Malalai e lavora
contemporaneamente in tv, dice di essere rimasta comunque
terrificata dal fatto che qualcuno degli ex signori della
guerra continuano ora a comandare in Afghanistan. ‘’Molti
degli attuali leader del paese avevano sequestrato e ucciso
donne in nome dell’Islam’’, afferma.
Appena delle voci di donne cominciarono ad essere trasmesse da
Radio Sohl, nello scorso ottobre, uno dei signori della guerra
denunciò il fatto come immorale, minacciando che si sarebbe
occupato lui della cosa con le sue mani. Dopo aver chiesto che
le donne smettessero
di trasmettere in radio per qualche giorno, Mohammad Fahim, il
successore di Massud, le fece tornare al lavoro. Ma Rasoul
Sayef, il signore della guerra che aveva provocato quella
crisi è rimasto un potente rappresentante
dell’amministrazione giudiziaria afgana.
Tranne Radio Solh, tutte le stazioni radiotelevisive in
Afghanistan sono di proprietà del governo e c’è una
scarsità di richieste di realizzare nuove strutture
nonostante il problema dell’ analfabetismo. E la grande
maggioranza dei maggiori operatori radiotelevisivi hanno poi
legami con questo o quel gruppo politico.
Un professionista che è rimasto indipendente dai conflitti
del passato è Barry Salaam, il maturo ventitreenne
responsabile di ‘’Good morning Afghanistan’’, un
programma indipendente di un’ora, ospitato dalla governativa
Radio Afghanistan, che viene prodotto in Dari e Pasto, le due
principali lingue del paese. La sua capacità di parlare
fluentemente in entrambe le lingue gli consente di rivolgersi
ad entrambi in un paese in cui l’ostilità fra i due gruppi
etno-linguistici rimane alta.
Salaam, durante gli anni dei talebani, è stato a Kabul
studiando giornalismo e realizzando la newsletter quotidiana
del Comitato internazionale della Croce Rossa.
E’ un uomo prudente. Il giornalismo in Afghanistan, anche se
questo è un periodo di relativa libertà, richiede sangue
freddo. E un uomo dal forte autocontrollo come Salaam può
essere la persona perfetta per farlo. ‘’Quando hai una
indipendenza editoriale in una situazione come questa – dice
– non puoi pensare di fare qualsiasi cosa per accelerare il
processo di pace. Non puoi usare tutta la tua libertà in una
volta sola. Dobbiamo andare avanti gradualmente. Dobbiamo fare
in modo che la gente capisca come noi diamo le notizie.
Dobbiamo stare molto attenti alla nostra libertà’’.
In questo senso il suo ‘’Good morning Afghanistan’’ è
un programma ordinario: i fatti del giorno, il tempo, il
traffico e lo sport. Con un piccolo tocco di irriverenza
giornalistica. ‘’Abbiamo messo sulla graticola il nostro
ministro dei lavori pubblici chiedendo quando si sarebbe
deciso a livellare le buche nelle nostre strade – racconta -
Due settimane dopo avevano per le strade un nostro reporter
che descriveva i lavori in corso per eliminare le buche.
"Adoro questa storia’’.
traduzione: Pino Rea
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