torna alla HOMEPAGE


In onda Radio Kabul
Le emittenti afghane tornano a trasmettere. Le attrezzature arrivano da Iran, Uzbekistan, Danimarca, Olanda. Gli Usa stanziano 19,5 milioni di dollari per Radio Free Afghanistan in lingua dari e pashto


Operazione "Enduring Freedom"

Tra libertà di informazione, censura di guerra e autocensura
(ottobre 2001 - gennaio 2002)



Afghanistan: la nascente stampa libera coglie l'attimo (ma con cautela)

articolo tratto dal numero di luglio-agosto della Columbia journalism review (www.cjr.org)

di Borzou Daraghai (giornalista che da Teheran copre l'Asia centrale e il Medio Oriente) 
4 settembre 2002


La rinascita dei media afghani è cominciata, paradossalmente, con una bomba nascosta in una telecamera da due finti giornalisti che facevano invece parte di Al Qaeda. Il 9 settembre l'ordigno - quasi certamente collegato ai fatti dell'11 settembre, uccise Ahmed Shah Massud, il ''leone del Panshir'', che aveva combattuto contro le milizie talebane sin dalla metà degli anni '90.
L' esplosione nella base dell'Alleanza del nord nella valle del Panshir, ferì gravemente anche Fahim Dashty, che era stato scelto dai signori della guerra per la realizzazione di film di propaganda. Braccia e gambe bruciate e insaguinate, Dashty fu trasportato in aereo nel Tagichistan e da lì a Parigi per essere curato.
Dal suo letto di ospedale entrò in contatto con un gruppo di idealisti yuppies parigini che lo avrebbero aiutato a rilanciare ''Kabul Weekly'', un tempo organo di Massud e della sua fazione di mujaidin, come un settimanale indipendente e imparziale. 
''Tutto quello che ho fatto in passato - confessa - era solo propaganda. C'era necessità di propaganda. Nessuno sapeva che cosa i talebani stavano facendo al popolo dell'Afghanistan. Ma ora, senza dubbio, ho imparato il valore della libertà di stampa in Afghanistan''. E non è il solo.
Il paese di Dashty è ora una terra devastata, con un governo debole che ha disperatamente bisogno di canali di comunicazione che riescano a colmare le divisioni geografiche, culturali e  politiche. E se l'instabile governo di transizione messo insieme alla meglio dalla Loya Jirga di metà giugno darà  vita a una stampa indipendente e accessibile, quell'obbiettivo sarà più realizzabile. I media afghani, soprattutto intorno a Kabul, sono fioriti fin dalla sconfitta dei talebani, sbocciati come mai era successo nella storia del paese. Sono state lanciate più di 100 nuove pubblicazioni, incluse dieci riviste femminili. La nuova legge sulla stampa subito promulgata è piena di stravaganze e scappatoie che i giornalisti sono molto contenti di poter utilizzare. ''E' così - dice Dashty nel suo ufficio - Ora è veramente il solo reale momento di libertà di stampa in Afghanistan''.

Naturalmente costruire qualcosa in una delle nazioni più povere del mondo non è un compito facile. Il reddito pro capite è di meno di 500 dollari all' anno. I telefoni non funzionano fra città e città. I cellulari e i satellitari sono arrivati ma costano molto di più di quanto i media locali possano spendere. Radio Solh (Radio Pace), che ha la sede a due ore a nord della capitale, riceva dal suo corrispondente da Kabul i servizi via taxi. Meno di uno su tre afghani sa leggere.
Un altra sfida molto complessa è trovare giornalisti indipendenti in un ambiente in cui le posizioni politiche si sono forgiate sul sangue versato e sulla retorica del martirio. Massud, che per tutte le sue imprese era diventato un signore della guerra che aveva ucciso altri afghani, continua ad ossessionare. La sua foto campeggia ancora  negli studi di Radio Solh, l'unica stazione radio non governativa del paese. E' esposta nella redazione di Kabul Weekly. Un grosso ritratto di Massud spicca nei nuovi uffici di Mihan, una rivista semestrale di cultura che recentemente ha spostato la redazione dall'esilio in Iraq ai dintorni di Kabul. ''Vogliamo essere indipendenti da Massud - dice Ebrahim Kawesh, direttore politico di Radio Solh - ma bisogna che venga il momento giiusto''.
Ma la complicata eredità di Massud ha anche qualche risvolto positivo. I giornalisti afghani sventolano la sua foto come i giornalisti americani fanno col primo emendamento e se i loro progetti - come Kabul Weekly o Radio Solh - sono riusciti lo devono anche al fatto che così godono di una certa immunità nei confronti degli attacchi, delle censure e delle eventuali intimidazioni da parte degli ambienti del potere.
E poi ci sono i signori della guerra. Hamid Karzai può essere un sincero democratico che ha vissuto negli Usa e capisce il valore di una stampa indipendente, ma i vecchi comandanti mujaidin che controllano tutto tranne l'area di Kabul non lo sono di certo. Hanno le mani sporche del sangue innocente versato e non vedono certo di buon occhio dei giornalisti indipendenti che potrebbero scavare nei loro misfatti del passato.  La nascente stampa afghana è stimolata da Ong straniere come ''Aina'', un gruppo senza fini di lucro, finanziato in parte dall'Unesco con l'obbiettivo di aiutare la nascita di nuovi media. Alcuni dei suoi addetti - in gran parte laureati in qualcuna delle business school francesi - sono dei ''rifugiati'' provenienti dalla bolla internet, e probabilmente non è una coincidenza se Aina opera come una dot-com in incubazione: vorrebbe diventare una sorta di editore che valuta proposte di organizzazioni a cui garantire un po' di soldi, un piccolo spazio in cui lavorare e un po' di sostegno morale.
Nel complesso in rovina dove Aina si è sistemata, di fronte al ministero degli esteri, ci sono gli uffici di Kabul Weekly  e di Malali, una rivista femminile sostenuta dal francese Marie Claire. Un recente numero pubblicava una intervista con ‘’la sola donna paracadutista dell’Afghanistan’’ e un articolo intitolato: ‘’I diritti delle donne calpestati’’, che affronta il tema scabroso della paura maschile per la liberazione delle donne. Un’altra rivista femminile, Roz, è sostenuta dal francese Elle.
Nello stesso complesso c’è la redazione di Zanbil-e-Gham, un pungente mensile satirico realizzato da Osman Akran, un ex ingegnere che aveva avuto abbastanza coraggio da pubblicare quindici edizioni undergorund della sua rivista durante i durissimi anni dei talebani.
Akram e altri stanno ora affrontando un grosso rischio dato che andando oltre i limiti di quello che è permesso possono essere costretti a chiudere. Non si rendono conto che per il momento la libertà di stampa è garantita solo relativamente. Forse più che in altri popoli del mondo, gli afghani sanno che l’orologio può girare al contrario e molti hanno seguito le vicende dell’Iran, dove la stampa indipendente è stata brutalmente colpita dal governo clericale alla fine degli anni ’90.
Lo sprint per espandere la libertà cominciò proprio pochissime ore dopo che i talebani avevano lasciato Kabul a novembre. Un gruppo di operatori radiotelevisivi e i mujadin dell’Alleanza del nord riscossero Jamila Mujahed dal suo sonno e chiesero alla più famosa donna del sistema radiotelevivo afghano se voleva essere la prima voce femminile del paese dopo la caduta dei talebani. 
Jamila Mujahed non ebbe alcuna esitazione. In pantofole, nel caos bellico che ancora dominava Kabul, fu accompagnata negli studi. Tutti i trasmettitori erano stati distrutti nella campagna di bombardamenti americani; i tecnici però riuscirono a rimettere in funzione un vecchio trasmettitore da dieci kilowatt. Si poteva trasmettere fino a poche miglia fuori Kabul. Le prime parole di Mujahed furono una frase da libro di storia: ‘’Cari amici cittadini di Kabul, i taleban hanno lasciato la città’’.  Ma Mujahed, che è direttore di Malalai e lavora contemporaneamente in tv, dice di essere rimasta comunque terrificata dal fatto che qualcuno degli ex signori della guerra continuano ora a comandare in Afghanistan. ‘’Molti degli attuali leader del paese avevano sequestrato e ucciso donne in nome dell’Islam’’, afferma.
Appena delle voci di donne cominciarono ad essere trasmesse da Radio Sohl, nello scorso ottobre, uno dei signori della guerra denunciò il fatto come immorale, minacciando che si sarebbe occupato lui della cosa con le sue mani. Dopo aver chiesto che le donne  smettessero di trasmettere in radio per qualche giorno, Mohammad Fahim, il successore di Massud, le fece tornare al lavoro. Ma Rasoul Sayef, il signore della guerra che aveva provocato quella crisi è rimasto un potente rappresentante dell’amministrazione giudiziaria afgana.
Tranne Radio Solh, tutte le stazioni radiotelevisive in Afghanistan sono di proprietà del governo e c’è una scarsità di richieste di realizzare nuove strutture nonostante il problema dell’ analfabetismo. E la grande maggioranza dei maggiori operatori radiotelevisivi hanno poi legami con questo o quel gruppo politico.
Un professionista che è rimasto indipendente dai conflitti del passato è Barry Salaam, il maturo ventitreenne responsabile di ‘’Good morning Afghanistan’’, un programma indipendente di un’ora, ospitato dalla governativa Radio Afghanistan, che viene prodotto in Dari e Pasto, le due principali lingue del paese. La sua capacità di parlare fluentemente in entrambe le lingue gli consente di rivolgersi ad entrambi in un paese in cui l’ostilità fra i due gruppi etno-linguistici rimane alta.
Salaam, durante gli anni dei talebani, è stato a Kabul studiando giornalismo e realizzando la newsletter quotidiana del Comitato internazionale della Croce Rossa.
E’ un uomo prudente. Il giornalismo in Afghanistan, anche se questo è un periodo di relativa libertà, richiede sangue freddo. E un uomo dal forte autocontrollo come Salaam può essere la persona perfetta per farlo. ‘’Quando hai una indipendenza editoriale in una situazione come questa – dice – non puoi pensare di fare qualsiasi cosa per accelerare il processo di pace. Non puoi usare tutta la tua libertà in una volta sola. Dobbiamo andare avanti gradualmente. Dobbiamo fare in modo che la gente capisca come noi diamo le notizie. Dobbiamo stare molto attenti alla nostra libertà’’.
In questo senso il suo ‘’Good morning Afghanistan’’ è un programma ordinario: i fatti del giorno, il tempo, il traffico e lo sport. Con un piccolo tocco di irriverenza giornalistica. ‘’Abbiamo messo sulla graticola il nostro ministro dei lavori pubblici chiedendo quando si sarebbe deciso a livellare le buche nelle nostre strade – racconta - Due settimane dopo avevano per le strade un nostro reporter che descriveva i lavori in corso per eliminare le buche. 
"Adoro questa storia’’. 


traduzione: Pino Rea

    per ulteriori informazioni e per scriverci: isf@fol.it