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La centralità dei media nell'esperienza umana - dai comportamenti della vita quotidiana all'esercizio del potere, alla produzione culturale - è ormai un dato ineludibile. Ai media non si può sfuggire e oggi essi decidono della nostra capacità o incapacità di dare senso al mondo in cui viviamo. Lo studio dei media diventa allora, per l'autore di questo volume, una vera e propria impresa intellettuale, che va sottratta tanto all'empirismo centrato sugli indici di ascolto quanto alla tirannia del determinismo tecnologico. Per affrontare i media abbiamo bisogno di sensibilità storica e sociologica, così come di disponibilità a ripensare e ridiscutere molte delle categorie attraverso cui leggiamo la realtà: tecnologia, poetica, erotismo, rappresentazione, consumo, comunità, globalità, fiducia, memoria. Un'occasione preziosa per guardare con più consapevolezza al nostro mondo "intensamente mediatico".

Roger Silverstone insegna Media and Communications nella London School of Economics and Political Science. Il Mulino ha pubblicato nel 2000 il suo "Televisione e vita quotidiana"


Dietro le quinte del quarto potere
I linguaggi sconosciuti di televisione, stampa e Internet, nonché la concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione nelle mani di poche grandi corporation nel saggio di Roger Silverstone «Perché studiare i media?» pubblicato da Il Mulino

di Sebastiano Triulzi 
6 settembre 2002


Nella costruzione della nostra identità, nella formazione delle nostre esperienze, nella continua e spesso insoddisfatta ricerca dei significati del mondo, i media ci offrono punti di riferimento per noi a volte essenziali, senza i quali ci sentiremmo inevitabilmente persi. Isaiah Berlin ha scritto che i media sono «parti del tessuto generale dell'esperienza», e davvero essi sono in grado di dischiudere ai nostri occhi realtà alle quali altrimenti non avremmo accesso, rendendo intelligibile l'universo in cui viviamo. Eppure i media sono come mostri bifronti, connettono ma al tempo stesso separano, includono e al tempo stesso escludono, reclamano una assoluta libertà di espressione e poi rivendicano diritti di sorveglianza e di controllo. Ecco perché è essenziale, ci dice Roger Silverstone in un saggio pubblicato dal Mulino (Perché studiare i media? pp. 256, ? 16,00), comprendere come funzionano i media, capire in che modo partecipano alla vita sociale, conoscere quale tipo di pressione esercitano sulle nostre menti e sulle nostre anime: «Data l'onnipresenza e la centralità dei media elettronici nella vita quotidiana», scrive Silverstone, è necessario studiare i mezzi di comunicazione di massa «perché abbiamo bisogno di capire come contribuiscono all'esercizio del potere». Silverstone, che è docente di media and communications nella London School of Economics, sostine infatti che i media sono soggetti «inscritti nel processo politico stesso», e in quanto tali gestiscono un enorme potere: influenzano e modificano gerarchie precostituite, spostano «l'equilibrio del potere» fra lo stato e i cittadini. Il vero pericolo risiede allora nel potere assunto dal capitalismo globale in quanto «possessore» delle trasmissioni digitali e dei suoi contenuti, nel suo arrogarsi il privilegio di aprire e chiudere le porte della comunicazione: «tutto dipende - afferma Silverstone - da chi detiene la proprietà e il controllo». Negli ultimi tempi si è discusso molto intorno a due «conquiste irrinunciabili della nostra democrazia»: la libertà di informazione e il diritto per tutti i cittadini di accedere ai mezzi di comunicazione di massa. Recentemente, lo stesso residente Ciampi ha voluto inviare un messaggio alle camere per chiedere di emanare una legge di sistema in grado di regolare il settore dell'informazione, tutelando al contempo la pluralità dei media e la libera concorrenza. Che il tema sia, per l'inquilino del Colle, di importanza capitale lo dimostra il fatto che l'intervento ha rappresentato, per la prima volta da tre anni a questa parte, l'abbandono di quel ruolo «silente ma non assente» che ne ha contraddistinto fino ad ora l'operato, ruolo culminato nel suo silenzio intorno ai tragici fatti di Genova di oltre un anno fa. L'immagine, invero desolante, del parlamento vuoto è stata la risposta che Ciampi ha avuto al suo messaggio: tanto più assordante questo altro silenzio delle camere, in quanto già per l'autunno prossimo è prevista la presentazione di una bozza della nuova normativa sulle telecomunicazioni, e non a caso il ministro Gasparri, durante un recente convegno organizzato dall'«Istituto per lo studio dell'innovazione nei media e per la multimedialità» (Isimm), ha annunciato che proprio per questa legge chiederà una delega al Governo, sottraendo di fatto la funzione legislativa al parlamento e trasferendola all'esecutivo.
Per tornare al libro di Silverstone, è certo auspicabile la necessità di una regolamentazione che vada di pari passo con il progresso tecnologico in virtù anche «del crescente predominio nell'industria globale da parte di poche corporations multinazionali»: una regolamentazione che può essere perseguita soltanto «sulla base di una legislazione antitrust» seria ed efficace, in grado di impedire l'avvento del monopolio nel settore dei media. La biografia di Silverstone non fa di lui un pericoloso bolscevico, eppure questa è l'accusa che molti gli muoverebbero se questo concetto egli l'avesse formulato in Italia, là dove pende, come un cappio al collo dell'informazione, il fattore B., per usare l'espressione coniata dallo stesso Gianni Letta. Il fatto che l'imprenditore B. agisca in una situazione di monopolio privato, e che il politico B. detenga le chiavi della televisione pubblica, non solo crea una concentrazione di potere spaventosa, ma non fa di certo ben sperare in vista di una nuova legge che dovrebbe determinare la fine di questa anomalia italiana. La necessità di una «nuova politica dei media - continua Silverstone - è però qualcosa di più ampio dei dibattiti sulla regolamentazione: tutti noi dobbiamo sapere come lavorano i media e dobbiamo sapere come leggere e comprendere ciò che vediamo e ascoltiamo». Per lo studioso anglosassone, il principio etico irrinunciabile che dovrebbe guidare «una nuova politica dei media» è quello della educazione, importante quanto e forse anche più di una buona legge. Non facciamo altro che spostarci dentro e fuori una spazio mediale, avverte Silverstone, da una connessione all'altra, dalla radio al giornale, dal telefono al libro, dallo stereo a Internet, dal computer alla televisione, eppure non vi è nessuno che ci insegni a decriptare i messaggi; nessuno che ci dica su quali meccanismi si fondano i media, come agiscono su di noi, a quali regole e finalità corrispondano. Il saggio Perché studiare i media? ha quindi il pregio di indicarci una strada da percorrere e insieme di ricordarci quale cospicuo rilievo conservi nella nostra società il processo di alfabetizzazione, almeno rispetto a quei codici e a quei linguaggi, per molti sconosciuti, utilizzati quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa. Non per nulla il rapporto annuale sulla comunicazione, stilato dal Censis in collaborazione con l'Ucsi, individua i poveri dei media, uomini e donne cioè che utilizza un solo un solo media, la televisione per l'appunto, che generalmente possiede un livello di istruzione molto basso. L'«illitteralità» è così una delle precondizioni della forza persuasiva dei media. Parallelamente, chi guarda molto la televisione è probabile che sviluppi una visione del mondo coincidente con la rappresentazione che ne dà il mezzo televisivo. In Brainframes, il direttore del McLuhan Project Derrick de Kerckhove spiega la diversità della televisione rispetto al cinema o alla stampa nel fatto che con i suoi repentini cambi di immagine e di sequenze essa non consente allo spettatore una decodifica interiore: in sostanza la televisione non lascia il tempo di riflettere su quanto stiamo guardando, ed una delle conseguenze è che essa agisce in modo attrattivo sul corpo, con tanto di potere di assuefazione. Nella natura stessa della televisione è d'altronde insita la corda della seduzione: «le industrie dei media - sostiene Silverstone - sono strutturate per rendere il piacere accessibile, facile ed eterno», e ciò accade poiché nella realtà di tutti i giorni siamo soliti ricercare continue sensazioni fisiche. Infatti, attraverso semplici operazioni, quali accendere la televisione o connettersi ad Internet, noi oltrepassiamo lo spazio fisico e entriamo in un altro mondo, capace di generare l'illusione della realtà, e alle volte anche la realtà stessa: il funzionamento di questo meccanismo è reso possibile grazie alla fiducia che noi siamo soliti accordare ai media. In tempi di crisi, come è avvenuto per esempio dopo l'11 settembre, compriamo più giornali e guardiamo più telegiornali, proprio perché abbiamo bisogno di essere «immunizzati dalla paura, dall'ansia che ci tormenta per un mondo ad alto rischio»: al contempo i media ci chiedono di accettare la loro autorità e ci invitano a credere in ciò che osserviamo e ascoltiamo. L'uso strumentale di questa fiducia è ben visibile, ad esempio, durante le elezioni, o negli appelli politici, in cui si tende sempre più a consolidare l'attendibilità dei contendenti e a puntare sulle loro caratteristiche personali. Un fenomeno questo inaugurato da Nixon e chiamato presidenzialismo, in cui la politica viene ridotta alla stregua di una merce; in cui lo slogan è, vi abbiamo servito, o vi serviremo, bene, perciò fidatevi di noi, e il triste risultato è il trasferimento della politica, armi e bagagli, al mezzo televisivo. Ecco perché è necessario verificare continuamente la validità di ciò che vediamo e di ciò che sentiamo: dietro l'angolo esistono distonie e conflitti non raffigurati, esistono concetti ed esperienze non rappresentati, esistono cose che non riusciamo a scorgere e cose che ci traggono in inganno. Il fatto che i media contribuiscano tanto alla costruzione delle nostre certezze quanto a quella delle nostre incertezze, ci obbliga a considerarli sostanzialmente amorali: dal momento che i mezzi di comunicazione creano distanze e le spacciano come vicinanza, dal momento che operano delle connessioni che invece ci tengono separati, dal momento che riducono la visibilità dell'altro da noi, isolandolo e confinandolo in un limbo, non resta che prendere atto che «il mondo digitale è destinato a mentire». L'esempio più significativo viene dalla guerra del Golfo, che, come ha sostenuto Baudrillard, non ha avuto luogo, poiché la televisione, anche se è intervenuta, in realtà non ci ha connesso. E allora comprendere il ruolo dei media nel nostro mondo significa capire che la tecnologia può anche annullare l'altro, ma anche che senza l'altro noi siamo persi: «esaminando le radici della rappresentazione e i modi in cui i media forniscono un accesso all'Altro materiale e simbolico, esaminando come vanno gestite e valutate le relazioni fra noi e gli altri, e arrivando a comprendere queste relazioni come l'origine della lotta per la vita morale, lo studio dei media arriva al cuore di quella che dobbiamo considerare la condizione umana».

pp. 264 , € 16,00
88-15-08425-8
anno di pubblicazione 2002

fonte: Informationguerrilla

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