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di Sebastiano
Triulzi
6 settembre 2002
Nella
costruzione della nostra identità, nella formazione delle
nostre esperienze, nella continua e spesso insoddisfatta
ricerca dei significati del mondo, i media ci offrono punti di
riferimento per noi a volte essenziali, senza i quali ci
sentiremmo inevitabilmente persi. Isaiah Berlin ha scritto che
i media sono «parti del tessuto generale dell'esperienza», e
davvero essi sono in grado di dischiudere ai nostri occhi
realtà alle quali altrimenti non avremmo accesso, rendendo
intelligibile l'universo in cui viviamo. Eppure i media sono
come mostri bifronti, connettono ma al tempo stesso separano,
includono e al tempo stesso escludono, reclamano una assoluta
libertà di espressione e poi rivendicano diritti di
sorveglianza e di controllo. Ecco perché è essenziale, ci
dice Roger Silverstone in un saggio pubblicato dal Mulino
(Perché studiare i media? pp. 256, ? 16,00), comprendere come
funzionano i media, capire in che modo partecipano alla vita
sociale, conoscere quale tipo di pressione esercitano sulle
nostre menti e sulle nostre anime: «Data l'onnipresenza e la
centralità dei media elettronici nella vita quotidiana»,
scrive Silverstone, è necessario studiare i mezzi di
comunicazione di massa «perché abbiamo bisogno di capire
come contribuiscono all'esercizio del potere». Silverstone,
che è docente di media and communications nella London School
of Economics, sostine infatti che i media sono soggetti «inscritti
nel processo politico stesso», e in quanto tali gestiscono un
enorme potere: influenzano e modificano gerarchie
precostituite, spostano «l'equilibrio del potere» fra lo
stato e i cittadini. Il vero pericolo risiede allora nel
potere assunto dal capitalismo globale in quanto «possessore»
delle trasmissioni digitali e dei suoi contenuti, nel suo
arrogarsi il privilegio di aprire e chiudere le porte della
comunicazione: «tutto dipende - afferma Silverstone - da chi
detiene la proprietà e il controllo». Negli ultimi tempi si
è discusso molto intorno a due «conquiste irrinunciabili
della nostra democrazia»: la libertà di informazione e il
diritto per tutti i cittadini di accedere ai mezzi di
comunicazione di massa. Recentemente, lo stesso residente
Ciampi ha voluto inviare un messaggio alle camere per chiedere
di emanare una legge di sistema in grado di regolare il
settore dell'informazione, tutelando al contempo la pluralità
dei media e la libera concorrenza. Che il tema sia, per
l'inquilino del Colle, di importanza capitale lo dimostra il
fatto che l'intervento ha rappresentato, per la prima volta da
tre anni a questa parte, l'abbandono di quel ruolo «silente
ma non assente» che ne ha contraddistinto fino ad ora
l'operato, ruolo culminato nel suo silenzio intorno ai tragici
fatti di Genova di oltre un anno fa. L'immagine, invero
desolante, del parlamento vuoto è stata la risposta che
Ciampi ha avuto al suo messaggio: tanto più assordante questo
altro silenzio delle camere, in quanto già per l'autunno
prossimo è prevista la presentazione di una bozza della nuova
normativa sulle telecomunicazioni, e non a caso il ministro
Gasparri, durante un recente convegno organizzato dall'«Istituto
per lo studio dell'innovazione nei media e per la
multimedialità» (Isimm), ha annunciato che proprio per
questa legge chiederà una delega al Governo, sottraendo di
fatto la funzione legislativa al parlamento e trasferendola
all'esecutivo.
Per tornare al libro di Silverstone, è certo auspicabile la
necessità di una regolamentazione che vada di pari passo con
il progresso tecnologico in virtù anche «del crescente
predominio nell'industria globale da parte di poche
corporations multinazionali»: una regolamentazione che può
essere perseguita soltanto «sulla base di una legislazione
antitrust» seria ed efficace, in grado di impedire l'avvento
del monopolio nel settore dei media. La biografia di
Silverstone non fa di lui un pericoloso bolscevico, eppure
questa è l'accusa che molti gli muoverebbero se questo
concetto egli l'avesse formulato in Italia, là dove pende,
come un cappio al collo dell'informazione, il fattore B., per
usare l'espressione coniata dallo stesso Gianni Letta. Il
fatto che l'imprenditore B. agisca in una situazione di
monopolio privato, e che il politico B. detenga le chiavi
della televisione pubblica, non solo crea una concentrazione
di potere spaventosa, ma non fa di certo ben sperare in vista
di una nuova legge che dovrebbe determinare la fine di questa
anomalia italiana. La necessità di una «nuova politica dei
media - continua Silverstone - è però qualcosa di più ampio
dei dibattiti sulla regolamentazione: tutti noi dobbiamo
sapere come lavorano i media e dobbiamo sapere come leggere e
comprendere ciò che vediamo e ascoltiamo». Per lo studioso
anglosassone, il principio etico irrinunciabile che dovrebbe
guidare «una nuova politica dei media» è quello della
educazione, importante quanto e forse anche più di una buona
legge. Non facciamo altro che spostarci dentro e fuori una
spazio mediale, avverte Silverstone, da una connessione
all'altra, dalla radio al giornale, dal telefono al libro,
dallo stereo a Internet, dal computer alla televisione, eppure
non vi è nessuno che ci insegni a decriptare i messaggi;
nessuno che ci dica su quali meccanismi si fondano i media,
come agiscono su di noi, a quali regole e finalità
corrispondano. Il saggio Perché studiare i media? ha quindi
il pregio di indicarci una strada da percorrere e insieme di
ricordarci quale cospicuo rilievo conservi nella nostra società
il processo di alfabetizzazione, almeno rispetto a quei codici
e a quei linguaggi, per molti sconosciuti, utilizzati
quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa. Non per
nulla il rapporto annuale sulla comunicazione, stilato dal
Censis in collaborazione con l'Ucsi, individua i poveri dei
media, uomini e donne cioè che utilizza un solo un solo
media, la televisione per l'appunto, che generalmente possiede
un livello di istruzione molto basso. L'«illitteralità» è
così una delle precondizioni della forza persuasiva dei
media. Parallelamente, chi guarda molto la televisione è
probabile che sviluppi una visione del mondo coincidente con
la rappresentazione che ne dà il mezzo televisivo. In
Brainframes, il direttore del McLuhan Project Derrick de
Kerckhove spiega la diversità della televisione rispetto al
cinema o alla stampa nel fatto che con i suoi repentini cambi
di immagine e di sequenze essa non consente allo spettatore
una decodifica interiore: in sostanza la televisione non
lascia il tempo di riflettere su quanto stiamo guardando, ed
una delle conseguenze è che essa agisce in modo attrattivo
sul corpo, con tanto di potere di assuefazione. Nella natura
stessa della televisione è d'altronde insita la corda della
seduzione: «le industrie dei media - sostiene Silverstone -
sono strutturate per rendere il piacere accessibile, facile ed
eterno», e ciò accade poiché nella realtà di tutti i
giorni siamo soliti ricercare continue sensazioni fisiche.
Infatti, attraverso semplici operazioni, quali accendere la
televisione o connettersi ad Internet, noi oltrepassiamo lo
spazio fisico e entriamo in un altro mondo, capace di generare
l'illusione della realtà, e alle volte anche la realtà
stessa: il funzionamento di questo meccanismo è reso
possibile grazie alla fiducia che noi siamo soliti accordare
ai media. In tempi di crisi, come è avvenuto per esempio dopo
l'11 settembre, compriamo più giornali e guardiamo più
telegiornali, proprio perché abbiamo bisogno di essere «immunizzati
dalla paura, dall'ansia che ci tormenta per un mondo ad alto
rischio»: al contempo i media ci chiedono di accettare la
loro autorità e ci invitano a credere in ciò che osserviamo
e ascoltiamo. L'uso strumentale di questa fiducia è ben
visibile, ad esempio, durante le elezioni, o negli appelli
politici, in cui si tende sempre più a consolidare
l'attendibilità dei contendenti e a puntare sulle loro
caratteristiche personali. Un fenomeno questo inaugurato da
Nixon e chiamato presidenzialismo, in cui la politica viene
ridotta alla stregua di una merce; in cui lo slogan è, vi
abbiamo servito, o vi serviremo, bene, perciò fidatevi di
noi, e il triste risultato è il trasferimento della politica,
armi e bagagli, al mezzo televisivo. Ecco perché è
necessario verificare continuamente la validità di ciò che
vediamo e di ciò che sentiamo: dietro l'angolo esistono
distonie e conflitti non raffigurati, esistono concetti ed
esperienze non rappresentati, esistono cose che non riusciamo
a scorgere e cose che ci traggono in inganno. Il fatto che i
media contribuiscano tanto alla costruzione delle nostre
certezze quanto a quella delle nostre incertezze, ci obbliga a
considerarli sostanzialmente amorali: dal momento che i mezzi
di comunicazione creano distanze e le spacciano come
vicinanza, dal momento che operano delle connessioni che
invece ci tengono separati, dal momento che riducono la
visibilità dell'altro da noi, isolandolo e confinandolo in un
limbo, non resta che prendere atto che «il mondo digitale è
destinato a mentire». L'esempio più significativo viene
dalla guerra del Golfo, che, come ha sostenuto Baudrillard,
non ha avuto luogo, poiché la televisione, anche se è
intervenuta, in realtà non ci ha connesso. E allora
comprendere il ruolo dei media nel nostro mondo significa
capire che la tecnologia può anche annullare l'altro, ma
anche che senza l'altro noi siamo persi: «esaminando le
radici della rappresentazione e i modi in cui i media
forniscono un accesso all'Altro materiale e simbolico,
esaminando come vanno gestite e valutate le relazioni fra noi
e gli altri, e arrivando a comprendere queste relazioni come
l'origine della lotta per la vita morale, lo studio dei media
arriva al cuore di quella che dobbiamo considerare la
condizione umana».
pp. 264 , € 16,00
88-15-08425-8
anno di pubblicazione 2002
fonte:
Informationguerrilla
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