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di Bernardo
Parrella
7 settembre 2002
Undici
settembre, un anno dopo. Ricorrenza tanto tragica quanto
inevitabile, le cui diramazioni non possono fare a meno di
espandersi in ogni ambito del quotidiano e in tutti gli angoli
del pianeta. Qui negli Stati Uniti, com'è ovvio, l'editoria
in senso lato ha da tempo dato vita a un'ampia diffusione di
nuovi volumi, edizioni speciali, documentari e quant'altro.
Per farsene un'idea basta fare un salto su Amazon.com, dove è
stato aperto un apposito "negozio" dedicato proprio
a "September
11 and Beyond". D'altra parte il medium elettronico
tende a straripare, e su Internet è impossibile tener traccia
di tutte le situazioni e le risorse commemorative già pronte
e in via di sistemazione. Rimanendo in ambito mainstream non
c'è insomma che l'imbarazzo della scelta. E per
l'informazione in senso stretto, un solo esempio per tutti:
l'archivio in aggiornamento continuo sui reportage online di
quell'11 settembre e successivi sviluppi, organizzato da cyberjournalist.net.
Comunque sia, è sempre bene non accontentarsi e fare lo
sforzo di andare a rimestare tra le ricadute di quella
tragedia. Inclusi certi pericolosi restringimenti delle libertà
online (soprattutto, ma non solo) che in questi giorni vengono
apertamente denunciate da più parti.
E' infatti di queste ore infatti la http://apnews.excite.com/article/20020905/D7LRJR200.html
secca denuncia di Reporters Without Borders, rilanciata così
dall'Associated Press: alcune democrazie occidentali sono
divenute 'predatori di libertà digitali', usando la lotta
contro il terrorismo per aumentare la sorveglianza su
Internet. Nel rapporto, diffuso nella sede dell'associazione a
Parigi, si legge tra l'altro "Ad un anno dai tragici
eventi di New York e Washington, Internet può essere inclusa
nell'elenco dei 'danni collaterali.' Le cyber-libertà sono
state minacciate e le fondamentali libertà digitali
amputate." Sotto accusa, si badi bene, non sono soltanto
paesi 'lontani' come Cina, Vietnam ed altri tradizionalmente
schierati contro ogni dissenso politico, ma anche diverse
nazioni occidentali. L'elenco diffuso da Reporters Without
Borders parla chiaro: il ricorso alla polizia su Internet
riguarderebbe Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania,
Italia, Spagna, Danimarca e il Parlamento Europeo.
Rispetto agli USA si è più volte documentato il clima
tutt'altro che sereno rispetto a questo contesto, con annessa
approvazione di varie norme pesanti in tema di cosiddetto
cyber-terrorismo. Né vanno dimenticate le manovre attivate
dall'FBI per ampliare i propri poteri di controllo nel mondo
elettronico, da "Carnivore" a "Magic Lantern".
Il rapporto parigino vi aggiunge, ad esempio, una recente
legge canadese che "minaccia chiaramente la
confidenzialità degli scambi di posta elettronica."
Mentre una proposta francese penalizzerebbe i provider,
costretti a tenere per un anno copie di tutte le e-mail passate
sui loro server. E un po' ovunque sono state appesantite le
pene per reati commessi "via computer."
Fatto ancor più preoccupante, la denuncia di Reporters
Without Borders fa seguito di appena qualche giorno ad
un'uscita analoga di Electronic Privacy Information Center e
Privacy International. L'articolato documento diffuso dalle
due organizzazioni (la prima con base a Washington, DC, la
seconda a Londra) non fa che ribadire il concetto: eccessive
le nuove misure anti-terrorismo approvate, maggiori i rischi
di sorveglianza nelle comunicazioni personali, aumento delle
strategie di controllo e identificazione dei singoli. E se non
bastasse, la prefazione del documento apre spiegando che,
nella corsa a irrobustire le difese nazionali contro il
terrorismo, i governi hanno approvato misure che "hanno
conseguenze fin troppo ampie per la tutela della
privacy."
Il rapporto di EPIC e Privacy International ha cadenza annuale
e prende in esame lo stato della privacy in oltre 55 paesi di
ogni parte del mondo. Ampliando l'orizzonte della ricerca, va
detto che il "2002 Privacy and Human Rights report"
segnala che le legislazioni a protezione della privacy sul
luogo di lavoro stanno ottenendo maggiore sostegno mentre
proseguono gli sforzi per l'approvazione di norme a tutela dei
dati personali nell'Europa Orientale, in Asia e in America
Latina." Un ambito questo in cui si registrano quindi dei
progressi. Ed anche di fronte alle preoccupazioni per
l'ennesimo giro di vite elettronico, rimane viva la fiducia
nella democrazia, ovvero la speranza che proprio
"l'attenta disamina delle risposte dei vari paesi presi
in esame alle sfide contemporanee, incluse tragedie come
quella dell'11 settembre 2001, possa consentire la
salvaguardia della privacy negli anni a venire," come si
legge a chiusura della prefazione. Una fiducia nel dibattito e
nell'informazione confermata dalla successiva iniziativa dei
due gruppi: proprio a un anno da quei fatti, Privacy
International e EPIC organizzano a Londra una giornata di
discussione sul tema "Privacy, società aperta e le sfide
dell'11 settembre."
Tendenze preoccupanti, quindi, anche se forse non è il caso
di essere troppo pessimisti. L'importante, soprattutto in
simili frangenti, è informarsi, tenere occhi e orecchie bene
aperti, onde attivarsi per evitare che Internet finisca
davvero "sotto la tutela dei servizi di sicurezza,"
come scrivono ancora Reporters Without Borders.
fonte: apogeonline.com
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