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commento di
Marco Bertotto
presidente della sezione italiana di Amnesty International
11 settembre 2002
In
Bielorussia, una normativa approvata lo scorso dicembre
autorizza la perquisizione di edifici senza l’approvazione
dell’autorità giudiziaria. Il sistema repressivo
dell’Egitto – caratterizzato da tortura e processi iniqui
– è stato suggerito dallo stesso governo del Cairo come
modello efficace di lotta al terrorismo per i paesi
occidentali. In Pakistan, gli emendamenti alla legge sulla
sicurezza nazionale mettono a rischio l’indipendenza della
magistratura e stabiliscono la partecipazione di personale
militare alle giurie chiamate ad occuparsi di processi per ‘terrorismo’.
L’atto sull’antiterrorismo introdotto lo scorso anno nel
Regno Unito consente la detenzione a tempo indeterminato,
senza accusa né processo, di cittadini stranieri sospettati
di collusione con il terrorismo internazionale. L’ordinanza
sulla sicurezza e l’ordine pubblico nello Zimbabwe, entrata
in vigore a gennaio, vieta le manifestazioni e criminalizza
chiunque esprima critiche nei confronti della polizia, delle
forze armate o del presidente Mugabe.
Sono, questi, solo alcuni degli episodi più significativi per
raccontare, senza troppi giri di parole, in quale mondo
viviamo ad un anno di distanza dall’immane tragedia
dell’11 settembre 2001. Promulgando nuove leggi e facendo
ricorso alla vecchia brutalità, in tante circostanze i
governi - a partire da quello degli Usa, dove ora un sistema
di ‘giustizia di seconda classe’ si fonda su detenzioni
arbitrarie e tribunali militari - hanno finito per sacrificare
i diritti umani sull’altare della sicurezza e
dell’antiterrorismo. L’obiettivo della ‘sicurezza a
tutti i costi’ si è trasformato in un pretesto, quasi una
forma di legittimazione preventiva per colpire gli oppositori
e le minoranze e giustificare nuove forme di repressione e di
riduzione delle libertà fondamentali.
A ben pensarci, non c’è nulla di così nuovo nel
comportamento di governi che, esposti a situazioni di
particolare rischio ed emergenza, fanno ricorso a misure
straordinarie e si appellano alla dottrina della sicurezza
nazionale per limitare, sia pure in maniera provvisoria,
l’esercizio di taluni diritti fondamentali. La vera novità
che abbiamo di fronte sta nella diffusione di un paradigma
inedito, che considera apertamente i diritti umani come un
ostacolo alla sicurezza e ritiene di poter sconfiggere il
‘terrorismo’ con i soli strumenti della repressione:
intervenendo quindi esclusivamente sui sintomi del fenomeno e
non affrontando la radice vera dei problemi di ingiustizia e
privazione che, su scala planetaria, rappresentano un terreno
fertile per i disordini e la violenza.
Inutile dire che questo approccio si è rivelato fallimentare
da ogni punto di vista. Innanzitutto perché a promuoverlo
sono soprattutto governi che hanno ‘approfittato’ del
clima internazionale per risolvere alcune spinose questioni
interne: la Cina che ha accentuato la persecuzione dei gruppi
separatisti in Tibet, Mongolia interna e Xinjiang e la Russia
che ha ottenuto un lasciapassare per intensificare la campagna
militare e repressiva in Cecenia.
Il pretesto della sicurezza internazionale ha fornito la più
efficace delle coperture ai paesi che si sono raccolti intorno
all’alleanza globale contro il terrorismo guidata dagli Usa
e ha prodotto nell’opinione pubblica appariscenti fenomeni
di ‘indignazione a singhiozzo’: il mondo intero si è
scandalizzato per l’imposizione del burqa, cui sono state
costrette per lunghi anni le donne afgane (in verità, non
solo durante il regime dei talebani, e su questo quanti
rapporti di Amnesty International sono passati inosservati!),
eppure nessuno solleva il problema dei diritti delle donne in
un paese come l’Arabia Saudita o a rischio di lapidazione in
diversi altri paesi; l’Iraq di Saddam Hussein è indicato
oggi come il più sanguinario dei regimi, tanto che è in
corso un intenso dibattito per valutare l’opportunità di
un’operazione militare, ma gli abusi e la pressoché
completa assenza di libertà e diritti politici in paesi
alleati (e mercati) come la Cina non sembrano oggetto di
preoccupazioni così diffuse.
Il paradigma della sicurezza che prevale a livello
internazionale non solleva dubbi solo dal punto di vista
morale e giuridico, ma anche da quello della sua concreta
efficacia. Siamo davvero convinti che un mondo in cui a
miliardi di persone sono negati i fondamentali diritti umani,
primo tra tutti quello alla stessa sopravvivenza, possa essere
reso più sicuro con leggi repressive, l’uso della tortura e
l’imprigionamento di qualche migliaio di stranieri
sospetti?
L’anno iniziato l’11 settembre 2001 si è aperto con gli
attacchi negli Stati Uniti e si è chiuso con il recente
attentato in Afghanistan contro il presidente Karzai, l’alba
e il tramonto di una giornata del mondo attraversata ogni ora
da più violenza e più terrore: non basta questo a dimostrare
che le misure repressive e liberticide adottate fino ad oggi
dai governi non sono affatto servite a garantire maggiore
sicurezza per tutti?
Ciò di cui abbiamo davvero bisogno, soprattutto da un anno a
questa parte, non è tanto una guerra contro il terrorismo ma
una mobilitazione globale a favore dei diritti umani. L’11
settembre 2002 è una data simbolica che può aiutare a
ricordarcelo.
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