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approfondimenti

11 settembre 2002: meno libertà su Internet?
Critiche e preoccupazioni per la cyber-sorveglianza e la tutela della privacy a un anno dalla tragedia


"Ad un anno dai tragici eventi di New York e Washington, Internet può essere inclusa nell'elenco dei 'danni collaterali.' Le cyber-libertà sono state minacciate e le fondamentali libertà digitali amputate." Sotto accusa, si badi bene, non sono soltanto paesi 'lontani' come Cina, Vietnam ed altri tradizionalmente schierati contro ogni dissenso politico, ma anche diverse nazioni occidentali. L'elenco diffuso da Reporters sans frontières parla chiaro: il ricorso alla polizia su Internet riguarderebbe Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Danimarca e il Parlamento Europeo. Rispetto agli USA si è più volte documentato il clima tutt'altro che sereno rispetto a questo contesto, con annessa approvazione di varie norme pesanti in tema di cosiddetto cyber-terrorismo. Né vanno dimenticate le manovre attivate dall'FBI per ampliare i propri poteri di controllo nel mondo elettronico, da "Carnivore" a "Magic Lantern". Il rapporto parigino vi aggiunge, ad esempio, una recente legge canadese che "minaccia chiaramente la confidenzialità degli scambi di posta elettronica." Mentre una proposta francese penalizzerebbe i provider, costretti a tenere per un anno copie di tutte le e-mail passate sui loro server. E un po' ovunque sono state appesantite le pene per reati commessi "via computer".



La Rete un anno dopo l'11 settembre. Chi governa sa più cose su di noi. E noi sempre meno su chi governa

di Massimo Cavallini
11 settembre 2002



Che cosa è cambiato, in Rete, dopo l’11 settembre del 2001? Tutto e nulla. Tutto, perché tutti siamo, da quel giorno, un po’ meno liberi. O, nel migliore dei casi, perché tutti siamo, nella nostra libertà (finché dura), un po’ più osservati, spiati, letti, setacciati, giudicati, registrati ed archiviati. E, nel contempo, nulla. Perché anche dopo gli attentati che “tutto hanno cambiato”, la Rete ha continuato – sebbene più osservata, spiata, letta, setacciata, giudicata, archiviata e, laddove possibile, censurata - a riflettere tutto il bene e tutto il male del mondo, entrambi magnificati dal “tempo reale” delle comunicazioni.
Ricapitolando. Negli Stati Uniti, ancora non era passato un mese dal crollo delle torri gemelle, che già il Congresso aveva approvato – di fatto senza opposizione alcuna – il cosiddetto “USA Patriot Act”, una sommatoria di provvedimenti tesi ad aumentare i poteri di polizia in ogni campo, particolarmente in quello del controllo sulle comunicazioni. O più esattamente, volendo ripetere le alate parole pronunciate dal presidente George W. Bush nel firmare la legge, una sommatoria di provvedimenti tesi a “porre all’altezza della sfida generata dalla proliferazione delle tecnologie di comunicazione, leggi nate nell’epoca dei ‘rotary telephones’ (i vecchi, cari telefoni a disco, prevalentemente di color nero n.d.r.)”. Nessuno di questi nuovi poteri di polizia, ovviamente, regge alla “prova finestra”. Ovvero: nessuno – se ipoteticamente applicato in forma retroattiva – avrebbe potuto in qualche modo evitare la strage dell’11 settembre. Nessuno avrebbe potuto fermare i 19 attentatori-suicidi che, armati d’armi ad altissima tecnologia – coltelli e taglierine – hanno dirottato gli aerei poi lanciati contro le Torri Gemelle ed il Pentagono. E nessuno di questi nuovi poteri potrà, presumibilmente, fornire in futuro agli investigatori – gli stessi che, prima dell’11 settembre, non seppero né leggere né coordinare i dati che, numerosissimi e probanti, già erano in loro possesso - informazioni davvero capaci di prevenire altri massacri.
Ma tutto questo poco importa. Il Patriot Act ha dato ai legislatori americani la tranquillità di coscienza di cui sentivano il bisogno, ed alle autorità di polizia – il Fbi in particolare – uno strumento di sorveglianza sulle “nuove tecnologie di comunicazione”, la cui approvazione andavano a gran voce reclamando da ben prima che la polvere delle torri abbattute oscurasse i cielo sopra New York City e le coscienze del mondo intero. Quello strumento si chiama “Carnivore” – DCS-1000, per l’anagrafe – ed ha il compito di “filtrare”, per un’opportuna valutazione, ogni tipo di e-mail. I tecnici sono, in buona percentuale, alquanto dubbiosi sulla sua efficacia nella lotta al terrorismo. Ma consolante è comunque sapere che, grazie al Carnivore ed agli altri provvedimenti contenuti nel Patriot Act, il Fbi è oggi in grado di conoscere ogni nostro pensiero espresso per mezzi elettronici, i libri che compriamo o chiediamo in prestito ad una biblioteca, tutti i siti che visitiamo, tutte le bellezze e tutte le porcherie che, galleggiando come naufraghi nel cyberspazio, andiamo ogni giorno cercando. Anche perché chiunque navighi con frequenza in Rete già è stato debitamente allenato a questa latente eppur ovvia presenza del “Grande Fratello” da quella che – da molto prima dell’11 settembre – va sempre più configurandosi come la vera ed implacabile tirannia delle comunicazioni elettroniche: quella dei mercanti che – alimentata dalla tecnologia dei “cookies”, veri ed onnipresenti “spioni” della Rete – si traduce nella quotidiana tortura dello “spam” (la pubblicità elettronica non sollecitata, ormai arrivata al 36 per cento della posta elettronica in circolazione, ed evidentemente a conoscenza – dalla pornografia, alla caduta dei capelli - di tutti i vizi e di tutti i difetti fisico-psicologici dei destinatari). Qualunque uso il Fbi possa fare del suo Carnivore, ben difficilmente riuscirà ad eguagliare l’invadenza e la molestia di questo deprecabile fenomeno “senza fini di repressione”.
Né, del resto, l’America è rimasta sola in questa corsa allo spionaggio elettronico. Secondo un recentissimo rapporto dell’EPIC (Electronic Privacy Information Center) e di Privacy International, leggi analoghe al Patriot Act sono state in questi mesi approvate un po’ dovunque: dall’Australia, al Canada, dalla Danimarca, alla Gran Bretagna, alla Francia, alla Germania, all’India, a Singapore, alla Svezia. E la medesima Comunità Europea ha provveduto, brillantemente coordinando e benedicendo gli sforzi degli Stati membri, a legalizzare ogni provvedimento teso ad “intercettare dati”- con qualsivoglia apparato elettronico, dal computer, al cellulare – elaborato dalle autorità locali.
Per riassumere. Dall’11 settembre chi governa sa molte più cose su di noi. E noi sappiamo molte meno cose sul governo. Perché mentre reclamava più informazioni su di noi, quest’ultimo ha anche – altra sostanziale novità – provveduto a togliere dalla Rete tutte le informazioni su se stesso che potevano, in qualche modo, “essere d’aiuto al terrorismo”. Mappe, indirizzi, istruzioni. E, già che c’era, ha anche – come, dati alla mano, sostiene EPIC – eliminato (o reso meno accessibili) molti di quei documenti che, nel nome della democrazia, aiutano i cittadini a conoscere che cosa il governo stia facendo o abbia fatto in passato.
Per il resto, tutto come prima. La Rete ha continuato – incontrollabile - a riflettere le idee, le paure, gli eroismi, le ossessioni ed i vizi del pianeta in cui viviamo. Ivi comprese le molte leggende urbane fiorite dopo l’11 settembre (Per una raccolta delle più interessanti vedere www.snopes.com). La migliore? Quella che sostiene che Osama Bin Laden è vivo, sta bene e vive attualmente a Salt Lake Site, confuso tra i mormoni dello Utah.

fonte: l'Unità

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