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di Massimo
Cavallini
11 settembre 2002
Che
cosa è cambiato, in Rete, dopo l’11 settembre del 2001?
Tutto e nulla. Tutto, perché tutti siamo, da quel giorno, un
po’ meno liberi. O, nel migliore dei casi, perché tutti
siamo, nella nostra libertà (finché dura), un po’ più
osservati, spiati, letti, setacciati, giudicati, registrati ed
archiviati. E, nel contempo, nulla. Perché anche dopo gli
attentati che “tutto hanno cambiato”, la Rete ha
continuato – sebbene più osservata, spiata, letta,
setacciata, giudicata, archiviata e, laddove possibile,
censurata - a riflettere tutto il bene e tutto il male del
mondo, entrambi magnificati dal “tempo reale” delle
comunicazioni.
Ricapitolando. Negli Stati Uniti, ancora non era passato un
mese dal crollo delle torri gemelle, che già il Congresso
aveva approvato – di fatto senza opposizione alcuna – il
cosiddetto “USA Patriot Act”, una sommatoria di
provvedimenti tesi ad aumentare i poteri di polizia in ogni
campo, particolarmente in quello del controllo sulle
comunicazioni. O più esattamente, volendo ripetere le alate
parole pronunciate dal presidente George W. Bush nel firmare
la legge, una sommatoria di provvedimenti tesi a “porre
all’altezza della sfida generata dalla proliferazione delle
tecnologie di comunicazione, leggi nate nell’epoca dei ‘rotary
telephones’ (i vecchi, cari telefoni a disco,
prevalentemente di color nero n.d.r.)”. Nessuno di questi
nuovi poteri di polizia, ovviamente, regge alla “prova
finestra”. Ovvero: nessuno – se ipoteticamente applicato
in forma retroattiva – avrebbe potuto in qualche modo
evitare la strage dell’11 settembre. Nessuno avrebbe potuto
fermare i 19 attentatori-suicidi che, armati d’armi ad
altissima tecnologia – coltelli e taglierine – hanno
dirottato gli aerei poi lanciati contro le Torri Gemelle ed il
Pentagono. E nessuno di questi nuovi poteri potrà,
presumibilmente, fornire in futuro agli investigatori – gli
stessi che, prima dell’11 settembre, non seppero né leggere
né coordinare i dati che, numerosissimi e probanti, già
erano in loro possesso - informazioni davvero capaci di
prevenire altri massacri.
Ma tutto questo poco importa. Il Patriot Act ha dato ai
legislatori americani la tranquillità di coscienza di cui
sentivano il bisogno, ed alle autorità di polizia – il Fbi
in particolare – uno strumento di sorveglianza sulle
“nuove tecnologie di comunicazione”, la cui approvazione
andavano a gran voce reclamando da ben prima che la polvere
delle torri abbattute oscurasse i cielo sopra New York City e
le coscienze del mondo intero. Quello strumento si chiama
“Carnivore” – DCS-1000, per l’anagrafe – ed ha il
compito di “filtrare”, per un’opportuna valutazione,
ogni tipo di e-mail. I tecnici sono, in buona percentuale,
alquanto dubbiosi sulla sua efficacia nella lotta al
terrorismo. Ma consolante è comunque sapere che, grazie al
Carnivore ed agli altri provvedimenti contenuti nel Patriot
Act, il Fbi è oggi in grado di conoscere ogni nostro pensiero
espresso per mezzi elettronici, i libri che compriamo o
chiediamo in prestito ad una biblioteca, tutti i siti che
visitiamo, tutte le bellezze e tutte le porcherie che,
galleggiando come naufraghi nel cyberspazio, andiamo ogni
giorno cercando. Anche perché chiunque navighi con frequenza
in Rete già è stato debitamente allenato a questa latente
eppur ovvia presenza del “Grande Fratello” da quella che
– da molto prima dell’11 settembre – va sempre più
configurandosi come la vera ed implacabile tirannia delle
comunicazioni elettroniche: quella dei mercanti che –
alimentata dalla tecnologia dei “cookies”, veri ed
onnipresenti “spioni” della Rete – si traduce nella
quotidiana tortura dello “spam” (la pubblicità
elettronica non sollecitata, ormai arrivata al 36 per cento
della posta elettronica in circolazione, ed evidentemente a
conoscenza – dalla pornografia, alla caduta dei capelli - di
tutti i vizi e di tutti i difetti fisico-psicologici dei
destinatari). Qualunque uso il Fbi possa fare del suo
Carnivore, ben difficilmente riuscirà ad eguagliare
l’invadenza e la molestia di questo deprecabile fenomeno
“senza fini di repressione”.
Né, del resto, l’America è rimasta sola in questa corsa
allo spionaggio elettronico. Secondo un recentissimo rapporto
dell’EPIC (Electronic Privacy Information Center) e di
Privacy International, leggi analoghe al Patriot Act sono
state in questi mesi approvate un po’ dovunque:
dall’Australia, al Canada, dalla Danimarca, alla Gran
Bretagna, alla Francia, alla Germania, all’India, a
Singapore, alla Svezia. E la medesima Comunità Europea ha
provveduto, brillantemente coordinando e benedicendo gli
sforzi degli Stati membri, a legalizzare ogni provvedimento
teso ad “intercettare dati”- con qualsivoglia apparato
elettronico, dal computer, al cellulare – elaborato dalle
autorità locali.
Per riassumere. Dall’11 settembre chi governa sa molte più
cose su di noi. E noi sappiamo molte meno cose sul governo.
Perché mentre reclamava più informazioni su di noi,
quest’ultimo ha anche – altra sostanziale novità –
provveduto a togliere dalla Rete tutte le informazioni su se
stesso che potevano, in qualche modo, “essere d’aiuto al
terrorismo”. Mappe, indirizzi, istruzioni. E, già che
c’era, ha anche – come, dati alla mano, sostiene EPIC –
eliminato (o reso meno accessibili) molti di quei documenti
che, nel nome della democrazia, aiutano i cittadini a
conoscere che cosa il governo stia facendo o abbia fatto in
passato.
Per il resto, tutto come prima. La Rete ha continuato –
incontrollabile - a riflettere le idee, le paure, gli eroismi,
le ossessioni ed i vizi del pianeta in cui viviamo. Ivi
comprese le molte leggende urbane fiorite dopo l’11
settembre (Per una raccolta delle più interessanti vedere www.snopes.com).
La migliore? Quella che sostiene che Osama Bin Laden è vivo,
sta bene e vive attualmente a Salt Lake Site, confuso tra i
mormoni dello Utah.
fonte: l'Unità
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