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di Fabrizio
Tonello
16 settembre 2002
Con
l'11 settembre siamo entrati nell'era dei media torrenziali,
ossessivi, isterici. Questo non è accaduto di colpo: la
tendenza era già in atto da alcuni anni, in particolare negli
Stati Uniti dove, nel 1995, per mesi le televisioni avevano
farcito il palinsesto di "notizie" sul processo al
campione di football americano 0. J. Simpson, accusato di aver
ucciso la moglie, mentre nel 1998-99 l'unica realtà
televisiva era quella di Clinton e del sesso alla Casa Bianca.
Mai, però, il piccolo schermo era stato così completamente
riempito da un unico evento prima dei dirottamenti aerei
organizzati da Al-Qaeda: nel settembre 2001, sulla Cnn, le
immagini delle Twin Towers in fiamme hanno sostituito ogni
altra notizia e ogni altro spettacolo per settimane. Nei tg si
parlava di quello, nel talk show si discuteva di terrorismo,
nelle trasmissioni di approfondimento si ricostruiva la
biografia di Osama Binladin.
La notizia unica
Questo non accadeva solo nel Paese direttamente colpito, ma
anche da noi: Rai e Mediaset hanno seguito le televisioni
americane nella scelta di una copertura totalizzante dell'11
settembre. Una ricerca effettuata all'università di Padova
mostra che nelle tre settimane dal 12 settembre al 2 ottobre
2001, il Corriere della Sera ha costantemente dedicato il
titolo d'apertura della prima pagina agli attentati e alle
loro conseguenze. Per i primi quattro giorni, inoltre,
l'intera prima pagina è stata riservata all'argomento: solo
domenica 16 settembre compariva, come taglio basso, un piccolo
titolo che riguardava i danni per il maltempo a Napoli.
Il 12 settembre gli articoli che trattavano degli attentati
occupavano da pagina 1 a pagina 18; il 13 arrivavano fino a
pagina 20 e il 16 fino a pagina 22. Una settimana dopo, il 19
settembre, le prime 20 pagine del giornale erano ancora
dedicate all'argomento. Considerando che la foliazione dei
quotidiano, 48 pagine, non era stata cambiata, possiamo
rilevare che nella prima settimana lo spazio dedicato all'1 1
settembre ha occupato in media circa il 40% del giornale,
calando poi leggermente attorno al 35%. L'unico giorno in cui
notizie di altro argomento sono apparse nelle prime dieci
pagine è stato il 29 settembre, quando un articolo sulla
finanziaria è comparso a pagina 10. Il 29 settembre era però
anche il giorno in cui il Corriere pubblicava l'articolo di
Oriana Fallaci (quattro pagine).
1.193 articoli in 20 giorni
In totale, nelle tre settimane esaminate, il Corriere ha
pubblicato 1.193 pezzi sull'argomento.
Questa alluvione di articoli e servizi televisivi avrebbe
potuto essere l'occasione per una riflessione sul terrorismo,
sul conflitto in Medio Oriente, sui rapporti tra Europa e
Stati Uniti, sul petrolio, sulle conseguenze della guerra
fredda (Binladin fu "inventato" per combattere i
sovietici in Afghanistan). Lo spazio, almeno 15 pagine al
giorno su tutti i quotidiani, avrebbe permesso
approfondimenti, punti di vista diversi, polemiche salutari.
Questa è stata, in effetti, la linea seguita da due grandi
quotidiani: El Pais in Spagna e Le Monde in Francia. Al
contrario, il Corriere della sera ha scelto la linea
dell'appello alla mobilitazione, della propaganda che non si
vergogna di se stessa, del maccartismo verso chi dissente, o
semplicemente esprime dei dubbi. Quest'ultimo è stato anche
l'atteggiamento della grande maggioranza dei media americani,
più giustificati nel loro sciovinismo dallo choc dell'attacco
ai simboli del potere imperiale e delle perdite umane subite.
Com'è noto, già dal 12 settembre Il Corriere propone una
lettura degli avvenimenti che adotta come frame di riferimento
l'idea che gli attentati dell'11 settembre siano stati un atto
di guerra diretto contro l'America, quindi contro la civiltà.
L'editoriale del 12 «Siamo tutti americani», firmato dei
direttore Ferruccio de Bortoli, funge da manifesto della
posizione del giornale: «Ci sentivamo, fino a ieri più
sicuri e cittadini di un mondo migliore. Non era così. Il
risveglio è stato bruciante come quelle fiamme che alle Torri
gemelle di New York (simbolo della potenza economica), o al
Pentagono (simbolo della potenza militare) avvolgevano
migliaia di vittime inconsapevoli. Ora siamo veramente in
guerra. E quel che è peggio il nemico è invisibile. Tante
vite ridotte in brandelli o in cenere. Le altre, dei loro con
cittadini, sconvolte. Anche le nostre, più fortunate,
cambiano: le ferite che abbiamo dentro sono invisibili ma
indelebili. Quelle immagini strazianti rimarranno scolpite
dentro di noi. E non riusciremo a cancellare dalla nostra
memoria la scritta "America under attack" che la Cnn
ha scelto come sigla della più spaventosa tragedia dei nostri
tempi. Ci limiteremo a correggerla. E' tutta la civiltà sotto
attacco». Tutti americani, dunque, e quindi tutti vittime,
tutti guidati da Bush e tutti uniti, perché è tutta la
civiltà a essere sotto attacco. Resta da chiarire quale sia
questa civiltà, chi vi faccia parte e chi no.
Un'altra civiltà?
Volendo prendere seriamente l'idea dello "scontro di
civiltà", occorre innanzi tutto porsi una domanda: per
quale motivo il terrorismo di Osama Binladin rappresenta
un'altra civiltà (o la non-civiltà) mentre il terrorismo
dell'Ira o dei gruppi paramilitari protestanti in Irlanda del
Nord non "rappresentano" la barbarie del
cristianesimo nelle sue diverse articolazioni? In cosa
Al-Qaeda "rappresenta l'Islam, mentre l'Eta spagnola, le
Br italiane o la Rote Armee Fraktion tedesca non
rappresentavano la ferocia dei rispettivi Paesi?
La presumibile risposta a questa obiezione è che i governi
occidentali hanno condannato e combattuto il terrorismo
interno, rimasto sempre minoritario in Spagna, Italia e
Germania. Lo stesso si potrebbe però dire dei governi di
Paesi di religione islamica che, dal Marocco all'Indonesia,
hanno pochissima simpatia per Binladin, dei quali sono anzi il
principale bersaglio. Leggendo i testi delle rivendicazioni di
Al-Qaeda, infatti, si capisce facilmente che gli Stati Uniti
erano considerati i protettori dei «regimi empi" come
quello dell'Arabia Saudita e vennero colpiti per questo, non
perché permettano il consumo di alcol, il voto alle donne ed
elezioni a suffragio universale.
L'argomentazione dell'attacco alla civiltà non supera nemmeno
il più elementare dei test: quello di poter dimostrare che
gli attaccanti erano effettivamente agenti di «un'altra
civiltà, ovvero di una barbarie chiaramente definita nello
spazio e nel tempo.
Un'argomentazione, in verità assai problematica, in favore
dello "scontro di civiltà", viene ovviamente
dall'esistenza dell'Afghanistan dei talebani, cioè di un
regime che effettivamente applica una forma di legge islamica,
con tutta l'intolleranza nei confronti delle donne, la crudeltà
e la barbarie di cui i media ci hanno informato dopo l'11
settembre. Se esiste un Paese al mondo dove la sharia viene
applicata nel modo in cui lo fanno i talebani, è concepibile
che un mondo islamizzato voglia comportarsi allo stesso modo e
magari imporre la sua legge anche al mondo cristiano, dopo
averlo sconfitto.
Tuttavia, un po' di senso delle proporzioni avrebbe permesso
di capire che i talebani, a stento in grado di controllare le
loro montagne, non erano esattamente una superpotenza
nucleare. Né gli immigrati di religione islamica in Europa e
negli Stati Uniti, desiderosi di integrarsi al più presto,
volevano o potevano applicare il programma del mullah Omar a
New York, Parigi o Roma.
6 voci contro 160
Qualche voce isolata cercava di conservare una capacità di
ragionamento anche sul Corriere: per Alberto Ronchey, il
Corano non prevede il terrorismo, anche se prevede la guerra
santa, e quindi «sarebbe dissennato criminalizzare come
complice del terrorismo qualsiasi musulmano». Secondo Bruno
Etienne, «è bene smettere di contrapporre Occidente e Islam:
gli arabi sono occidentali, poiché il loro sistema di
pensiero è greco-biblico e i musulmani hanno recepito il
sistema capitalistico come una sorta di etica protestante
"islamica". [ ... ] L'Oriente comincia con l'India».
Assieme a loro, soltanto Claudio Magris, Amos Oz, Edward Said
e Bernard Henry Lévy prendevano le distanze dalla camicia di
forza dello "scontro di civiltà": 6 voci su 160 tra
commenti e interviste pubblicati nelle prime tre settimane.
L'idea di Osama Binladin come avanguardia dell'intero mondo
islamico è la tesi della Fallaci: «Non capite o non volete
capire che qui è in atto ( ... ) una guerra di religione. Una
guerra che essi chiamano Jihad, Guerra santa. Una guerra che
non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che
certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla
scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà.
All'annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del
nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di
mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci... Non
capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci
si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. (...) Perché
quando è in ballo il destino dell'Occidente, la sopravvivenza
della nostra civiltà, New York siamo noi. L'America siamo
noi. [...] Se crolla l'America, crolla l'Europa. Crolla
l'Occidente, crolliamo noi. E non solo in senso finanziario,
cioè nel senso che mi pare, vi preoccupa di più. ( ... ) In
tutti i sensi, crolliamo, caro mio. E al posto delle campane
ci ritroviamo i muezzin, al posto delle minigonne ci
ritroviamo il chador, al posto del cognacchino il latte di
cammella».
Poiché si parla di guerra di religione, partiamo dal fatto
che, dal punto di vista religioso, Osama e il suo protettore,
il mullah Omar, non dicevano nulla di diverso da quanto
affermasse la monarchia dell'Arabia Saudita, il cui leader è
stato ospitato con tutti gli onori nella residenza estiva di
George W Bush tre settimane E' stata la dinastia Saudita a
diffondere nel mondo una particolare versione puritana e
austera dell'Islam, quella wahabita, prima con lo scopo di
legittimare il proprio potere e poi per "comprare"
la benevolenza dell'Islam radicale finanziando scuole
coraniche in tutto il mondo. Questo proselitismo non ha
affatto impedito ai sauditi di tessere rapporti privilegiati
con gli Stati Uniti fin dal 1932, di diventare principali
partner dell'Occidente per quanto riguarda il petrolio e di
investire somme incalcolabili nel sistema finanzirio americano
e inglese.
Se per civiltà intendiamo un sistema economico e uno stile di
consumo, il Iatte di cammello citato dalla Fallaci sembra un
pericolo alquanto remoto: basta leggere le cronache della
famiglia reale saudita in vacanza (per esempio su Le Monde del
24 agosto 2002) per rendersi conto che il cognacchino, o
meglio il whisky, hanno stravinto: nelle residenze di Falid, a
Marbella o altrove, gli alcolici scorrono a fiumi e non
risulta che il latte di cammella sia troppo popolare nemmeno
fra i sudditi, quanto meno fino a che il petrolio garantisce a
sauditi, kuwaitiani abitanti dell'Oman un welfare state ben più
generoso di quelli scandinavi.
Un Occidente largo
La realtà è che l'Occidente ha integrato al proprio interno
le élite di religione islamica, facendone dei clienti di
Armani e di Cartier, dei residenti di Portofino e di
Saint-Tropez, degli azionisti della General Motors e della
Fiat. Nel frattempo, le donne saudite non potevano guidare
l'automobile e, ogni venerdì, sulla piazza principale di Ryad
si continuavano a decapitare i criminali, politici e non. Se i
diritti umani sono ciò che caratterizza l'0ccidente, i primi
Paesi dove farli rispettare sarebbero stati i Paesi alleati,
quelli dove gli Stati Uniti hanno influenza economica,
diplomatica, militare. Per togliere burqa alle donne afghane
è stato necessario conquistare militarmente il territorio
mentre non risulta che Washington minacci bombardamenti per
difendere il diritto delle donne pakistane e saudite a gettare
il velo o a portare le gonne corte.
Facciamo ora un altro passo e discutiamo l'idea che lo scopo
dei terroristi fosse «conquistare le nostre anime», ovvero
«indebolire quella comunità etica e politica che è chiamata
Occidente». La civiltà viene quindi descritta come una
"comunità etico-politica, la cui identità sarebbe data
da una serie di valori condivisi: la democrazia, le libertà
costituzionali, i diritti civili, a cominciare da quelli delle
donne. In realtà, il gruppo di Paesi considerato
"Occidente" comprende Stati dove l'imperatore viene
adorato come un dio (il Giappone) assieme a Paesi dove una
versione del cristianesimo è la religione di Stato (Gran
Bretagna). Troviamo nazioni dove i militari hanno compiuto
veri e propri genocidi (Guatemala) assieme ad altre che sono
un'oasi per i profughi politici (Svezia). Classifichiamo nella
stessa categoria l'Argentina del generale Videla e la Francia
di Mitterrand, il Sudafrica dell'apartheid e l'Italia di
Pertini.
Dovremmo inoltre includere, come cuore e cervello
dell'Occidente, quegli Stati Uniti dove, dal Texas al
Tennessee, si impone alle scuole di insegnare come teoria
scientifica la dottrina biblica della Creazione, sostituendo
cosi alla fede un bricolage che non è religione né scienza.
E l'ostilità nei confronti del darwinismo nata all'inizio del
XX secolo (con il passaggio di leggi che vietavano di
insegnare nelle scuole la teoria dell'evoluzione) è più
forte che mai, tanto da costringere la National Acaderny of
Science, nel 1998, a dichiarare solennemente che il
creazionismo «non è una dottrina scientifica».
Tutti questi Paesi non hanno affatto religioni, leggi, costumi
e prassi etico-politiche in comune, se non il fitto di tenere
elezioni a scadenze più o meno regolari, tranne quando
l'interesse "superiore" impone colpi di Stato, come
in America Latina. Quasi tutti hanno rinunciato all'uso della
violenza e del terrore contro i propri cittadini, anche se
Amnesty International compila ogni anno rapporti assai severi
su molti di loro.
I fratellini del Fmi
La "comunità" di cui si parla quando si evoca
l'Occidente è quindi un'altra: quella derivante da un quadro
legislativo abbastanza simile, in cui i diritti alla proprietà
privata sono garantiti in modo efficace. E' la comunità del
Fondo monetario, della Banca mondiale e dell'Organizzazione
mondiale del commercio, quella realmente esistente. Di questa
comunità, però, fanno parte anche tutti i Paesi di religione
islamica, le cui élite sembrano anzi le più zelanti
nell'imitare gli stili di consumo di New York o Londra.
Paesi come la Russia e la Cina sono già parte di quest'altra
comunità e chi non vi è ancora entrato aspira a farne parte
(non fosse che per allontanare il rischio di bombardamenti
americani). Non esiste, quindi, alcuno "scontro di civiltà"
perché non esistono, nel mondo attuale, comunità definite su
base religiosa che si contrappongono le une alle altre. Senza
contare che qualunque studente di antropologia sarebbe
bocciato all'esame di ammissione se mostrasse di ignorare gli
scambi continui che avvengono tra le culture nazionali e
l'interdipendenza di queste ultime nell'era della
globalizzazione.
E' proprio questa visione più complessa della realtà che è
clamorosamente mancata dai media occidentali dopo l'11
settembre. Come ha scritto Le Monde, «non basta agghindare
con un rivestimento teorico dei luoghi comuni perché questi
diventino delle verità. Questa tentazione è
intellettualmente sbagliata e politicamente pericolosa» (15
settembre 2001) Con le lodevoli eccezioni dei quotidiano
francese, del Guardian e di El Pais, oltre che di qualche
foglio d'opinione come The Nation negli Stati Uniti o il
Manifesto in Italia, i giornali e le televisioni si sono
precipitati a svolgere una funzione di mobilitazione
dell'opinione pubblica senza neppure bisogno di farsi
imbeccare dai ministeri dell'Informazione sciolti nel 1945.
Non c'è stato bisogno di un senatore McCarthy per accusare di
tradimento chi avesse conservato un minimo di senso della
misura (o qualche lettura che non fosse quella dei bollettini
del Pentagono): intellettuali abituati a scrivere più
velocemente di quanto non pensino hanno sciorinato l'intero
catalogo delle argomentazioni in uso da parte della
mussoliniana agenzia Stefani o del Vólkischer Beobachter.
Nietzsche e Maometto
Ecco cosa scrive per esempio Oriana Fallaci su chi non è
d'accordo con lei: «io gli sputo addosso», oppure: «sono
iene che se la ridono» (29 settembre). Su un registro
diverso, Angelo Panebianco il 26 settembre: «Se la guerra al
terrorismo durerà anni bisognerà attrezzarsi per
neutralizzare (con la parola, con la persuasione) il
principale alleato di Bin Laden e soci in Occidente, la loro
più preziosa "quinta colonna": il relativismo
culturale. [ ... ] Si tratta di una forma (dissimulata) di
nichilismo: solo chi non crede più in niente può porre tutto
sullo stesso piano».
Il nichilismo, se ricordo bene quanto diceva il mio professore
di filosofia al liceo, ha avuto tra i suoi massimi esponenti
noti seguaci di Maometto come Friedrich Nietzsche ed Emanuele
Severino: bruceremo i loro libri per punirli in quanto
"cattivi maestri"?
Più seriamente: dopo l'11 settembre i grandi media
occidentali hanno scelto di trasformarsi in strumenti di
propaganda, presentando come normale l'idea di usare armi
nucleari in Afghanistan, di sterminare militari e civili
insieme, di creare tribunali segreti e squadroni della morte
e, infine, di processare i dissidenti come traditori. Questo
delirio è stato particolarmente evidente nelle tv, che hanno
mostrato una forte capacità di mantenere l'opinione pubblica
in uno stato permanente di ansia, di allarme, di isteria
bellica.
Solo qualche settimana fa, gli americani New York Times e
Newsweek hanno mostrato un sussulto di autonomia, sono tornati
per un momento all'idea che il giornalismo possa essere
indipendenti dalla Casa Bianca e dai suoi cortigiani.
Aspettiamo con fiducia che Rai e Mediaset, per non parlare del
Giornale, della Stampa, di Panorama o del Corriere, decidano
di seguire il loro esempio.
Un panorama americano. I giornali
italiani e le celebrazioni dell'11 settembre
Pagine, pagine, pagine. Tante pagine
per celebrare il giorno dei giorni sui giornali italiani. Il tono
dominante è quello dello strano mix tra lacrime e accenti sanguinari.
Nessuno lesina foto, perché, dal punto di vista mediatico e visivo,
l'11 settembre è stato un evento senza precedenti. L'Espresso punta
su immagini eleganti, che sembrano impaginate da Armani. Panorama va
sul truce con una copertina che suona più o meno così: Adesso tocca
a noi (cioè all'Italia]. Più sobrio Sette del Corriere della Sera
che, tra l'altro, insieme a Vita, è l'unico settimanale a dedicare
tutto il numero all'evento. E i contenuti? Per tutti l'11 settembre
2002 è l'occasione di ripetere la tiritera martellata per tutto
l'anno. Con qualche eccezione. Come l'Espresso che in coda a un'articolessa
di Umberto Eco, zeppo di inquietudini e di tetre visioni un po'
senili, piazza un'intervista al vetriolo al più eretico personaggio
del cinema americano, Sean Penn. «Ouesta logica del "o sei con
noi o sei contro di noi" ha ammutolito molta gente» racconta
l'attore che, tra l'altro, come regista ha girato uno degli episodi di
9-11, il film presentato a Venezia. «Per George Bush il mondo sembra
tutto in bianco e nero come un film di Hollywood. Vedo molta gente che
per paura o codardia sta a questo gioco». Di tutt'altro tenore invece
Panorama, il settimanale che ambisce al ruolo di house organ
dell'esercito americano. Sentite che cosa vien scritto
nell'editoriale: «Dell'America e di Israele, Panorama si onora di
essere un amico leale e sincero. Come sempre». Infatti, ci vien
detto, Panorama «sin dalle sue origini, è sempre stato un giornale
"americano"». Non ne avevamo dubbi. Parlano i fatti, senza
bisogno delle opinioni.
fonte: Vita.it
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