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Pensieri e vignette di un mese sotto le bombe

"Appunti di guerra", allo stato originario, è  un manoscritto vergato in modo fitto e incostante, a volte ordinato, a volte concitato e intervallato da fulminanti vignette.

14 quaderni in cui Vauro Senesi, caustico vignettista, e in questo caso inviato speciale del "Manifesto", racconta il suo Afghanistan dopo l'11 settembre, un Paese fiero e bellissimo, dilaniato dall'ennesima guerra. Il suo punto d'osservazione di volta in volta una jeep scassata, un villaggio di fango, una trincea o uno dei due ospedali di quel "medico italiano un po' confuso" che è Gino Strada. La penna di Vauro è netta quanto la sua matita, schizza avvenimenti ed emozioni. Il manoscritto, conserva lo sguardo dell'autore nella calligrafia, a volte precisa, altre rapida ai limiti dell'incomprensibile. Ma la trascrizione in lettere "meccaniche", a cura dell'Archivio diaristico Nazionale di Pieve S.Stefano, cui è stato regalato, resta vivida e fresca. "Terre di mezzo" la fa uscire in strada e in libreria a partire da settembre. Un diario per non dimenticare una guerra che è ancora "enduring"

Appunti di guerra

18 settembre 2002

Può un fumettista farci ridere e riflettere della guerra? E come? Abbiamo intervistato l'autore di "Appunti di guerra", fumettista di professione, testimone di questo conflitto e lucido sostenitore della inutilità di questo e di ogni conflitto e di 11 milioni di mine.

Vauro, che cosa ti ha spinto ad andare in Afghanistan?
"Non era la prima volta. C'ero già stato con Gino Strada e Giulietto Chiesa a visitare i due ospedali di Emergency a Kabul e nel Panshir durante la guerra afgana. Dalle due parti. Questa volta l’intenzione era quella di cercare di incrinare la cappa di omertà e di silenzio sulla guerra in Afghanistan, un conflitto micidiale anche solo pensando al numero delle mine: 11 milioni di mine. Ma anche se lo conoscevo tornare in Afghanistan è stato impressionante, perché una guerra che si somma ad un’altra guerra, se possibile è una cosa ancora più incivile.

Quella in Afghanistan è stata anche una guerra mediatica. Come giudichi il comportamento dei media?
”Negli ospedali di Emergency mi trovavo in un certo senso in un osservatorio “privilegiato” dove si vede la guerra non come un complesso gioco di strategie ma nella crudezza della sua verità. Questo aspetto ai media occidentali interessa molto poco. L’informazione stessa si è rivelata un’arma di guerra: per esempio la Cnn aveva precise direttive di non mostrare feriti e vittime. Le poche eccezioni in questo panorama, come Al Jazeera, sono diventate obiettivi militari. Così come lo sono diventati i singoli che non stanno al gioco, e tra questi mi viene in mente non a caso Raffaele Ciriello (il fotografo milanese ucciso in Palestina ndr), che ho conosciuto proprio qui. Il luogo e le persone... Tutto l’Afghanistan, come territorio e paesaggi, mantiene una bellezza che, paragonata alla bruttura della guerra, è commovente, commovente. La gente afgana -non mi piace mai generalizzare - ma ho conosciuto persone con una dignità profonda che non si sono mai abituate a convivere con la guerra, nonostante le circostanze. Ecco, che ci si possa abituare alla guerra è davvero solo un luogo comune”.

Nel tuo diario parli di danni psicologici oltre che materiali...
“Mi ricollego a quello che ho appena detto: la guerra dura ancora. Non ci si abitua ai bimbi che saltano sulle mine o a forme di economia micidiale. Molti ragazzini se le vanno a cercare le mine, per fare bombe da pesca o accendere fuoco nell’inverno afgano. Questo è convivere con la guerra, d¹accordo, ma non hanno mai avuto altre possibilità. I danni psicologici perciò sono enormi, in nessun modo misurabili. Pensate ai bambini che hanno vissuto a Kabul, una città che si può paragonare a Hiroshima, con le scuole chiuse dai taleban e qualsiasi immagine vietata. I disegni che ho lasciato nell’ospedale di Emergency erano “clandestini” (Vauro ha dipinto il reparto pediatria dell’ospedale, ndr). Sono cresciuti soltanto con immagini di distruzione violenza e disperazione negli occhi . Niente di diverso dai “colori della guerra”. Questo vale anche per gli adulti in un contesto mondiale dove sembra contare solo la forza.

Come è nato il diario e come è arrivato all’Archivio di Pieve S.Stefano?
“Questo è un diario per caso. Io sono un giornalista vecchia maniera, uso sempre dei bloc-notes. Scrivo in ogni situazione. Poi rielaboro. È un modo di fissare subito un fatto su un foglio a quadretti. Il diario è arrivato a Pieve sempre per caso. Conoscevo Saverio Tutino (fondatore dell’Archivio Diaristico ndr) e parlando gli ho accennato che gli articoli sul “Manifesto” del periodo di guerra erano scaturiti da una quantità di bloc notes. E lui ha deciso di prenderli; io non ho molta cura delle mie cose e glieli ho regalati volentieri. Tutta la pila dei bloc notes, illeggibili, perché a volte scrivevo dentro la jeep, e che lui ha avuto la pazienza commovente di decifrare".

Edizioni Berti
pp. 96 , € 7,00
anno di pubblicazione 2002

Fonte: www.terre.it

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