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«Io, fratello di Siani: si doveva indagare di più»
A 17 anni dalla morte del cronista vittima della camorra: restano tanti misteri

di Andrea Purgatori
24 settembre 2002


Giancarlo Siani, giornalista del Mattino , mezzo abusivo e mezzo no, fu ucciso sotto casa la sera del 23 settembre 1985. Pallottole di camorra mentre stava ancora con un piede dentro e uno fuori dalla sua Mehari, in via di Villa Majo. Un lunedì, anche diciassette anni fa. E Giancarlo di anni ne aveva venticinque. Il consiglio di famiglia dei Nuvoletta e dei Gionta aveva emesso la sentenza già a Ferragosto. Ma se ne andò l’estate, prima che si decidessero. Poi, e chissà perché, li prese la foga di sbrigare la faccenda. Allora spedirono un paio di killer su al Vomero. Un lavoraccio. Nelle due ore in attesa che Giancarlo tornasse dal giornale, si fecero vedere in faccia. Sparsero cicche ovunque. Orinarono sul muro, alla luce di un lampione. Più che la crema della camorra, parevano dei dilettanti. Che non fa senso. Insomma, dentro al buco nero di quel mese e mezzo tra condanna a morte e improvvisata esecuzione, indagini, processi e condanne all’ergastolo (tutti identificati e arrestati, esecutori e mandanti) non ci hanno ancora spiegato che cosa si nasconde. E non dev’essere un pezzo di verità da poco.
Di tutta la famiglia Siani, oggi è rimasto solo Paolo. Che s’è battuto per ottenere giustizia e, con sobrietà, condivide le iniziative legate alla memoria di suo fratello. «Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride», ricorda Paolo. E ricorda il tempo delle indagini al buio: «Anni popolati da anime nere, dove non capisci se ti stanno prendendo in giro perché la verità non la vogliono trovare o non sono capaci di trovarla. Quando mi restituirono la Mehari di Giancarlo, aprii il cassettino e ci trovai la sua agenda. Non avevano nemmeno perquisito la macchina». Un’inchiesta condotta seguendo l’esatto contrario del metodo per il quale Giancarlo era stato ammazzato: scavo intorno alle notizie, ricostruzione dei fatti, senza autocensure. Anche questo Paolo ricorda: «Voleva fare il giornalista, a ogni costo. Dalla redazione di Castellammare, era riuscito ad entrare alla cronaca di Napoli». Cambio ferie nell’estate del 1985, poi dal 1° ottobre sarebbe stato assunto: praticante, non più mezzo abusivo. «E senza calci in culo, ma faticando. Così voleva lui».
I pentiti di camorra hanno raccontato che Giancarlo si giocò la pelle per un articolo pubblicato il 10 giugno 1985, in cui rivelava il retroscena dell’arresto di Valentino Gionta, boss di Torre. «La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di Nuova famiglia, i Bardellino», aveva scritto. E siccome Gionta era stato catturato a Marano, regno dei Nuvoletta, due più due uguale quattro: i Nuvoletta avevano «venduto» Gionta. Ovvero, erano degli infami. Intollerabile.
Fino a metà agosto, si tennero parecchi vertici di camorra in cui Lorenzo e Angelo Nuvoletta ribadirono che Giancarlo andava punito con la morte. Mentre Gionta, dal carcere, si opponeva perché non voleva pagarne le conseguenze. Poi a Ferragosto disse sì, pose una condizione: fatelo, ma non a Torre Annunziata. E qui si apre il buco nero. Giancarlo lascia Castellammare, va in cronaca a Napoli, scrive sempre meno di Torre e torna a battere un vecchio chiodo: i rapporti camorra-appalti, legati alla ricostruzione del dopo terremoto. Non articoli, ma un libro-inchiesta. «Che, dopo la sua morte, è sparito», dice Paolo Siani.
Era preoccupato nei suoi ultimi giorni, Giancarlo? Cambi d’umore? Segnali? Nulla di particolare dicono i colleghi, persino Paolo. Tranne una telefonata. All’ora di pranzo del lunedì in cui verrà ucciso, Giancarlo chiama Amato Lamberti, oggi presidente della Provincia, ideatore di un bollettino: l’Osservatorio sulla Camorra. «Mi fa: devo parlarti. Di cosa? E lui: meglio a voce. Va bene, dico: a che ora passo alla Caffetteria? Non qui vicino al giornale, ti richiamo io domattina, fa lui. Invece la mattina lessi la notizia. E m’è rimasto questo rovello, di questa cosa che non è riuscito a dirmi e del lavoro che stava facendo sulle collusioni tra camorra e sistema politico, dei partiti e degli amministratori locali. Lo ripeto, anche se mi hanno aggredito per questo: all’esecuzione di camorra e basta, io non ci credo. Quella morte è stata decisa ad altri livelli. E noi ci siamo accontentati della verità giudiziaria, peccato. Non è un buon modo per onorare la memoria di Giancarlo. Peccato davvero».


Fonte: Corriere della Sera



Giancarlo Siani,
giornalista del quotidiano «il Mattino», viene ucciso in un agguato, mentre torna a casa dei genitori, nel quartiere napoletano del Vomero, la sera del 23 settembre 1985. Le indagini puntano immediatamente sugli ambienti della camorra di Torre Annunziata, dove Siani svolge il suo lavoro di corrispondente. Nel giro di qualche giorno viene arrestato Alfonso Agnello, giovane pregiudicato legato al clan egemone di Torre Annunziata, quello di Valentino Gionta. Un garagista minacciato dai sicari in fuga dice di aver riconosciuto Agnello. Poi però gli avvocati del giovane pregiudicato presentano un alibi che consente di escludere, anche se con alcuni dubbi, la sua partecipazione all'esecuzione. I legali di Agnello esibiscono una contravvenzione stradale dei vigili di Torre Annunziata che, in teoria, per l'ora in cui è stata fatta, renderebbe impossibile la sua presenza a Napoli sotto casa del giornalista. Poi sul delitto cala il più assoluto silenzio.

Nell'1987 la Procura Generale, che ha avocato l'inchiesta, annuncia una svolta. Vengono firmati tre ordini di cattura nei confronti di Giorgio Rubolino, Giuseppe Calcavecchia e Ciro Giuliano, della potente famiglia camorrista di Forcella. Rubolino, accusato da un'ex fidanzata e dal titolare di una cooperativa di ex detenuti, fino a quel momento era conosciuto come un ragazzo intraprendente con relazioni eccellenti e con ottime amicizie al Palazzo di Giustizia. Gli ordini di cattura vengono firmati mentre è in corso una campagna de «il Giornale di Napoli» che batte la medesima pista. I tre arrestati vengono però prosciolti con formula piena. Accuse non provate, tempo perso nella ricerca della verità.

Con il proscioglimento di Rubolino e compagni cominciano le contestazioni dell'operato della procura generale e scatta un'inchiesta del Csm per pressioni che sarebbero state fatte sui testimoni. Ancora buio. Passano altri anni. La svolta arriva nel 1993. L'inchiesta è affidata al sostituto procuratore Armando D'Alterio, che raccoglie le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Migliorino. E' Migliorino a raccontare i primi particolari sull'omicidio di Siani. Nel novembre '94 alle dichiarazioni di Migliorino si aggiungono quelle di un altro pentito, Gabriele Donnarumma, cognato del boss Valentino Gionta. Donnarumma racconta, tra l'altro, di visite fatte in carcere per comunicare al padrino di Torre Annunziata la volontà e poi la decisione del clan Nuvoletta di Marano di punire Giancarlo Siani. Quindi nel settembre '96 arrivano anche le dichiarazioni di un nuovo pentito, Ferdinando Cataldo. Ma Cataldo in aula si contraddice (verrà condannato per aver fatto parte del commando che uccise Siani).

L'inchiesta del pm D'Alterio stabilisce che l'omicidio Siani matura in un contesto di rapporti tra politica e camorra a Torre Annunziata e che la causa scatenante va cercata in un articolo scritto dal giornalista il 10 giugno 1985. In quell'articolo si parlava dell'arresto di Valentino Gionta, alleato dei Nuvoletta, compiuto a Poggiovallesana, nel territorio della famiglia di Marano. E Siani aveva formulato l'ipotesi che dietro l'arresto di Gionta potesse esserci lo zampino dei Nuvoletta interessati a liberarsi di un alleato ormai ingombrante.

Nell'autunno del '96 comincia il processo di primo grado davanti alla prima Corte di Assise di Napoli. Si conclude con sette condanne ed un'assoluzione, quella di Gaetano Iacolare. Il 7 luglio del '99 il processo d'appello termina con la condanna all'ergastolo per il boss di Torre Annunziata Valentino Gionta, per quello di Marano Angelo Nuvoletta (latitante), per Luigi Baccante, Ciro Cappuccio e Armando Del Core. Viene condannato a 28 anni anche Gaetano Iacolare, a 15 Ferdinando Cataldo e a 28 Gabriele Donnarumma. La parola fine arriva il 13 ottobre 2000, a 15 anni dal delitto. Dopo cinque ore di camera di Consiglio i giudici della Cassazione confermano le condanne per killer e mandanti. Fatta eccezione per Valentino Gionta: per il boss di Torre Annunziata, che resta comunque in carcere, va rifatto il processo di secondo grado.

Cristiana Palazzoni (da narcomafie.it)

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