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Cina: rilasciato Wan Yanhai, operatore d'informazione su internet e attivista dei diritti umani 

25 settembre 2002

Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha accolto con grande soddisfazione il rilascio di Wan Yanhai, noto attivista dei diritti umani e operatore dell’informazione su internet, detenuto per un mese “per esser stato sospettato di aver venduto segreti di stato”. L’agenzia di stampa cinese,  XINHUA ha dichiarato che Yanhai è stato rilasciato dopo aver confessato ed aver accettato un accordo di collaborazione con la polizia. 
Sempre secondo l’agenzia, un impiegato dei servizi d’informazione dello Stato aveva testimoniato che Wan si sarebbe illegalmente impadronito di documenti riservati per poi inviarli oltreoceano e a qualche sito internet. Tutto questo il 17 agosto scorso. 
Wan, che era scomparso dalla circolazione il 24 agosto, sembra sia stato preso di mira per aver pubblicato sulla rete un documento del governo sul dilagare del virus dell’aids nella provincia di Henan.  Nonostante gli agenti abbiano ammesso, in presenza dei colleghi di Wan, che era detenuto, il governo non ha mai ufficialmente informato né la famiglia né nessun altro del suo arresto né  tanto meno ha fatto loro sapere dove si trovasse. “Siamo entusiasti che Wan sia stato liberato in modo che possa rimettere insieme il suo importante lavoro”, ha commentato Ann Cooper, direttrice del CPJ. “Tuttavia vogliamo sperare che non ci siano condizioni per il suo rilascio; aver diffuso certe informazioni è più un servizio publico che un reato”. Wan è stato rilasciato in seguito ad una poderosa campagna messa in piedi da diverse organizzazioni internazionali fra cui anche il CPJ, ma la Cina rimane il paese con più giornalisti in carcere; 35 al momento. Il giornalista ha dichiarato di essere in buona salute ma ha ritenuto più saggio non fare commenti sui termini della detenzione e sulla vicenda in genere; tuttavia, ha terminato, “niente di quel che è successo potrà condizionare il mio lavoro”. Il sito web prodotto da Wan, è diventato una delle fonti d’informazioni sull’aids più ricche e aggiornate che si possano trovare, con pubblicazioni che non appaiono sulla stampa ufficiale. Uno dei motivi per un così rapido dilagarsi del virus in Cina è stato la restrizione all’informazione operata nella regione del Beijing. Si stima che per la fine del decennio potranno rimanere infettati dal virus dell’HIV 10 milioni di cittadini cinesi.


Back ground

LA MAGGIORANZA DEGLI OPERATORI DELL'INFORMAZIONE IN CARCERE È CINESE

20.09.02 - La Cina può vantare il triste primato del maggior numero di giornalisti finiti in carcere. A denunciarlo è il Committee to Protect Journalists (CPJ), secondo il quale, dei 118 operatori dell’informazione imprigionati in tutto il mondo , quasi un quarto risiede nella Repubblica popolare cinese. Sono infatti 36 i reporter rinchiusi nei penitenziari del Paese asiatico. Nel sollecitarne l’immediato rilascio, l’organizzazione non governativa con sede a New York aggiunge che 9 dei giornalisti incarcerati in Cina negli ultimi 2 anni sono accusati di sovversione o incolpati di reati relativi alla pubblicazione di informazioni via Internet. Altri vengono genericamente accusati di aver "rivelato segreti di Stato", imputazione che torna utile alle autorità per colpire qualsiasi tipo di comportamento giudicato troppo critico. "Questi casi – ha affermato Sophie Beach, del CPJ - dimostrano come il governo cinese approfitti puntualmente delle leggi sulla sicurezza nazionale per mettere a tacere le voci di dissenso". Il Comitato rimarca infine che molti dei cronisti vengono condannati in segreto e senza regolare processo. 

PECHINO FA PARZIALE MARCIA INDIETRO, SBLOCCATO ACCESSO INTERNET A ‘GOOGLE’ MA NON AD ‘ALTAVISTA’

È di nuovo accessibile in Cina il popolare motore di ricerca ‘google’, bloccato poco più di una settimana fa dalle autorità senza alcuna motivazione ufficiale. Lo ha riferito un portavoce di ‘google’, specificando di non aver apportato nessuna modifica al proprio modo di operare durante questi giorni di black-out ed aggiungendo di non aver ricevuto spiegazioni di sorta per l’improvvisa marcia indietro. Non è stato invece ancora revocato un analogo veto imposto da Pechino su ‘altavista’, scomparso dal web cinese a partire dal 6 settembre scorso. In questi giorni i cinesi si sono trovati a compiere operazioni di ricerca su Internet utilizzando motori meno efficaci e maggiormente sottoposti a censura da parte delle autorità governative. È rimasto sempre consultabile ‘yahoo’, che insieme ad altri 130 portali ha firmato di recente un’intesa con Pechino. Nel documento si impegna a non divulgare informazioni che possano "compromettere la sicurezza dello Stato ed incrinare l’ordine sociale in Cina". Da anni Pechino cerca in ogni modo di rafforzare il controllo dell’informazione via Internet, arrivando a far arrestare giornalisti o creatori di siti web che esprimevano il proprio dissenso attraverso la rete. Inoltre nel giugno scorso le autorità hanno annunciato la chiusura di migliaia di Internet café, luoghi pubblici dove ci si connette alla rete tramite computer. Nonostante questo, il web continua ad attrarre sempre nuovi utenti: secondo gli ultimi dati disponibili sarebbero ormai 45 milioni i cinesi che navigano su Internet.

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