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di Gianni
Minà
3 ottobre 2002
L'esercizio
della verità, nel momento che stiamo vivendo, è certamente
il più disagevole per molti giornalisti intellettuali,
politici, carenti di memoria. La spregiudicata deposizione,
sabato scorso, di Cesare Previti al tribunale di Milano
(deposizione nella quale l'ex avvocato delle cause scabrose di
Berlusconi teorizzava sostanzialmente il suo diritto a
commettere reati trattandosi di «fatti suoi») ha costretto,
in questi giorni, molti opinionisti fino a ieri propensi alla
tesi della persecuzione dei giudici di Milano verso Berlusconi
e i suoi fidi, a prendere le distanze e a chiedere
addirittura, come Angelo Panebianco sul Corriere della Sera,
che Forza Italia dimetta Previti dal mandato di senatore. Una
richiesta tardiva, ma evidentemente suggerita da un contesto
inquietante, nel quale proprio Previti, qualche settimana fa,
aveva mandato un avvertimento esplicito al presidente del
Consiglio: «Berlusconi sa come sono andati i fatti».
Costa sempre più fatica, evidentemente, raccontare o
analizzare con onestà una realtà che ormai smentisce ogni
sicurezza sulla bontà del sistema che prevale nel mondo. E
questa fatica è ancora più palese nelle risicate due
paginette che i grandi quotidiani in Italia riservano agli
accadimenti del resto del mondo.
La preoccupante piega che ha preso, per esempio, la politica
interna ed estera degli Stati Uniti, ha trovato, recentemente,
una spiegazione seria ed esplicita solo in un fondo di Luigi
Pintor uscito sul manifesto. Un fondo che qualche
ipocrita stava sicuramente per definire «antiamericano» se,
proprio il giorno dopo, George W. Bush non avesse reso noto le
33 inquietanti pagine del «National security strategy of the
United States», cioè la insensata logica della guerra
preventiva.
La scusa di chi sminuisce o fa finta di dimenticare fatti
inoppugnabili, è che bisogna essere «politicamente corretti».
Come se mentire sulla realtà, o eludere, ignorare, nascondere
accadimenti fosse un esercizio morale, giusto e accettabile. E
la guerra preventiva, decisa senza l'autorizzazione di
nessuno, oltre «a stabilire un precedente imbarazzante»,
come ha segnalato l'ex presidente degli Stati uniti Bill
Clinton, è una realtà che può essere spiegata con le
sordide esigenze della grande industria delle armi,
dell'energia e del petrolio, non con motivazioni strategiche
come, con poca dignità, sostengono opinionisti provenienti
perfino dall'intellighenzia di sinistra.
Recentemente Galli della Loggia si dispiaceva del senso di
rimorso molto cattolico che buona parte dell'opinione pubblica
sente verso le popolazioni povere, mentre secondo lui dei
guasti e dei disastri di questi paesi sarebbero responsabili
solo i loro governanti, megalomani e corrotti. Corrotti da
chi, professore? Avrebbe qualche indicazione da darci? Perché
Galli della Loggia, nella sua requisitoria, si è dimenticato
di chiarirci perché, ad esempio, le ricchezze minerarie del
Congo non sono in mano dei cittadini, ma proprietà della
Compagnia generale delle miniere belga che, per quasi 40 anni,
dopo l'assassinio di Lumumba (voluto dalle nazioni coloniali),
ha imposto a Kinshasha, un dittatore come Mobutu Sese Seku. E
il professore si è dimenticato di spiegarci anche perché in
Sierra Leone è in corso da tempo una guerra dimenticata per
il possesso dei diamanti. Un conflitto feroce combattuto da
fazioni che utilizzano anche i bambini come soldati, al soldo
di alcune delle democratiche nazioni d'Europa. Questi stati,
ufficialmente alleati tra loro, non possono farsi la guerra in
prima persona perché «sarebbe sconveniente». E allora in
vece loro combattono adolescenti che imbracciano, spesso
maldestramente, le armi più moderne in circolazione. La
fazione che vincerà questo conflitto porterà in dote alla
nazione «democratica» che l'ha sovvenzionata i diamanti
della Sierra Leone.
Galli della Loggia per rafforzare la sua teoria sulle colpe
dei poveri, comunque responsabili dei propri disastri (anche
di quelli imposti dagli speculatori della finanza) faceva
l'esempio di Saddam Hussein che, per smania di potere, ha
fatto guerra per dieci anni all'Iran, dilapidando la ricchezza
che il petrolio regala all'Iraq. Per una disdicevole
dimenticanza però l'opinionista non ha segnalato che quella
guerra fra fratelli la vollero e la sostennero, per motivi
strategici legati al mercato dei gas e del greggio, proprio
gli Stati uniti (Bush senior era il capo della Cia) che
crearono e armarono Saddam insieme ad alcune civili nazioni
europee. Fra cui l'Italia che costruì per il rais, alla Oto
Melara di La Spezia, il super cannone e per oliare l'affare
utilizzò la sede di Atlanta della Banca Nazionale del lavoro.
Qual è l'idea di verità che hanno questi intellettuali? In
questi giorni i maggiori giornali italiani hanno
scandalosamente ignorato il tiro a segno contro la casa, a La
Plata (Argentina) di Estella Carlotto, presidentessa delle
nonne di Piazza di maggio. Un avvertimento macabro, con
pallottole dello stesso calibro di quelle usate per uccidere,
25 anni fa la figlia Laura, allora incinta, i cui resti sono
stati ritrovati dopo anni di «desaparecion». La colpa di
Estella Carlotto? Aver denunciato, proprio alla vigilia
dell'attentato, la violenza della polizia argentina che il
fotografo Diego Levy ha documentato in un saggio pubblicato
nel n. 78 della rivista Latinoamerica. Il messaggio,
specie in questo momento di disgregazione dell'Argentina è
chiaro, mafioso e rivelatore, come ha spiegato Estella
Carlotto, che il clima di impunità e di incubo già vissuto
nella recente storia argentina sta per tornare, favorito
proprio dalle presunte misure «antiterrorismo» volute dagli
Stati uniti in America Latina. Purtroppo questa deriva in una
nazione come l'Argentina, che era l'allieva più ubbidiente
delle ricette neoliberali del Fondo monetario e della Banca
mondiale, è sfuggita all'attenzione dei più importanti mezzi
d'informazione italiani.
Paolo Mieli, nella prestigiosa rubrica delle lettere del Corriere
della Sera, rispondendo ad un lettore che lo invitava a
parlare dei gulag dei paesi comunisti alcuni dei quali
sarebbero ancora in funzione, ha dimenticato questa realtà
consueta anche nella «macelleria» Colombia del presidente
Uribe, sodale di George W. Bush, oltre che dei
narcotrafficanti e degli squadroni della morte, e normale
anche nel Messico del presidente Fox, dove più di 200 persone
sono scomparse negli ultimi anni nei commissariati di polizia.
Mieli non ha accennato nemmeno alla Birmania o all'Indonesia
dei feroci militari, alleati del governo di Washington, che,
in un recente passato, hanno fatto fuori 500 mila «comunisti»,
e messa a ferro e fuoco, fino a ieri, Timor est. In compenso
ha indicato il Vietnam e perfino Cuba, incurante del fatto che
qualunque rapporto annuale di Amnesty International lo
smentirebbe. L'unico gulag in funzione a Cuba è
infatti quello creato a Guantanamo dal governo degli Stati
uniti per rinchiudere, in condizioni penose, i prigionieri
talebani.
Se ne dimenticano anche molte belle anime riformiste del
contraddittorio mondo della sinistra italiana, giustamente
attente ai dissidenti cubani, ma colpevolmente disinteressati
invece a conoscere la reale situazione dei diritti della gente
in molte presunte democrazie latinoamericane, africane o
asiatiche dove, al contrario di Cuba, non c'è nessun rispetto
per la dignità dell'uomo. A molte di queste nazioni
convenienti per i nostri commerci viene quasi sempre perdonato
tutto, come all'Argentina dell'epoca dei desaparecidos. Ed è
triste notare come anche questi famosi riformisti, siano
incapaci di proporre qualunque iniziativa che vincoli la
possibilità di stabilire rapporti economici con questi
governanti all'impegno di instaurare nei loro paesi una
credibile realtà sociale, civile e democratica.
Il problema di fondo è che tutte le efferatezze commesse nel
nome del capitalismo sono considerate deprecabili «effetti
collaterali», come le bombe che in Iraq o in Afghanistan
colpivano i civili innocenti, e comunque accadimenti
ineluttabili. Così il fatto che l'amministrazione di George
W. Bush stia ricattando il governo del Costarica per istituire
in quel paese una super scuola di polizia che controlli il
disagio crescente delle masse povere del continente, magari
con i metodi crudeli usati dai militari latinoamericani
formati a Fort Benning o nella «Escuela de las americas»,
non interessa più né all'informazione di quella che fu la
borghesia illuminata, né alla politica rinunciataria di parte
di quella che fu la sinistra italiana.
Anzi crea fastidio come l'appello del grande poeta argentino
Juan Gelman che, dopo aver ritrovato la nipote partorita dalla
nuora desaparecida e data in adozione dagli aguzzini della
dittatura alla famiglia di una poliziotto di Montevideo, ora
insiste con un appello via internet perché l'opinione
pubblica internazionale costringa il presidente uruguaiano
Battle a impegnarsi a ritrovare i resti della nuora in una
delle tante fosse comuni sorte in America latina negli anni
`70. Le fosse comuni come gli squadroni della morte o il
terrorismo di stato, erano gli «effetti collaterali»
dell'Operazione Condor, una delle più spietate campagne di
repressione contro qualunque opposizione, messa in atto dalla
fine della seconda guerra mondiale ad oggi, e voluta in
America Latina, negli anni `70, dal presidente nordamericano
Richard Nixon.
All'Operazione Condor si deve fra l'altro il genocidio, negli
anni `80 delle popolazione Maya in Guatemala, l'ultimo sfregio
del secolo dopo quello nazista. I dati che il rapporto Onu «Memoria
del silenzio» ha documentato, solo tre anni fa, sono
agghiaccianti: duecentomila morti, trentamila desaparecidos,
seicentoventisette massacri accertati, quattrocento villaggi
scomparsi dalla carta geografica, quasi tremila fosse comuni.
Il rapporto documentò anche la complicità del governo di
Washington nel genocidio tanto che Bill Clinton volò a Città
del Guatemala per chiedere scusa agli eredi dei Maya. E' per
storie indecenti come questa che Bush junior osteggia e
rifiuta il Tribunale penale internazionale.
Ho ricordato questi accadimenti tante volte e anche in una
lettera a Mieli che mi aveva chiamato in causa nella sua
rubrica. Purtroppo di questo terrorismo di stato tanto recente
e ancora incombente nella società che viviamo, quella della
«guerra continua», pochi si vogliono ricordare forse perché
più inquietanti di molte efferatezze del comunismo.
L'esercizio della verità, il rispetto della memoria, la forza
inconfutabile di certe realtà non sono convenienti e quindi
vanno elusi. Con buona pace dell'etica dell'informazione.
Fonte: il
Manifesto
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