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Un anno dopo. Il fronte anti Bush L'Altra america ha continuato a battersi, a scrivere, a pensare. Viaggio tra questi testimonial di un paese che non ha un solo volto

George W. Bush e dio

di Giulia D'agnolo Vallan
6 ottobre 2002


Vissuta dagli Stati Uniti, la corsa verso la guerra in Iraq - e il clima politico creato dalle imminenti elezioni - stanno creando l'impressione di un profondo scollamento tra il discorso pubblico, esemplificato da governo e media, e opinione pubblica. Ne abbiamo parlato con Mark Crispin Miller, professore di cultura e comunicazione alla New York University, noto per il libro sulla tv Boxed In e per il più recente The Bush Dyslexicon: Observations on a National Disorder, un'analisi degli strafalcioni del presidente Usa dietro cui si nasconde una particolare lettura delle sua politica.

Contrariamente a quanto si vuol far credere in Europa, mi sembra che gli americani non abbiano nessuna voglia di andare in guerra È come se la corsa verso l'Iraq fosse una cosa gestita tutta a livello di governo e tv...

Siamo arrivati al punto in cui il governo e il sistema «corporate» dei media si sono uniti e sono levitati al di sopra della superficie terrestre: non rispondono più all'opinione di massa o ai desideri di massa. Essendo costituito da un monopolio di pochi, il nostro sistema mediatico può dire e fare quello che meglio crede: non c'è competizione. Nella realtà dei fatti non c'è nessuna prova di supporto popolare per questa guerra. Al contrario, ci sono tutte le prove dell'esistenza di una enorme opposizione all'invasione. Come prevedibile da parte del movimento per la pace, ma anche di parecchi veterani della guerra del Golfo, generali in pensione. .... Recentemente, un periodico che segue da vicino il Congresso ha riportato una cosa che conferma quanto che avevo già sentito dalle mie fonti di Capitol Hill. E cioé che, nella posta che arriva ai deputati, per 30 lettere contro la guerra ce n'è una a favore. E che anche chi è a favore non è convintissimo. Non è un caso che parecchi repubblicani siano contrari all'intervento in Iraq: un conservatore di sani principi non può che essere contro questa scelta fatta da una giunta che sta estendendo la giurisdizione del governo federale ben oltre i limiti della costituzione. Il problema è che la stampa americana in questo momento sta funzionando come la stampa in Iraq. Prendi Bush, il 4 settembre scorso, sul podio di Crawford, dice: «Sono un uomo paziente». E promette che rifletterà e si consulterà con altri...Tutti lo vedono e lo sentono. Due giorni dopo, il 6 settembre, 100 caccia americani e inglesi attaccano la maggior base contraerea dell'Iraq. Il fatto è riportato da tutta la stampa del mondo, ma non in Usa. Visto che il Pentagono si è rifiutato di commentare, nessun network tv ha dato la notizia. La realtà è che i media che fanno capo alle grandi corporation sono propaganda pura, un megafono per questa amministrazione. Se in Europa pensano che la stampa di qui stia dando un'immagine accurata di quello che succede sono pericolosamente sulla falsa via.

La Cnn, che durante la guerra del Golfo funzionava come una sorta di antenna internazionale...Oggi è tra le più allineate..

È nauseante. Quando l'ex ispettore dell' Onu in Iraq, Scott Ritter, è apparso su Cnn, lo hanno preso a pesci in faccia. I giornalisti! Se sei contro l'aministrazione i giornalisti ti attaccano.

Perché il desiderio di aderire incondizionatamente alle posizioni di questo governo?

Prima di tutto la concentrazione di potere - un problema che avete anche in Italia: qui i «conglomerate» dipendono dalla deregulation. È per quello che Jack Welsh e Rupert Murdoch sono intervenuti direttamente, la notte delle elezioni, per fare annunciare in anticipo la vittoria di Bush. Non che Gore li avrebbe trattati male, ma i repubblicani sono molto più estremisti e si muovono più in fretta. E poi bisogna dire che la nostra stampa è diventata incredibilmente pigra. Si è dimenticata di come si fa giornalismo e si limita a ripetere quello che dicono le persone potenti. Poi credo veramente nel successo della propaganda della destra ai danni di quelli che vengono chiamati i «media liberal». E' un'operazione iniziata nel 1969 e continuata negli anni 70 essenzialmente per via del Vietnam: abbiamo perso la guerra non perché siamo stati sconfitti militarmente ma perché siamo stati accoltellati alla schiena dai «media liberal». Da allora, quando si tratta di guerra, stampa e tv hanno fatto di tutto per assecondare il governo: Grenada, Panama, Iraq...La cosa più sorprendente è che nel 1991 i propagandisti sono saltati fuori con parecchie prove di quello che stava facendo Saddam Hussein. Tutte discutibili, ma almeno le avevano prodotte. Questa volta c'è solo Bush che promette che darà delle prove. E tutti si comportano come se lo avesse fatto. In realtà non è assolutamente riuscito a convincere gli americani: ha solo persuaso il sistema.

I talk show politici, sempre più frequenti in tv, hanno assorbito il modello della talk-radio, un discorso aggressivo, generico, mirato al minimo comun denominatore, e la drammatizzazione delle news secondo i modelli della fiction è facilitata dall'abitudine alla reality tv. Questa è tv che costa pochissimo produrre...

E' stato il cavo, sono stati i canali di «all news» a cominciare. E hai assolutamente ragione: sia la «tv della realtà» che il modello del talk-show sotto forma di wrestling politico/verbale costano pochissimo e attraggono pubblico. D'altra parte i media commerciali hanno sempre amato le guerre per questa ragione...vendono. Ma qui è anche peggio: la tv è un medium irrazionale. Mentre pronunci una frase che ha senso lo spettatore magari ti guarda le sopracciglia. Certe parole bucano lo schermo e ti atterrano nella coscienza, dove finiscono in una specie di schema manicheo - questo è buono quello è cattivo. In tv Bush parla in modo assolutamente incomprensibile. Nulla di quello che dice è consequenziale. O racconta una bugia dopo l'altra. E nessuno lo fa notare. È senza precedenti, ed è una delle particolarità specifiche di Bush. Del fatto che è lui alla Casa Bianca e che tutti ne hanno paura. Di lui e di Karl Rove.

E' un'amministrazione molto vendicativa?

E' la più vendicativa nei confronti della stampa dai tempi di Nixon. Ma per Nixon era più difficile, perché non è mai stato popolare e perché il sistema dei media non era così centralizzato.

Come paragonerebbe la costruzione dell'immagine di Bush rispetto a quella di Reagan, «il grande comunicatore»?

La strategia con Reagan era di usarlo per trasferire ricchezza dai ricchi ai poveri, e sfruttare la sua immagine per attirare al partito repubblicano lavoratori democratici insoddisfatti. Reagan doveva anche servire a unificare la destra, Wall Street e la destra cristiana. Con Bush la strategia è molto simile ma molto più radicale. La differenza cruciale e che non c'è più una guerra fredda. Nei confronti di quest'amministrazione non si può nemmeno usare l'aggettivo conservatrice...«fascista» -una parola frusta, lo so- è il termine che mi sembra più indicato. Non saprei come altro definirli. Non credono nella democrazia: vogliono sradicare il movimento dei lavoratori, quello dell'ambiente e non tollerano interferenze...In più c'è la vena importante del fondamentalismo religioso. La presenza di un John Ashcroft in qualità di ministro della giustizia, il fatto che Rove faccia così attenzione alla destra cristiana...I critici dell'amministrazione Bush spesso fanno un errore molto «di sinistra», riducono tutto in termini economici. Ma in questo caso non è solo il petrolio...c'è in più un elemendo di demenza: vogliono il potere assoluto. La religione di Bush è un punto interessante da considerare. Da un lato è calcolata al millimetro, visto che è diventato un «born again Christian» proprio quando doveva aiutare suo padre con i voti in Texas. Ma c'è un aspetto della religiosità di Bush che è molto sincero: la nozione magniloquente che Dio lo abbia scelto. So che fa ridere...ma lo ha persino detto, in più occasioni: ha detto che Dio lo ha scelto perché vincesse contro Gore, per combattere la guerra contro il terrorismo e, ora, per combattere l'Iraq. E ci crede. E' stato ampiamente riportato anche da Usa Today e dal New York Times come si prendono decisioni in questa Casa Bianca: succede tutto tra un numero ristrettissimo di persone, senza consultare l'intelligence necessaria...Quando Bush era sull'aereoplano, l'11 settembre scorso, ha detto: «siamo in guerra. Lo hanno fatto perché pensano che siamo deboli». In realtà i terroristi lo hanno fatto perché volevano una guerra -e l'hanno ottenuta. Ma quello è il modo in cui funziona il cervello di Bush. Ed è da lì che viene la politica.

Nel tuo libro dici che l'antintellettualismo di Bush è stato usato in modo molto abile...

Bush arriva da una lunga tradizione di presidenti anti-intellettuali, dai tempi di Andrew Jackson. Quello che è interessante è che la base populista di questa tradizione è stata scippata per servire interessi assolutamente elitari. Bush viene da una famiglia ricca. Fanno credere che i suoi errori grammaticali siano un segno di empatia con «l'uomo comune». Ma la mia teoria sul suo linguaggio è che i suoi errori non sono indicativi di stupidità ma di insincerità. Fa sempre quegli errori quando cerca di toccare una nota che non sente: cerca di sembrare compassionevole, altruista, idealista....è lì che fa gli errori. Quando parla di vendicarsi, di giustiziare delle persone o fa quella sue battue sadiche, si esprime in modo perfettamente chiaro. Sempre. Il libro è pieno di esempi. La gente dice che è uno stupido. Invece è un imbecille morale e un ignorante, ma penso che, politicamente parlando, sia astuto.


fonte: il Manifesto

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