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di
Enrico Galoppini
8 ottobre 2002
Dopo
tutto quel che è stato detto e mandato in stampa dal fatidico
11 settembre 2001 in poi, non nascondo di aver avvertito una
certa preoccupazione nello scrivere un articolo sull’annosa
questione della lacunosa conoscenza del mondo arabo che si ha
in Europa. Preoccupazione di scrivere banalità, perché
passata la buriana degli attacchi all’arma bianca di coloro
che avrebbero voluto veder «ristabiliti i diritti della
Civiltà» - quali che fossero gli obiettivi da castigare (per
non parlare dei metodi) - si è pian piano tornati a
ragionare, ma vergare una serie di considerazioni non di
maniera, e che non tributino il consueto ossequio a quel bon
ton rassicurante che caratterizza la maggior parte degli
interventi sul tema della nostra percezione del mondo arabo,
resta ancora impresa assai ardua.
I limiti dell’orientalismo e…
dei lettori
L’Europa ha sviluppato un’apposita
branca del sapere per venirne a capo, l’orientalismo. Sviluppatosi e
giunto all’apice delle sue fortune quando il mondo arabo era
controllato più o meno direttamente sotto forma di colonie,
protettorati, mandati. La ragion d’essere dell’orientalismo non va
perciò disgiunta da obiettivi pratici, in primis quello di fornire
un’immagine rassicurante e controllabile dell’Oriente, ma nella
sua fortuna come genere va rintracciata anche un sincera e naturale
curiosità verso un mondo diverso e perciò attraente.
E anche oggi gli scritti degli esperti
sono l’obbligato viatico per la maggior parte di coloro che
intendono farsi un’idea sul mondo arabo. Da questo punto di vista ce
n’è per tutti i gusti: nella produzione degli arabisti sono
individuabili infatti differenti impostazioni, che spaziano
dall’appello a far quadrato contro un imminente invasione di
sempiterni «saraceni» alla melensaggine di coloro che si ostinano a
vedere il mondo come un immenso «villaggio globale», dove le
specificità culturali si stempererebbero in nome di un’illusoria «religione
dell’umanità». In mezzo stanno gli approcci più credibili, pur
tuttavia inevitabilmente condizionati dalle preferenze e dalle
personali idiosincrasie dei singoli studiosi. Ciò è del tutto
normale, dato che quot homines, tot sententiae.
Ma il problema è che nel 99% dei casi,
per un’inveterata abitudine a circondarci di immagini consolatorie e
fortificanti, finiamo per abbeverarci a quelle fonti che intuiamo o,
peggio, sappiamo già corrispondere alle nostre personalissime
preferenze e idiosincrasie. Il risultato è dunque che - come per
tutto il resto - si ingenera un perverso circolo vizioso per cui si
leggono solo coloro che del mondo arabo ci danno un’immagine che non
urti le nostre sensibilità. Tanto per non restare nel generico,
diciamo che se arabi e musulmani ci preoccupano seriamente corriamo in
libreria a procurarci l’ultimo pamphlet in “stile Lepanto”,
mentre se con l’immigrazione di persone di religione islamica
nutriamo la neanche troppo recondita speranza che essa stemperi la
supremazia del cattolicesimo, ci tufferemo nelle pagine del sociologo
progressista di turno.
Invece, per non far torto a nessuno, e
perché è bene sentire davvero tutte le campane (soprattutto quando
si tratta di «farsi un’idea»), proporrei a chi non ha la
possibilità di recarsi in loco e di acquisire elementi di prima mano,
di leggere autori quanto più disparati per orientamento e sensibilità,
anche se a pelle possono risultarci antipatici.
Semplificazioni e «spauracchio
islamico»
Tuttavia, quella che dovrebbe
costituire un’aurea regola pare esser ignorata soprattutto da quegli
ambienti che si sono presi l’incarico di agitare lo «spauracchio
islamico»: per essi gli arabi, per lo più musulmani, «sono
essenzialmente fanatici e massacrano i cristiani». Deroghe e
sfumature a quest’assioma non sono ammesse.
La condizione dei cristiani in ambiente
a maggioranza islamica varia naturalmente da paese a paese, se non da
zona a zona di uno stesso Stato. E non è una gran prova di abilità
dialettica opporre obiezioni estrapolando un lotto di cosiddetti «Paesi
musulmani estremisti», ciò rivelandosi un mero artificio retorico
che come un boomerang potrebbe essere rispedito al mittente: c’è
qualcuno che può sensatamente sostenere che il Paese in cui i più
osservano i precetti della Quaresima sia un «Paese cristiano
estremista»?
Una certa responsabilità nella genesi
di questo tipo di semplificazioni va a mio avviso attribuita
all’impostazione prevalente negli studi specialistici di cui sopra.
Procedendo per grandi categorie, essi hanno creato la figura di un
cosiddetto «musulmano», identico dal Marocco al Borneo, immerso in
un universo tolkienianamente plasmato dal Corano. Si è formata quindi
l’idea che non esistano persone uniche, originali, irripetibili: vi
sarebbe solo una «Grande Madre dell’Islam» che - dati demografici
alla mano - genera musulmani archetipici che presto o tardi ci
sottometteranno. Con questo non vogliamo dire che tra le popolazioni
che nell’Islam si identificano non siano rintracciabili dei tratti
comuni e, in una certa misura, unificanti (ma gli arabi non sono tutti
musulmani, e gli arabi musulmani sono una minoranza all’interno
della cosiddetta umma - comunità dei credenti - islamica). Ma per
problematizzare, preferisco ricorrere all’esperienza personale,
impareggiabile maestra, e far parlare situazioni reali e persone in
carne ed ossa incontrate in un paese arabo, la Giordania.
Esperienze vs generalizzazioni
Per onestà intellettuale dico subito
che attualmente non sono un cristiano osservante, e che a mio avviso
per essere «buoni cristiani» non ci si può arrampicare sugli
specchi argomentando che ciascuno fa il cristiano a modo suo. Ci si
regoli come si vuole, ma chiamiamo le cose col loro nome.
Dunque, in Giordania il Natale non solo
non viene osteggiato poiché laggiù vive una rilevante comunità
cristiana (che vede cattolici, evangelici, ortodossi, copti), ma
addirittura - in ossequio ad una moda prettamente consumistica -
incoraggiato negli ambienti di quella che potrebbe essere definita «borghesia
emancipata». Si vedono così «McDonald's» ed altri luoghi dove si
veicola la cultura che «emancipa», appunto, belli addobbati a festa,
compresi i Babbi Natale alle pareti. E aggiungiamo che queste cose
accadono persino nei pressi della moschea dell'Università. I giordani
musulmani che stanno al gioco sono naturalmente quelli che già hanno
rescisso alcuni legami con le loro tradizioni religiose: non assolvono
l'orazione e osservano il digiuno di Ramadân a volte sì a volte no.
Vi sono tuttavia anche dei musulmani
osservanti che non hanno niente da ridire riguardo a questa
ostentazione di simboli natalizi che sinceramente ha lasciato
perplesso anche me, perché vi ho ritrovato gli aspetti peggiori di un
certo nostro clima natalizio, che a tutto ormai invoglia tranne che
alla riflessione e al raccoglimento in se stessi. Altri musulmani si
sorprendono che la religione cristiana si presti a delle commistioni
così pesanti con faccende che di religioso hanno ben poco. E poi ci
meravigliamo dell'Islam che «non distingue il foro interno
dall'ambito pubblico»...
Nel residence per studenti in cui
alloggiavo ad Amman, abitavano anche due fratelli cristiani di
Nazareth. Le due famiglie che lo gestiscono sono composte da musulmani
osservanti (uno dei capofamiglia ha compiuto il pellegrinaggio alla
Mecca un’infinità di volte), il che non significa «fanatici»,
come purtroppo qualcuno vorrebbe insinuare: sono ligi alle
prescrizioni della loro religione, punto e basta, e di gente così,
tra gli arabi musulmani ce n'è fortunatamente ancora parecchia.
Diciamo “fortunatamente” perché abbiamo operato il confronto con
vari «emancipati», e va detto che quanto ad affidabilità e serietà
negli impegni presi si nota la differenza, anche se è ovvio che si
trovano ottime persone anche tra i «fedeli tiepidi».
Ma vediamo il loro atteggiamento verso
i due fratelli cristiani di Nazareth. I proprietari musulmani del
residence li portavano come esempio da seguire, al confronto con
diversi musulmani «figli di papà», loro ospiti, mandati lì a
studiare dai Paesi del Golfo. Questi non solo si lasciavano andare ad
ogni sorta di amenità come se avessero «scoperto la vita», ma
davano inoltre parecchi pensieri ai suddetti proprietari quando si
trattava di saldare, ad esempio, il canone dell'affitto o il conto
delle telefonate che immancabilmente sostenevano di non aver fatto.
Facevano dunque una ben magra figura di fronte a dei correligionari, i
quali preferivano mille volte i due fratelli cristiani.
Un giorno, sperando in una risposta
affermativa, uno dei proprietari mi chiese se stessi osservando i
precetti della Quaresima come i due di Nazareth, ed io, un po’
imbarazzato perché avevo cominciato ad entrare nel loro modo di
vedere le cose - filtrato attraverso l’ottica religiosa - dissi la
verità e risposi di no. In quel momento le mie quotazioni, poi ‘risollevatesi’,
ai suoi occhi erano cadute a picco come quelle del tipo di quella réclame
che le imbrocca tutte con la ragazza salvo poi sfoderare
l’inelegante «pedalino»!
E citiamo un altro episodio. Alcuni
giorni prima del Natale del 1998, assistetti ad una festa di tarânîm
(canti) presso il teatro della chiesa evangelica di Amman, dove mi
regalarono una versione del Vangelo in arabo e inglese. Lì non ho
visto cristiani assediati da una folla musulmana malintenzionata. Si
potrebbe discutere sul fatto che la diffusione del Protestantesimo può
rappresentare una strategia da «cavallo di Troia» attuata dagli
Stati Uniti, ma questo ci condurrebbe troppo lontano. E, specularmente,
non è escluso che alcuni perseguano davvero, attraverso la da‘wa
(l’appello all’Islam a fini di proselitismo) finanziata con i
petrodollari, una strategia di islamizzazione dell'Europa.
Nell’economia del discorso che stiamo sviluppando però,
l'importante è che nessuno stesse minacciando quei cristiani arabi di
alcunché. In una città in cui è normale ascoltare le campane delle
chiese copta e ortodossa e su, al Jebel Luwaybdeh, anche quelle della
chiesa cattolica.
Potrei continuare a raccontare alcune
piccole esperienze personali, come gli inviti a condividere l'iftâr
(il pasto con cui ogni giorno si «rompe il digiuno» di Ramadân)
assieme ad amici musulmani arabi, malesi, turchi, malgrado non fossi
affatto a digiuno dall’alba. Personalmente, consiglio vivamente di
accettare, qualora se ne presentassero, inviti di questo tipo. Per una
sorta di eterogenesi dei fini assolutamente incomprensibile per chi
vede le cose solo in un’ottica conflittuale, ho ricavato da
situazioni come questa anche motivi per interessarmi più di quanto
non avessi fatto prima ad alcuni aspetti del Cristianesimo.
Generalizzazioni e «scontro di
civiltà»
In questi piccoli episodi, a mio
avviso, sono racchiusi dei preziosi insegnamenti. Essi dimostrano
l’esatto contrario di quello che i cantori dello scontro di civiltà
salmodiano dalla mattina alla sera. Quei musulmani, con nomi, volti,
storie - non i «musulmani» degli orientalisti o di quelli che
credono di rendere un servizio alla nostra «civiltà» tacciando di
«barbarie» gli altri -, sarebbero stati ben felici di avere tra i
loro ospiti un «buon cristiano». Altro che intolleranza verso i
cristiani. Se non si trova il tempo di raccontare neppure una di
queste brevi esperienze, come si fa a discettare su come «i musulmani»
ci vorrebbero sistemare? E bisogna anche osservare che se non si hanno
da raccontare episodi così semplici eppure tanto densi di significato
dopo anni che ci si occupa di arabi e musulmani, forse con quelle
realtà ci si è sempre posti male.
Dunque, attenzione alle
generalizzazioni. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra!
Diverse volte mi è capitato di vedermi iscrivere d’ufficio in
qualche categoria bella e confezionata per la demonizzazione
senz’appello. Come dimenticare quello yemenita che mi catechizzava
con fare arrogante come se fossi un alieno, un essere perverso,
esponente di un mondo di dissoluti? Oppure quell’altro sbruffone,
convinto che le donne in Europa sono tutte delle poco di buono. Ad
ogni modo non spetta a noi allestire il corrispettivo del nostro
orientalismo, l’«occidentalismo», né spetta a noi fare vela per
l’Oriente per imporvi un Corano glossato e sfrondato ad usum
delphini. Che ciascuno, se ne sente la necessità, lavi i suoi «panni
sporchi» a casa propria.
Che fare?
Noi, nel nostro piccolo, possiamo
intanto cominciare a porci delle banalissime domande, che sono poi
quelle che stanno alla base dell’idea di dar vita, assieme ad alcuni
amici, ad «Aljazira.it», un
sito internet che da un anno propone articoli tradotti dalla stampa
araba.
E veniamo alle domande:
1) Perché gli inviati in Medio
Oriente non conoscono l’arabo?
2) Perché non vengono acquistati,
tradotti e trasmessi alcuni ottimi réportage prodotti dalle migliori
tv arabe?
3) Perché i canali destinati alla
diffusione non stop di musica non propongono anche della musica araba?
4) Perché veniamo edotti su tutte
le mode e i pettegolezzi che circolano a New York, Londra e Parigi e
nessuno mai raccoglie analoghi spunti dalla varia umanità che abita
il mondo arabo?
5) Perché la lingua araba è
esclusa dalle scuole superiori e anche a livello universitario spesso
la si insegna secondo schemi più adatti a lingue morte e sepolte?
6) Perché si ascoltano lamentele
sulla penuria, nei media, di persone in grado di tradurre
dall’arabo, mentre chi è davvero in grado di farlo deve sudare le
proverbiali sette camicie per trovare una porta aperta?
Per non dilungarmi, azzardo
un’ipotesi, sulla scorta della situazione che mi trovo ad osservare,
quella appunto caratterizzata dalla mania di generalizzare. Forse,
affrontare seriamente i punti che ho elencato romperebbe
l’incantesimo in cui ci troviamo, tutto qui.
Per concludere, la mia speranza è
quella di aver apportato alcuni elementi utili di riflessione e poche
certezze, anche se, non mi stancherò mai di ripeterlo, un conto è
leggere un libro, i vari rapporti sulla libertà religiosa nei Paesi a
maggioranza islamica, assistere ad un sia pur utile programma
d’approfondimento, un altro andare a verificare di persona e vivere
qualche esperienza.
E siamo onesti, non tiriamo in ballo la
«barbarie», il «Medioevo islamico», le scuole coraniche, le donne
oppresse, i bambini poveri, il business della droga eccetera per
giustificare delle guerre, legittime per carità dal punto di vista di
chi le conduce, ma che mai vengono intraprese per risolvere delle
questioni prese unicamente a pretesto per scatenarle.
fonte: www.aljazira.it
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