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di Marcello Lorrai © (NIGRIZIA)
17 ottobre 2002
"Diverse
cose avvenute in Senegal non si sarebbero verificate se non ci
fossero state le radio private, commerciali e
comunitarie". Chi parla è Cheikh Seck, presidente di Fréquence
Oxy-Jeunes, l'associazione che gestisce Radio Oxy-Jeunes (Roj),
in onda dal luglio del '99 da Pikine, l’enorme agglomerato
urbano a dieci chilometri dalla capitale, Dakar. Nata
cinquant'anni fa come città dormitorio, Pikine conta oggi
forse due milioni di abitanti. Gran parte della popolazione
durante la giornata gravita sulla capitale. Perché ci lavora
o perché a Pikine mancano gli ospedali, l'insegnamento
superiore, i ministeri, la burocrazia. Situazione esacerbata
anche dall'assenza di un soddisfacente sistema di collegamenti
con Dakar, verso la quale lo spostamento di masse enormi
assume quotidianamente contorni biblici. Intanto però oggi
Pikine ha la sua radio, che fa onore a quella che vuole
diventare una città a tutti gli effetti. Già quattro mesi
dopo la sua nascita, alla seconda edizione dell'annuale Ondes
de liberté, il festival delle radio che si tiene dal '98 a
Bamako, Radio Oxy-Jeunes ha fatto incetta di premi per le sue
produzioni. Ma che cosa hanno cambiato le radio nella società
senegalese? "Un esempio? Le elezioni – spiega Seck -
Sai come sono i politici in campagna elettorale: dicono che
avranno sicuramente il 60, il 70% dei voti. Quando poi i loro
sostenitori si trovano di fronte a risultati diversi, si
arrabbiano, scendono in strada e si mettono a spaccare tutto.
Questo accadeva prima, perché i risultati arrivavano tutto
d'un colpo. Da quando ci sono le radio private, invece, non ci
sono più contestazioni né disordini. Si cominciano ad avere
i dati, seggio per seggio, solo mezz'ora o quaranta minuti
dopo che è terminato il voto, grazie ai corrispondenti con i
cellulari. Si capisce quali sono le prime tendenze e la gente
viene preparata ad accettare il risultato finale. In occasione
delle presidenziali anche noi di Radio Oxy-Jeunes abbiamo
fatto questo lavoro: i risultati delle varie regioni ci
arrivavano da altre fonti, mentre siamo stati presenti
direttamente su Pikine e anche su Dakar. I nostri redattori,
sguinzagliati fra i diversi seggi elettorali, ci chiamavano
per telefono".
Domanda: Quindi durante le campagne elettorali i politici vi
prendono in considerazione…
Risposta: Organizziamo dei faccia a faccia fra i capilista,
soprattutto con i candidati di Pikine. E vengono, eccome! Qui
ci sono due milioni di abitanti, quindi molti più elettori
che a Dakar, e loro hanno bisogno di farsi sentire da radio
come la nostra. Qualcuno ha anche cercato di fare in modo che
avessimo un occhio di riguardo per lui, ma noi non facciamo
trattamenti di favore a nessuno.
D.: Oxy-Jeunes è un gioco di parole tra "giovani" e
"ossigeno": perché questo nome?
R.: Perché i giovani vogliono cambiare, vogliono più libertà,
salute, istruzione, posti di lavoro, vogliono comunicare.
Vogliono respirare. Ma non sono solo loro ad avere bisogno di
una boccata d'aria. Noi vogliamo farci carico delle
preoccupazioni anche degli anziani, il nostro interfaccia con
il passato. Tanto più necessario perché è attraverso la
storia che possiamo affrontare il presente ed il futuro. E
comunque cerchiamo di occuparci della popolazione nel suo
complesso, soprattutto dei più disagiati.
D.: Per arrivare a trasmettere su queste frequenze ce n'è
voluta di perseveranza…
R.: L'idea di Roj è nata nel 1992 nell'ambito del Forum
Jeunesse du Senegal, un'organizzazione diffusa in tutto il
paese, che in cinque regioni aveva fatto molta attività, per
esempio sensibilizzazione sui diritti umani. Abbiamo sentito
il bisogno di non disperdere questa esperienza, di dotarci di
uno strumento che le desse continuità. Abbiamo elaborato un
progetto, e sempre nel '92 abbiamo aderito ad Amarc
(l’Associazione mondiale delle radio comunitarie),
depositato una domanda al ministero della comunicazione, e
partecipato alla prima tavola rotonda ministeriale sulle radio
private. Ma per la concessione della frequenza ci chiedevano
di pagare una somma molto alta, come se fossimo stati una
radio commerciale. In ogni caso troppo per noi. Poi volevano
consentirci una potenza estremamente bassa, limitarci alla
sola Pikine, mentre noi volevamo coprire tutta la regione di
Dakar (cosa che adesso riusciamo a fare). La nostra battaglia
è durata anni, fra azioni pubbliche, sit-in davanti al
ministero, una campagna di affissioni a Pikine e a Dakar. E
anche due incontri col presidente della repubblica, Abdou
Diouf, il primo ufficiale, il secondo un po’ meno: gli
abbiamo posto il nostro problema in pubblico, rivolgendogli la
parola a sorpresa, durante una cerimonia. Nel '98 finalmente
abbiamo firmato la convenzione. Poi abbiamo dovuto strappare
al comune una sede, e trovare i mezzi per acquistare il
materiale. Dopo quattro mesi di prove nel luglio '99 abbiamo
iniziato le trasmissioni.
D.: Oltre al contatto giornalistico,
con la realtà di Pikine avete anche stabilito dei canali di
comunicazione più formali?
R.: Pikine, che è anche un aggregato estremamente dinamico e pieno di
risorse (gran parte dei migliori musicisti, sportivi, quadri
professionali senegalesi degli ultimi anni vengono da qui), è zeppa
di problemi: delinquenza, devianza, disoccupazione, miseria. Noi
abbiamo cominciato a lavorare con la popolazione, con i gruppi che si
occupano di aids, con le associazioni di quartiere, quelle sportive e
culturali, delle donne, degli artigiani e dei piccoli mestieri. Le
associazioni sono coinvolte negli organismi di gestione della radio, e
così hanno voce in capitolo nella programmazione. Per esempio: nel
periodo delle vacanze scolastiche le associazioni di quartiere hanno
bisogno di promuovere le attività sportive e ricreative che
organizzano, e noi modifichiamo la programmazione per tenere conto
delle loro esigenze. Poi abbiamo trasmissioni ludiche per portare
all’ascolto ragazzi che senza la scuola non hanno molto di che
occuparsi e possono dedicarsi ad attività malsane. In altri programmi
andiamo sulle spiagge a sensibilizzare l’opinione pubblica sui
pericoli del mare, perché durante l'estate ci sono molti annegamenti.
Abbiamo diviso la regione di Dakar in comitati locali, che esprimono
persone che entrano nel consiglio di amministrazione di Fréquence
O.J. Quando da qualche parte succede qualcosa, sono questi comitati
che vengono a raccontarcelo.
D.: Lungo tutto l'arco della giornata la programmazione di Roj ha una
robusta ossatura di notiziari. In quali lingue?
R.: Notiziari locali in wolof, notiziari nazionali e internazionali in
wolof e in francese, notiziari in breve in wolof, francese e ogni
giorno in una terza lingua diversa, a rotazione. Siamo stati la prima
radio ad utilizzare tutte le lingue nazionali oltre al wolof, ossia
serer, pular, soninké, diola, ecc. Poi abbiamo tenuto presenti le
comunità straniere che vivono qui: per esempio su Roj si sente molta
musica guineana - i senegalesi originari della Guinea sono molto
numerosi -, un tasso significativo di musica maliana e una
trasmissione indirizzata ai mauritani. Attraverso le telefonate che
riceviamo ci rendiamo conto che questi programmi sono seguiti, e su
questo ci regoliamo per aumentare man mano il tempo dedicato alle
varie comunità immigrate. Il francese, alla fin fine, occuperà il
20% fra le lingue che usiamo. In molte delle maggiori radio private
non comunitarie, invece, si parla più francese che wolof,
riproponendo l'errore della radio di stato.
D.: Quali sono le principali risorse economiche?
R.: La pubblicità è formalmente vietata alle radio comunitarie.
Nessun aiuto dallo stato. Ci sono il sostegno dalla cooperazione
canadese, finanziamenti dalla Banca Mondiale per una trasmissione
sull'aids e delle Nazioni Unite per una trasmissione che affianca un
programma di ristrutturazione dei "quartieri spontanei" qui
a Pikine. Prendiamo soldi anche per una trasmissione nell'ambito di un
piano internazionale per l'infanzia, e per lo spazio che mettiamo a
disposizione per una trasmissione sulla pianificazione familiare. Per
il resto riceviamo qualcosa per piccoli annunci, per esempio 1.000 Cfa
al massimo (1,50 euro circa) per un annuncio di decesso. Ci sono anche
molte inserzioni per i bambini che si sono persi, annunci che però
vengono compensati una volta che i ragazzi vengono ritrovati. In realtà
dagli annunci non ci verrà nemmeno il 10% dei nostri introiti. Una
parte del materiale tecnico è il frutto dei riconoscimenti che
abbiamo avuto al festival di Bamako: diversi premi consistevano in
apparecchiature. Non ci sono salari fissi. Alla fine del mese quello
che c'è lo si divide, in proporzione ai carichi di lavoro.
D.: Che bilancio fai di tre anni di esperienza?
R.: Le grandi radio private ci dicevano che ci saremmo rotti la testa,
a Pikine. Adesso arrivano ad installare qui le loro succursali di
banlieue. Quindi avevamo ragione noi. Diversi nostri giovani
giornalisti, appena svezzati, sono stati presi da radio importanti di
Dakar, come Dounia e Walf: in fondo è anche una soddisfazione, vuol
dire che loro non sono più professionali di noi. Hanno solo più
soldi, mentre noi purtroppo non abbiamo ancora i mezzi per
stabilizzare una redazione, mettendola al riparo dalle offerte dei più
grossi.
D.: Chi sono i giovani che tengono in piedi la programmazione della
radio?
R.: Sono ragazzi che arrivano da noi per fare del lavoro volontario.
Poi magari si prestano dodici ore al giorno e più, solo per la
passione di fare la radio. Perché la radio è un mito. Facciamo anche
stage durante l'estate, per gli studenti. Del resto c'è moltissima
gente che vuole venire a vedere la stazione, capire come funziona, e
noi organizziamo delle visite. Vengono anche tante scolaresche.
Intervistiamo i bambini: "Che cosa vuoi fare da grande?" E
tanti rispondono: "Il giornalista".
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