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Arriva ai media la longa manus (nascosta) dell'industria ogm
Strane critiche dell'«Osservatorio» che controlla l'indipendenza dei media ai giornali severi con le multinazionali agro-genetiche

di Luca Fazio 
17 ottobre 2002


Ma i giornalisti sono obiettivi? No. Spiace parlare male della categoria, ma quando ci vuole ci vuole, soprattutto se a farlo è l'Osservatorio di Pavia, l'istituto di ricerca «super partes» che dal 1994 tutela il pluralismo nei mezzi di comunicazione e, sulla carta, «si contraddistingue per indipendenza e autonomia professionali». A finire dietro la lavagna, questa volta, sono i giornalisti che si occupano di organismi geneticamente modificati (ogm). 
E perché mai? Perché non sono preparati e dunque la qualità dell'informazione è insufficiente, perché gli ogm sono connotati negativamente, perché gli scienziati non sono abbastanza presenti nel dibattito, perché bisogna fare riferimento prima ai fatti e poi alle opinioni, come non è successo nel caso della «sospetta contaminazione» del mais della Monsanto... E' tutto scritto nel rapporto intitolato Le agrobiotecnologie nei media italiani, una dettagliata analisi dell'informazione sugli ogm prodotta durante il primo semestre del 2002. 
Il comitato scientifico che ha bacchettato la categoria è composto da Francesco Sala, docente di biotecnologie vegetali all'Università di Milano, Fabio Terragni, docente di bioetica e pluriconsulente, e Alessandro Cecchi Paone, conduttore della trasmissione La macchina del tempo. 
Il rapporto di questi tre «esperti» però è stato passato al setaccio da Nicoletta De Cillis e Simona Capogna di Verdi Ambiente e Società (Vas); si sono insospettite per una frase che si legge a pagina 8: «Il progetto è stato finanziato da CropLife, un'organizzazione non governativa senza fini di lucro». 
E visto che bisogna stare ai fatti, va detto che CropLife non è esattamente un istituto di beneficenza che si spende, e spende, per l'informazione indipendente. 
E' una federazione globale nata nel 2001 con sede a Bruxelles e rappresenta l'industria della scienza delle piante, cioè fabbricanti e distributori di soluzioni che - combinazione... - vanno dai pesticidi fino agli ogm. E' la stessa federazione che in Oregon (come abbiamo scritto su il manifesto: secondo l'Osservatorio siamo il quotidiano che dedica più spazio all'argomento) sta contrastando a suon di milioni di dollari un referendum che chiede semplicemente di segnalare la presenza di ogm nei prodotti alimentari. Del resto, e non deve essere un mistero nemmeno per l'istituto di Pavia, le aziende a capo di CropLife sono multinazionali del calibro di Basf, Bayer, Dow Agroscience, Dupont, Fmc, Sumitomo, Syngenta e Monsanto.

A parziale difesa della categoria, va anche detto che non tutti i giornalisti vengono per nuocere alla causa, tanto è vero che sono molti quelli che in materia di ogm si premurano innanzitutto di far parlare certi fatti. Per esempio quello studio, curato dall'Università di Milano e presentato lo scorso giugno, moderatore Bruno Vespa, secondo cui «solo le biotecnologie possono salvare molti tipici prodotti agricoli italiani»; in quell'occasione lo disse proprio il professor Francesco Sala, lo stesso che ha contribuito a realizzare il rapporto «super partes» finanziato dalle multinazionali. «Risulta evidente che il criterio di obiettività - concludono gli ambientalisti di Vas - giudicato carente dall'Osservatorio circa la comunicazione sugli ogm da parte dei media non è stato rispettato. Ci sembra invece chiaro che il rapporto è il segno dell'esigenza delle multinazionali coinvolte nel biotech di condizionare l'informazione per rendere più accettabili gli ogm ai consumatori e quindi fare leva sulla barriera legislativa creatasi in Europa». Il contro rapporto di Vas si può leggere sul sito www.vasonline.it.


fonte: Il Manifesto

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