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di
Tiziana Boari
21 ottobre 2002
L'abbattimento
del muro di Berlino nel 1989 avrebbe dovuto portare una nuova
era di pace e democrazia, secondo le speranze di molti, e
invece è stato l'inizio di una catena perversa di conflitti
mondiali sempre più pericolosi per l'umanità intera: l'Iraq,
l'ex Jugoslavia, l'Afghanistan e ora di nuovo l'Iraq, per non
parlare dei conflitti «dimenticati», come quelli in corso
nella Costa d'Avorio, in Liberia, in Sudan, in Colombia. Chissà
perché questi venti di guerra che spirano nel mondo
occidentale nei confronti dell'Iraq ricordano tanto situazioni
del passato ed errori da non ripetere, riserve da non tenere
nei confronti della pace. Nel frattempo, la macchina delle
menzogne di guerra è ripartita anch'essa puntuale, come ogni
autunno. Ricordate una certa, esilarante quanto tragica,
filmografia americana degli ultimi anni, che denunciava i
meccanismi di disinformazione allo scopo di creare le guerre
virtuali fino a farle diventare reali? C'è da chiedersi se
sia servita a cambiare le coscienze, la consapevolezza delle
strumentalizzazioni in atto, a far aprire gli occhi. Così non
appare in questi giorni del tutto fuori luogo il contributo
che fornisce alla loro comprensione, seppur guardando alla
guerra nella e contro la ex-Jugoslavia, il giornalista tedesco
Jürgen Elsaesser con il suo libro Menzogne di guerra
(trad. Mara Oneta, ed. «La Città del Sole»). Elsaesser, 45
anni, redattore del mensile tedesco di sinistra Konkret,
con un metodo che lui stesso ha definito «da criminologo»,
ripercorre i passaggi essenziali della campagna massmediatica
che demonizzò Milosevic, l'imputato numero uno del Tribunale
Speciale dell'Aja che di brani di questo libro (già tradotto
in serbo e in uscita nella sua traduzione francese) si è
avvalso per la propria difesa. Malgrado il lavoro e lo sforzo
encomiabile, l'autore pecca di imprecisione filologica e
bibliografica, cade su alcune citazioni imprecise e su non
poche approssimazioni che automaticamente, con un effetto a
domino, rendono il lettore scettico sulla credibilità di
tutte le altre interessanti informazioni riportate nel testo.
Le operazioni di controinformazione, per essere efficaci,
ovvero considerate serie e credibili, non possono permettersi
scivoloni di questo tipo.
Il libro tratta in particolare le «menzogne di guerra» che
diffuse il governo tedesco per giustificare il primo
intervento di sue truppe fuori dai confini nazionali dalla II
guerra mondiale. Ma si inizia dalla Bosnia , dalle cifre
ballerine sui morti di Srebrenica (1995) fornite dall'allora
ministro della difesa Rudolf Scharping: si parlò di 30mila
assassinati dalle truppe serbe, quando nell'estate del 2000,
alla luce degli ultimi dati e della improvvisa «resurrezione»
di circa 3.000 persone nelle liste degli elettori presentate
dagli osservatori elettorali dell'Osce in occasione delle
elezioni del 1997, si parlò invece di 3.000 vittime,
ridimensionando l'episodio, uno dei numerosi capi d'accusa
contro i quali Milosevic è chiamato a difendersi proprio in
questi giorni dal Tribunale dell'Aja. Certo è che non sono le
cifre a due o tre zeri a fare la differenza su un crimine; è
tuttavia importante illustrare alcune dinamiche perché poi è
comunque sui numeri che si giocano alcune partite, che le
guerre vengono approvate dall'opinione pubblica.
Nel marzo 1999 non fu importante, anzi passò sotto silenzio
il dato di quei profughi, di tutte le etnie, che
attraversarono alla spicciolata il confine tra Kosovo e
Macedonia, nei giorni che seguirono l'evacuazione dell'Osce e
precedettero i bombardamenti. Questione di qualche giorno, è
quello che pensavano tutti. Quanto fu abile e scaltra invece
la sovrapposizione semantica tra i treni piombati, le
deportazioni, le vittime sacrificali e la Pasqua cattolica che
si celebrava di lì a poco da una parte e i profughi kosovaro
albanesi in fuga. Così, nel giro di pochissimi giorni, coloro
che fuggivano dalle bombe (e cominciarono ad essere numerosi
dal 30 marzo soltanto) e venivano evacuati per ragioni di
sicurezza divennero gli agnelli pasquali, vittime della
ferocia serba. A Pasqua scoppiò lo «scandalo» di Blace e in
molti si chiesero come mai l'Alto Commissariato Onu per i
Rifugiati non avesse previsto una tale emergenza. Rimase un
mistero, poco chiaro anche a coloro che in quei giorni e poco
prima in quei luoghi c'erano stati.
Di ben altro spessore e rigore scientifico è invece l'opera,
molto citata dallo stesso Elsaesser, del generale Heinz Loquai,
già consigliere militare presso la rappresentanza tedesca
all'Osce, Il conflitto del Kosovo. Percorsi di una guerra
evitabile (Der Kosovo Konflikt. Wege in einen vermeidbaren
Krieg, Baden Baden 2000), uno studio e insieme una
testimonianza molto rigorosi nella trattazione dei documenti e
della storia più recente, un'opera alla quale dovrebbero
andare le attenzioni di un editore coraggioso e di un pubblico
attento proprio perché rilancia anche la proposta della
creazione di una forza europea d'intervento rapido preventivo
per la risoluzione e la prevenzione dei conflitti, composta da
esperti civili, ben addestrati e pronti a essere dislocati
dove necessario con la stessa rapidità di dispiegamento delle
truppe militari.
E' inquietante comunque rileggere oggi i meccanismi con i
quali una guerra ormai decisa da tempo fu resa «accettabile»
all'opinione pubblica mondiale. I tempi sono peggiorati
rispetto ad allora, quando già in molti si additava con
sdegno alla palese violazione del diritto internazionale che
la guerra, angloamericana prima e Nato poi, contro uno stato
sovrano come la Federazione Jugoslava aveva rappresentato: il
primo attacco militare internazionale partito senza una
risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Con l'attacco
all'Afghanistan si passa alla fantomatica risposta al
terrorismo, alla «caccia all'uomo» (bin Laden che sembra
avere nove vite e il dono dell'ubiquità: roba da studi Disney...),
alla «guerra infinita». Si distrugge un paese per colpire un
individuo e i suoi adepti. Oggi andiamo verso lo
stravolgimento completo del diritto in quanto tale. Assistiamo
al rovesciamento completo del principio di presunzione di
innocenza fino a prova contraria: oggi sono colpevoli di
terrorismo tutti quegli stati che sono sulla lista nera degli
Usa e sono colpevoli finché non provano, attraverso il loro
assoggettamento completo agli interessi economici e
geopolitici americani, di essere «innocenti».
Gli Usa soffrono di una gravissima recessione economica, la
guerra è paradossalmente, come è sempre stata, un modo per
salvarsi dal disastro economico interno e per
l'amministrazione Bush uno strumento di propaganda politica.
In Europa oggi è la Germania a dire fermamente «No» alla
guerra preventiva contro Baghdad. Lo dice anche la Francia, ma
la posizione tedesca oggi ha un valore diverso perché fu
proprio la Germania il primo paese Ue a cedere alle pressioni
statunitensi nel negoziato di Rambouillet che precedette la
guerra contro la Federazione Jugoslava. La guerra è
evitabile, parafrasando Loquai, perché è davvero una scelta:
di mezzi, di modalità, di tempi. E la consapevolezza del
valore di una scelta di pace si sta facendo strada nelle
coscienze dell'Europa ogni giorno di più. Forse la lezione
del Kosovo è servita a qualcosa. A impedire che la menzogna
entri ancora una volta nella storia e diventi verità.
fonte: il Manifesto
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