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MYANMAR: LIBERATA GIORNALISTA DOPO 12 ANNI DI DETENZIONE

Sein Hlaing, nota giornalista birmana, è tornata libera a pochi giorni dalla sospensione degli arresti domiciliari per la leader del dissenso, Aung San Suu Kyi e Premio Nobel per la Pace 2001. La Sein Hlaing è stata rilasciata il 14 maggio scorso dopo 12 anni di detenzione. La donna, che era condirettrice della rivista culturale Yin-Kyae-Mu, è in buone condizioni di salute. Era stata arrestata il 9 settembre 1990, insieme al collega Myo Myint Nyein ed al poeta Nyan Paw. Malgrado gli ultimi segnali di speranza rimangono ben 16 gli operatori dei media tuttora detenuti nelle carceri del Myanmar (ex Birmania). 

Myanmar: storia di Naing Ko Ko, dissidente chiuso in una gabbia per cani perché leggeva in cella

27 ottobre 2002

È rimasto rinchiuso per sei mesi dentro una cuccia per cani soltanto perché le guardie carcerarie gli avevano trovato in cella una copia del ‘Times’, proibito ai prigionieri politici birmani, così come è vietato loro possedere carta e penna, o leggere, o studiare. Per 6 mesi Naing Ko Ko ha vissuto nel buio di una gabbia dove anche un animale si sarebbe sentito a disagio e sono stati i 6 mesi peggiori della sua prigionia nelle carceri del Myanmar (ex Birmania), durata in tutto 7 anni e dovuta ad un unico, sconcertante motivo: volantinaggio.
Eppure, nonostante la detenzione (dal 1992 al 1998), nonostante abbia dovuto trasferirsi in Thailandia, nonostante sia ancora lunga ed irta di ostacoli la lotta intrapresa contro la dittatura militare al potere dal 1962, il 31enne Naing Ko Ko ha il volto di un ragazzino, gli occhi vispi e i modi gentili, e soprattutto riesce ancora a pronunciare la parola ‘perdono’. “Sebbene siamo stati sottoposti ad abusi e torture – dice – dobbiamo cercare di dimenticare e possibilmente perdonare. Dobbiamo cercare di lavorare per ricostruire la società ed arrivare ad un clima di riconciliazione”. L’occasione per incontrare il giovane birmano è stata offerta da Amnesty International, che ieri ha organizzato una conferenza-dibattito presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma. Ospite d’onore era appunto Naing Ko Ko, nato a Mateban (Stato del Mon, sud del Myanmar), che a soli 17 anni ha deciso di impegnarsi per riportare la democrazia nel suo Paese, prima partecipando ad una manifestazione studentesca e poi lavorando per la nascita nel suo Stato del sindacato degli studenti: la ‘All Burma Federation of Students Unions’ (Abfsu).
Arrestato una prima volta nel giugno del 1989 e poi rilasciato nell’agosto dello stesso anno, il ragazzo ha proseguito l’attività politica nella Abfsu, finendo in manette una seconda volta nel dicembre 1992 per volantinaggio. “Nel Myanmar - spiega Paolo Pobbiati, del coordinamento sudest asiatico di Amnesty – esiste una legge risalente al 1951 che vieta in modo generico qualsiasi attività volta a minare la sicurezza della nazione. Chiaramente offre una miniera di spunti alla giunta militare per realizzare arresti arbitrari”.
l secondo periodo di detenzione di Naing Ko Ko è stato molto più lungo del primo: 7 anni trascorsi tra torture fisiche e mentali, lavori forzati, impossibilità di studiare. L’ultima umiliazione è arrivata al momento del rilascio, quando sia lui sia i suoi genitori sono stati costretti a firmare un documento in cui giuravano che non avrebbero mai più collaborato con le forze del dissenso presenti nel Paese. Naing Ko Ko non ce l’ha fatta, se ne è andato. Ora è in Thailandia e figura nei ranghi della Abfsu, che lavora in stretto contatto con la Nld (Lega nazionale per la democrazia), movimento del dissenso attivo in Myanmar e guidato dalla carismatica Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace. In fondo, a Naing Ko Ko non è andata nemmeno tanto male: il leader della Abfsu, Min Ko Naing, è in prigione da 14 anni. In tutto nel Paese ci sono circa 1.400 detenuti politici. “La giunta non ha mai smesso di arrestarli - prosegue il giovane – però alla vigilia delle visite degli inviati stranieri ne libera qualcuno, quale gesto di buona volontà”. Non sono soltanto i prigionieri politici la ‘vergogna’ del Myanmar: ci sono anche i problemi legati alla coltivazione illegale di oppio, al commercio di armi, agli abusi contro le minoranze etniche (circa 135), all’odiosa pratica del lavoro forzato imposto dai militari alla popolazione incapace di difendersi. A ricordarli è Cecilia Brighi, del dipartimento internazionale della Cisl, che rilancia l’appello rivolto anni fa dalla Suu Kyi ai turisti stranieri a non visitare il suo Paese fino a quando ci sarà la dittatura. “Eppure – aggiunge – lo scorso aprile le Nazioni Unite, la Asian development bank e la Cnn hanno tenuto un seminario a Yangon, la capitale, allo scopo di diffondere una migliore immagine del Myanmar all’estero ed incrementare il turismo”. Paese affascinante eppure complicato, Paese dove si finisce in arresto se si possiede un disco degli U2 (autori di una canzone in onore di Suu Kyi), la ex Birmania sembra ancora lontana dal risolvere la crisi politica e sociale in cui è sprofondata a causa della dittatura. I colloqui di pace, avviati nel 2000 tra esecutivo e dissenso con la mediazione dell’inviato dell’Onu Razali Ismail, hanno avuto quale principale esito, nel maggio scorso, la fine degli arresti domiciliari per la leader della Nld, che adesso può viaggiare liberamente per il Paese. Secondo alcuni osservatori politici è il segnale che piano piano le cose stanno cambiando.
Un piccolo ma significativo esempio è fornito da Internet: inizialmente riservato a pochissimi eletti (anche perché considerato dall’esecutivo un potente e pericoloso mezzo di diffusione di propaganda anti-governativa), sta ora gradualmente prendendo piede nel Paese asiatico, al punto che lo scorso aprile le autorità birmane hanno deciso di permettere l’accesso alla rete ed ad alla posta elettronica a 10mila nuovi utenti. Un passo decisamente innovativo per la ex Birmania, che resta tuttora pesantemente controllata da una rete di ‘intelligence’ cospicua e ramificata. Vi sono però osservatori più pessimisti, secondo i quali la liberazione di Suu Kyi è stato semplicemente un ‘beau geste’ dei militari. Sono gli stessi che sottolineano come Razali Ismail, di nazionalità malese, possieda il 30 per cento di una società, la Iris tecnology, che sta prendendo accordi con il governo di Yangon per la produzione dei primi passaporti elettronici. Un ‘conflitto d’interessi’ che, secondo alcuni analisti, rischia di gettare un’ombra sulla effettiva obiettività dell’inviato delle Nazioni Unite. Tra i pessimisti (ma è facile comprendere perché lo sia) va annoverato anche Naing Ko Ko. “A mio parere – dice alla MISNA - il regime militare non ha alcuna intenzione di portare avanti il dialogo. Tuttavia noi continueremo a combattere: siamo convinti che un giorno vinceremo, perché abbiamo ragione”.
Lo dice con il suo volto per nulla segnato dai 7 anni di prigionia, ed è facile convincersi che sarà in grado di lottare per altri 7 anni, e ancora 7, fino a quando, forse, il Myanmar tornerà ad avere la pace che merita e dentro le gabbie, al buio e senza un filo d’aria, ci staranno davvero solo i cani, e magari nemmeno quelli.


fonte: Misna

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