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27 ottobre 2002
È
rimasto rinchiuso per sei mesi dentro una cuccia per cani
soltanto perché le guardie carcerarie gli avevano trovato in
cella una copia del ‘Times’, proibito ai prigionieri politici
birmani, così come è vietato loro possedere carta e penna, o
leggere, o studiare. Per 6 mesi Naing Ko Ko ha vissuto nel
buio di una gabbia dove anche un animale si sarebbe sentito a
disagio e sono stati i 6 mesi peggiori della sua prigionia
nelle carceri del Myanmar (ex Birmania), durata in tutto 7
anni e dovuta ad un unico, sconcertante motivo: volantinaggio.
Eppure, nonostante la detenzione (dal 1992 al 1998),
nonostante abbia dovuto trasferirsi in Thailandia, nonostante
sia ancora lunga ed irta di ostacoli la lotta intrapresa
contro la dittatura militare al potere dal 1962, il 31enne
Naing Ko Ko ha il volto di un ragazzino, gli occhi vispi e i
modi gentili, e soprattutto riesce ancora a pronunciare la
parola ‘perdono’. “Sebbene siamo stati sottoposti ad abusi e
torture – dice – dobbiamo cercare di dimenticare e
possibilmente perdonare. Dobbiamo cercare di lavorare per
ricostruire la società ed arrivare ad un clima di
riconciliazione”. L’occasione per incontrare il giovane
birmano è stata offerta da Amnesty International, che ieri ha
organizzato una conferenza-dibattito presso la Facoltà di
Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma. Ospite d’onore era
appunto Naing Ko Ko, nato a Mateban (Stato del Mon, sud del
Myanmar), che a soli 17 anni ha deciso di impegnarsi per
riportare la democrazia nel suo Paese, prima partecipando ad
una manifestazione studentesca e poi lavorando per la nascita
nel suo Stato del sindacato degli studenti: la ‘All Burma
Federation of Students Unions’ (Abfsu).
Arrestato una prima volta nel giugno del 1989 e poi rilasciato
nell’agosto dello stesso anno, il ragazzo ha proseguito
l’attività politica nella Abfsu, finendo in manette una
seconda volta nel dicembre 1992 per volantinaggio. “Nel
Myanmar - spiega Paolo Pobbiati, del coordinamento sudest
asiatico di Amnesty – esiste una legge risalente al 1951 che
vieta in modo generico qualsiasi attività volta a minare la
sicurezza della nazione. Chiaramente offre una miniera di
spunti alla giunta militare per realizzare arresti arbitrari”.
l secondo periodo di detenzione di Naing Ko Ko è stato molto
più lungo del primo: 7 anni trascorsi tra torture fisiche e
mentali, lavori forzati, impossibilità di studiare. L’ultima
umiliazione è arrivata al momento del rilascio, quando sia lui
sia i suoi genitori sono stati costretti a firmare un
documento in cui giuravano che non avrebbero mai più
collaborato con le forze del dissenso presenti nel Paese.
Naing Ko Ko non ce l’ha fatta, se ne è andato. Ora è in
Thailandia e figura nei ranghi della Abfsu, che lavora in
stretto contatto con la Nld (Lega nazionale per la
democrazia), movimento del dissenso attivo in Myanmar e
guidato dalla carismatica Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per
la Pace. In fondo, a Naing Ko Ko non è andata nemmeno tanto
male: il leader della Abfsu, Min Ko Naing, è in prigione da 14
anni. In tutto nel Paese ci sono circa 1.400 detenuti
politici. “La giunta non ha mai smesso di arrestarli -
prosegue il giovane – però alla vigilia delle visite degli
inviati stranieri ne libera qualcuno, quale gesto di buona
volontà”. Non sono soltanto i prigionieri politici la
‘vergogna’ del Myanmar: ci sono anche i problemi legati alla
coltivazione illegale di oppio, al commercio di armi, agli
abusi contro le minoranze etniche (circa 135), all’odiosa
pratica del lavoro forzato imposto dai militari alla
popolazione incapace di difendersi. A ricordarli è Cecilia
Brighi, del dipartimento internazionale della Cisl, che
rilancia l’appello rivolto anni fa dalla Suu Kyi ai turisti
stranieri a non visitare il suo Paese fino a quando ci sarà la
dittatura. “Eppure – aggiunge – lo scorso aprile le Nazioni
Unite, la Asian development bank e la Cnn hanno tenuto un
seminario a Yangon, la capitale, allo scopo di diffondere una
migliore immagine del Myanmar all’estero ed incrementare il
turismo”. Paese affascinante eppure complicato, Paese dove si
finisce in arresto se si possiede un disco degli U2 (autori di
una canzone in onore di Suu Kyi), la ex Birmania sembra ancora
lontana dal risolvere la crisi politica e sociale in cui è
sprofondata a causa della dittatura. I colloqui di pace,
avviati nel 2000 tra esecutivo e dissenso con la mediazione
dell’inviato dell’Onu Razali Ismail, hanno avuto quale
principale esito, nel maggio scorso, la fine degli arresti
domiciliari per la leader della Nld, che adesso può viaggiare
liberamente per il Paese. Secondo alcuni osservatori politici
è il segnale che piano piano le cose stanno cambiando.
Un piccolo ma significativo esempio è fornito da Internet:
inizialmente riservato a pochissimi eletti (anche perché
considerato dall’esecutivo un potente e pericoloso mezzo di
diffusione di propaganda anti-governativa), sta ora
gradualmente prendendo piede nel Paese asiatico, al punto che
lo scorso aprile le autorità birmane hanno deciso di
permettere l’accesso alla rete ed ad alla posta elettronica a
10mila nuovi utenti. Un passo decisamente innovativo per la ex
Birmania, che resta tuttora pesantemente controllata da una
rete di ‘intelligence’ cospicua e ramificata. Vi sono però
osservatori più pessimisti, secondo i quali la liberazione di
Suu Kyi è stato semplicemente un ‘beau geste’ dei militari.
Sono gli stessi che sottolineano come Razali Ismail, di
nazionalità malese, possieda il 30 per cento di una società,
la Iris tecnology, che sta prendendo accordi con il governo di
Yangon per la produzione dei primi passaporti elettronici. Un
‘conflitto d’interessi’ che, secondo alcuni analisti, rischia
di gettare un’ombra sulla effettiva obiettività dell’inviato
delle Nazioni Unite. Tra i pessimisti (ma è facile comprendere
perché lo sia) va annoverato anche Naing Ko Ko. “A mio parere
– dice alla MISNA - il regime militare non ha alcuna
intenzione di portare avanti il dialogo. Tuttavia noi
continueremo a combattere: siamo convinti che un giorno
vinceremo, perché abbiamo ragione”.
Lo dice con il suo volto per nulla segnato dai 7 anni di
prigionia, ed è facile convincersi che sarà in grado di
lottare per altri 7 anni, e ancora 7, fino a quando, forse, il
Myanmar tornerà ad avere la pace che merita e dentro le
gabbie, al buio e senza un filo d’aria, ci staranno davvero
solo i cani, e magari nemmeno quelli.
fonte: Misna
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