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di Arturo Di Corinto
10 novembre 2002
L'informazione
è essenziale alla democrazia. Perciò la riduzione
dell'informazione a merce, la concentrazione proprietaria dei
media, il divario informativo fra sud e nord del mondo, il
controllo politico nella produzione delle notizie sono un vero
attentato alla democrazia, comunque si voglia pensarla. Di
tutto questo e di molto altro ancora si è parlato a Firenze
nell'ambito degli incontri sugli scenari dell'informazione
nella globalizzazione cui hanno partecipato molti esperti e
migliaia di curiosi e di attivisti. La giornata sulla
comunicazione ha preso l'avvio dalle considerazioni di Luciana
Castellina sui pericoli di un nuovo imperialismo culturale
determinato appunto dalla concentrazione proprietaria dei
media (e dei contenuti) nelle mani di poche multinazionali.
Un problema che fa il paio con la liberalizzazione dei servizi
culturali, il protezionismo dell'informazione e la
privatizzazione delle televisioni pubbliche.
Un discorso a cui ha fatto eco Rajner Rilling ricordando che
oggi ogni tipo di informazione e conoscenza corre il rischio
di essere assoggettato alla logica del mercato attraverso
l'estensione del regime della proprietà intellettuale a tutte
le forme di sapere e comunicazione.
Perché è senz'altro vero che la maggior parte degli abitanti
del pianeta non è in grado né di produrre la sua propria
informazione né di far conoscere la propria realtà né di
orientarsi in un mondo sempre più complesso e interdipendente.
Così quello che accade è che spesso ci si basa sulle poche
informazioni distillate dai network internazionali per dare un
senso al mondo.
Come uscirne? Secondo Gigi Sullo, direttore di Carta,
diventando consapevoli che Mediaset, la Cnn o Murdoch sono
altrettanto odiosi della Monsanto (che produce alimenti Ogm) e
che «è necessario far crescere la società civile proprio a
partire da un'altra informazione, come quella del Forum
sociale europeo che è una grandiosa forma comunicativa».
Secondo Silvestro Montanaro, documentarista della Rai, è
invece necessario creare le condizioni perché tutti possono
accedere agli strumenti per esercitare la democrazia, a
cominciare dalle radio e dalle tv comunitarie, e rivendicando
la par condicio per un'informazione che ci permetta di
diventare cittadini globali e non sudditi, ad esempio
indirizzando parte degli aiuti umanitari alla società civile e
all'informazione indipendente dei paesi poveri e in via di
sviluppo.
Certo, è solo una parte del problema se consideriamo che le
scelte che ciascuno compie sono fortemente influenzate non
tanto dall'informazione in quanto tale, cioè dalla fabbrica
delle notizie, ma si producono in quel territorio opaco dove
informazione e spettacolo, educazione e intrattenimento si
mescolano, generando conformismo e passività sociale, anziché
valori condivisi e comportamenti responsabili.
Ma ancora non basta. Ed ecco la ricetta di Giulietto Chiesa,
nei panni dell'ispiratore di megachip, associazione per
la ricerca, l'analisi e la critica dei media -
www.megachip.info - che chiede a tutti di sperimentare
un'azione collettiva per denunciare le bugie del mondo
dell'informazione. Perché la strada opposta produce solo
conformismo e mortifica la democrazia stessa, quella di cui i
media parlano tanto a sproposito.
Fonte: il Manifesto
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