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di Pedrag Matvejevic
14 novembre 2002
Con una comitiva delle rete
televisiva franco-tedesca "Arte", che ha realizzato una
trasmissione dedicata ai Balcani, sono arrivato recentemente a
Mostar. Due settimane dopo ho raggiunto Sarajevo, dove il "Centar
André Malraux", francese, ha organizzato un incontro di
scrittori europei. Noi, nati in quel paese, possiamo fare ben
poco da soli: ci siamo accapigliati, inimicati, divisi,
riducendoci alla miseria. Nel mio diario le impressioni
riportate nei due viaggi si intrecciano e si accavallano.
La prima volta sono arrivato dall'Italia via mare, col
traghetto Ancona-Spalato, proseguendo lungo la valle del fiume
Neretva fino a Mostar. La seconda volta sono arrivato a
Sarajevo passando per Vienna. E da Sarajevo, in compagnia di
un centinaio fra scrittori e giornalisti, mi sono avviato
verso la mia citta’ natale - Mostar. Abbiamo viaggiato in un
treno che, dopo l'ultima guerra, fa raramente la spola su
quella linea ferroviaria. Una volta i vagoni, passeggeri e
merci, passavano ogni giorno, e più volte al giorno.
Da studente, lavorai alla costruzione del tratto di strada
ferrata fra Konjic e Jablanica con le brigate giovanili. Si
chiamavano "azioni di lavoro volontario". Il nostro
accampamento si trovava nei pressi di Ostrozac. Si andava al
lavoro prima che il sole riscaldasse fino all'arsura la terra
e l'aria; dopo mezzogiorno facevamo il bagno nei rami del
fiume Neretva. Ricordo gli strani, fiabeschi colori dell'alba,
il biancore della pietra che emergeva dalla notte, i cespugli
bagnati di rugiada, le limpide acque del fiume, i suoi
vortici, le sue sponde, le rocce carsiche dell'Erzegovina. A
incoraggiarci era il sole che si levava, la luce si spandeva.
"Costruiremo il nostro paese più bello di prima", dicevamo.
Era il nostro sogno. Molti di noi credevano nella propria
fantasia. Io compreso. Invidiavo i miei compagni più forti che
erano in grado di lavorare di più e di fare meglio: quella
ferrovia collegava la Bosnia all'Erzegovina, univa la
Jugoslavia.
Ricordo uno dei primi film jugoslavi, "Il treno senza orario":
raccontava la storia delle migrazioni della nostra gente che,
nell'immediato dopoguerra, si spostava dalle regioni più
povere del paese per stabilirsi in quelle più ricche,
viaggiando su “treni senza orari” - treni merci che andavano
dal Sud al Nord del paese, dal Montenegro e dall'Erzegovina
fino alla pianeggiante Vojvodina. Quest'autunno, alla stazione
di Sarajevo, distrutta durante la guerra ed ora in gran parte
ricostruita, ci siamo imbarcati su uno di quei treni. Ho
provato una grande tristezza: tutto intorno a me ricordava la
guerra recente. Lungo il viaggio l’angoscia mi abbandonava e
riconquistava a intervalli.
Mostar è ancora divisa a metà, anche se adesso è più facile
passare dall'una all'altra parte del fiume Neretva, dai
quartieri in cui Croati e cattolici sono la maggioranza, ai
quartieri nei quali furono ricacciati e si sono affollati i
mostarini di origine musulmana. Il fiume scorre nel mezzo, ma
il confine non segue il corso del fiume. Grazie agli aiuti
dall'estero, sono stati ricostruiti alcuni ponti. Lo Stari
Most, l'antico ponte, simbolo della città alla quale ha
dato il nome, è completamente distrutto. Siamo andati a
vederlo dapprima di notte, sotto la pioggia illuminata da
lampioni ammiccanti. Lo sostituisce una passerella in legno
simile a una palàncola gettata sopra un grosso ruscello. Nell'
oscurità le torri laterali somigliano a fantasmi di un
racconto a cui manca la fine. In prossimità delle torri sono
addossati negozietti e bugigattoli di artigiani, per lo più
orefici, e tessitori di tappeti. Questo quartiere cittadino,
chiamato alla turca "Kujundziluk" è stato parzialmente
ricostruito. "Ma chi è stato a distruggere tutto questo?" mi
chiedono quelli della televisione franco-tedesca che filmano
tutto quello in cui si imbattono: le nuvole sulla città, le
nebbie nella valle, gli scrosci di pioggia che ci
accompagnano. Sono stati gli estremisti croati, rispondo,
sottolineando la parola "estremisti" per non confonderli con
tutti i Croati, per non fare di tutta l'erba un fascio.
L'indomani, con il cielo sereno, siamo tornati sul posto in
cui per secoli, fino al 1993, sorgeva il famoso Vecchio
Ponte. Lo spettacolo si è presentato sotto una luce
diversa, ma non più bello. I contrafforti rocciosi laterali
stanno franando, sul fondo del fiume è stata gettata una massa
di cemento per creare una solida base per la nuova
costruzione. Nel vicino caffè, che un tempo riecheggiava di
inebrianti canti d'amore bosniaci detti sevdah, pochi
avventori entrano per sorseggiare la turska kahvka, il
caffé turco. Il rumoreggiare del fiume infrange un silenzio
quasi sepolcrale. Ci si avvicina un uomo di mezza età, nervoso
e agitato; implora gli stranieri di trovargli un lavoro
qualsiasi, dice di sapere più lingue, è disposte a fargli da
guida per la città, gli mostrerà tutto quello che desiderano
vedere. E' insistente, ostinato. Uno dei nostri amici gli
mette in mano due-tre marchi tedeschi e l'uomo se ne va. Non
chiedeva di più.
Ci siamo diretti verso la vicina moschea, per visitarla. Ce
n'erano parecchie prima della guerra; alcune cominciarono a
distruggerle i "Serbi" e finirono per abbatterle i "Croati"
(uso le virgolette, talvolta, parlando di nazionalisti o
fascisti, mai quando parlo del popolo al quale appartengono e
al quale non somigliano). Nessun tempio musulmano è rimasto
intero a Mostar. Ora li stanno ricostruendo: si può notare
quale parte del minareto è di antica pietra, più scura, e
quale è stata aggiunta, ricostruita, con pietra nuova, più
chiara. L'aiuto è arrivato dai paesi islamici. Alcuni di essi
hanno condizionato gli aiuti a delle concessioni: mi accorgo
di certe pratiche che presso i musulmani di queste terre non
c'erano mai state prima. Il Vecchio Ponte non univa soltanto
due sponde della città di Mostar, ma era il legame fra Oriente
e Occidente. Incontro certi amici d'infazia, Emir, Ibro,
Fatima (hanno caratteristici nomi musulmani); si sentono
"umiliati e offesi". Nessuno di noi poteva immaginare qualcosa
di simile a quanto è avvenuto. Abbiamo sottovalutato le
capacità di coloro che hanno portato a questa catastrofe.
Gli amici che, insieme a me, hanno attraversato l'ex
Boulevard della Rivoluzione e la via che porta il nome del più
eminente poeta di questa regione, Aleksa Santic, hanno
riportato impressioni terribili. Qui c'era ed è rimasto in
piedi il vecchio carcere detto "celovina". Una triste
canzone così lo ricorda:
"Ci sono in esso cento e cento celle,
ciascuna cella per un uomo-schiavo"
Un passante, avendomi riconosciuto, mi informa che quel
penitenziario è adesso "l'unica istituzione comune che ancora
funziona nella città" senza discriminazioni etniche e
religiose. Il confine è segnato dal silenzio e dal sospetto.
Lo attraversa la "prima linea" sulla quale si combattè
l'insensata battaglia. Sui muri rimasti ancora in piedi si
vedono migliaia di buchi prodotti dalle raffiche: si sparava
furiosamente, con la veemenza dell'odio, con la volontà di
distruggere tutto il possibile.
Sul Boulevard c'è anche la casa nella quale ho trascorso
l'infanzia e i miei genitori hanno vissuto la loro vecchiaia.
E' rimasta sforacchiata, come una quinta, senza tetto e senza
i pavimenti. Attraverso l'enorme fessura di quella che una
volta fu una finestra si è infilato il lungo ramo di sambuco.
Lì, sotto casa, mi fanno un'intervista: questi amici stranieri
non possono nemmeno immaginare quel che provo mentre rispondo
alle loro domande. E non si tratta solo di vergogna.
I luoghi di culto accanto ai quali passiamo hanno subito
gravissimi guasti. La chiesa cattolica dei santi Pietro e
Paolo venne centrata già all'inizio degli scontri, verso la
metà del 1992, dalle granate dell' "esercito jugoslavo" che
all'epoca aveva già subito una "pulizia etnica" e risultava
serbizzato, condito di "riservisti" raccolti Dio sa come nelle
regioni dell'Erzegovina orientale e nel Montenegro. In questa
chiesa ci andavo da ragazzo a implorare il Signore di far
tornare vivo mio padre dal lager nazista in Germania. Anche
questa chiesa è stata ricostruita grazie agli aiuti venuti da
varie parti del mondo, probabilmente anche col denaro raccolto
fra i pellegrini di Medjugorje. Il nuovo campanile è più alto
perfino di quello della cattedrale di Zagabria. Goffo,
disamornico, brutto, è stato costruito con l'intento di
superare in altezza tutti i minareti delle moschee e
dimostrare la superiorità di una religione sull'altra. Sulla
collina detta Hum che sovrasta la città, non lungi dal luogo
in cui un tempo sorgeva una fortezza austriaca, è stata eretta
un'enorme croce che si vede da ogni parte: anch'essa è stata
posta lassù perchè riconfermi la propria supremazia in una
città nella quale noi cristiani non siamo stati mai
maggioranza della popolazione, prima d'ora. Da una parte c'è
un vescovo cattolico che si comporta da villanzone,
intollerante, indegno della missione sacerdotale, a dall'altra
c'è la Provincia erzegovese dell'ordine francescano che
difende i propri interessi materiali, infischiandosene di
quelli spirituali: l'uno e l'altra da tempo si scontrano e si
combattono gettando fango sulla fede stessa. Il cardinale che
ha sede a Sarajevo non riesce a trovare un farmaco che
guarisca la gangrena. Egli stesso è stato eletto a quella
carica in circostanze nelle quali sembrava migliore di quello
che è. I Francescani bosniaci, della Provincia detta di
"Bosnia Argentina", sono di gran lunga più nobili e più
attaccati ai valori del cristianesimo, ma non possono influire
sui loro confratelli erzegovesi.
Abbiamo oltrepassato il fiume
servendoci del ponte provvisorio, arrampicandoci fino al luogo
dove, nella parte orientale della città, sorgeva la chiesa
ortodossa. La ricordo bene: si distingueva per la sua
posizione e la sua bellezza. Non ne è rimasto nulla. Dopo che
da questa località fu cacciato l'esercito cetnico (“serbo”), i
crociati “croati” dapprima la bombardarono a lungo con i
mortai, poi la fecero saltare in aria con la dinamite
trasformandola in un mucchio di macerie, terra brulla. (Alla
stessa maniera i "Serbi" di Banjaluka hanno raso al suolo
quella che fu un tempo la maestosa Moschea di Ferhadija; e,
come se non bastasse, hanno trasformato in parcheggio per
automobili lo spazio che prima occupava.)
Accanto al rottame
della porta principale del tempio serbo è rimasta una grande
croce di ferro battuto, buttata per terra, calpestata,
arrugginita. Almeno la croce di Cristo dovrebbe essere comune
ad ambedue le confessioni cristiane!
Ho condottola numerosa brigata su per l'erto fianco
dell'altura verso il luogo in cui una piccola, antica chiesa
ortodossa era rimasta per secoli radicata al suolo, recintata.
I Turchi, nei quattro secoli del loro dominio, l'avevano
tollerata, a condizione che non svettasse, non emergesse
troppo nel panorama. Anch'essa è stata gravemente danneggiata.
L'Amministrazione europea di Mostar ha finanziariamente
contribuito alla sua ricostruzione. Due o tre icone, molto
belle, si sono salvate dalla distruzione e sono state
reinserite nell'iconostasi. La porta d'ingresso ci è stata
aperta dal guardiano di piccola statura, sorpreso e perfino un
po' spaventato di fronte a tanti visitatori. Ho attaccato
discorso, ricordandomi subito della consuetudine dei miei
genitori: lasciare qualche obolo per la manutezione del
tempio, non importa a quale religione appartenga. Uscendo
dalla chiesetta, quel sagrestano mi ha detto che non poteva
accettare l'elemosina. "Sapete - ha spiegato - io sono
musulmano. E qui è stato pericoloso per un ortodosso fare il
guardiano di una chiesa ortodossa! Mi chiamo Regjep Gashi". Il
nome, chiaramente, è musulmano, il cognome potrebbe anche
essere albanese. Gli ho stretto la mano.
Mi sono ricordato di alcuni viaggi compiuti nel Kosovo negli
anni Ottanta, quando coltivavamo l'illusione che fosse ancora
possibile fare qualcosa per migliorare i rapporti già
avvelenati fra Serbi ed Albanesi in Jugoslavia. Incontrai
allora, visitando il monastero di Decani, il monaco ortodosso
Justin Djukić, un uomo di bell'aspetto e di alta statura,
nativo della Bosnia. Mi accompagnò nelle sale in cui erano
custoditi i tesori del monastero, mi mostrò quelle opere
preziose. "Come avete fatto, padre – gli chiesi – a salvare
tutto questo? Con tanti eserciti che sono passati per queste
contrade saccheggiandole?". "Sono stati gli Albanesi di queste
parti a salvare i nostri tesori", mi rispose. "Li hanno tenuti
nascosti nelle loro case, tramandondoli di padre in figlio, di
generazione in generazione, come sacre reliquie. Dicevano che
gli portavano fortuna, raccolti abbondanti, figli sani. Ed
oggi... ecco, oggi ci siamo scapestrati noi e loro". Disse
così, umilmente, e tacque. L'angoscia del musulmano Redjep
incontrato nella piccola chiesa ortodossa di Mostar mi ha
fatto ricordare la generosità del monaco Justin nel monastero
kosovaro. Queste sono eccezioni rare. Ci meravigliamo di noi
stessi quando veniamo a trovarci di fronte a questi casi.
Seguendo il corso della Neretva, ci siamo avviati verso il
Sud. Un amico aggregatosi alla nostra comitiva a Mostar ci ha
indicato i punti in cui, durante la guerra recente, gli
ustascia crearono i campi di concentramento per i musulmani:
"Ecco, questo è il malfamato Heliodrom (l'elioporto) e più in
là seguivano i lager di Dretelj, Gabela e Ljubuski". Non si
conosce esattamente il numero dei musulmani uccisi in quei
lager. L'estate erzegovese con il caldo soffocante, l'
affollamento, le torture, la fame, le malattie, la dissenteria
falciava i miseri prigionieri denutriti e stremati. "Eravamo
costretti a scavare trincee per i nostri carcerieri sulla
prima linea del fronte. Talvolta, dal fronte opposto, i nostri
non ci riconoscevano e ci sparavano addosso", mi disse un
testimone di fede islamica.
Passiamo accanto al grande Aluminijski Kombinat, lo
stabilimento in cui dalla bauxite si ricava l'alluminio. Dopo
anni di inattività, finalmente ha ripreso a produrre grazie
anche all'aiuto di azionisti stranieri. Una volta ci
lavoravano operai, tecnici e ingegneri di varie nazionalità e
confessioni religiose, ora è stato etnicamente "ripulito", è
accessibile quasi esclusivamente ai cattolici “croati”.
Si viaggia su due piccoli bus presi a noleggio. Propongo di
fare tappa a Zitomislic, un paese reso celebre da un monastero
ortodosso. Nell 1941, qualche mese dopo la creazione dello
"Stato Indipendente Croato" da parte delle potenze dell'Asse,
le milizie ustascia massacrarono tutti i monaci sopresi nel
cenobio, quaranta e più. In seguito, dopo la seconda guerra
mondiale, il monastero fu ripristinato, le icone tornarono al
loro posto, ripresero i riti liturgici; in un edificio non
lontano da quello centrale fu istituito un convento
femminile. Le monache trascorrevano la giornata tra la
preghiera e il lavoro, coltivando campicelli e vigneti lungo
il corso della Neretva. Nell'ultima guerra sia il monastero
che il convento femminile sono stati prima bersagliati dai
mortai e poi incendiati dai estremistsi cattolici
d’Erzegovina.
Attraverso gli squarci nei soffitti e nei muri scendeva la
pioggia. Ho sollevato da terra un tizzo spento; un pezzetto di
quella che era stata una icona, una finestra, la cornice di
un quadro, non lo so. Dove lo metto? L'ho restituito alle
rovine dell'incendio. Sul palmo della mano mi è rimasto un
segno nero di carbone. Tutto intorno c'era il fango. Quello
che era stato un monastero era avvolto dalla malerba e da
gramigne, la macchia era cresciuta e sbarrava il passo. Per
fortuna il fuoco aveva risparmiato i cipressi che, snelli ed
alti, rimanevano muti testimoni di un misfatto.
Sullo scalino di pietra della soglia d'ingresso al chiostro
una donna anziana aveva acceso una candela. Mi sono
avvicinato, l'ho salutata chiamandola "madre"; si usa così da
quelle nostre parti in segno di rispetto verso le donne
anziane. Le ho chiesto se erano state salvate almeno le icone
della chiesa. Mi ha risposto: "Io non ne so nulla", ed era
spaventata. Ho continuato a parlarle, le ho chiesto se potevo
esserle di aiuto in qualche modo. E' scoppiata a piangere.
Alla fine mi ha rivelato: "Io sono una delle monache ortodosse
che coltivavano questa terra. Non ho voluto andar via. Non
avrei saputo nemmeno dove andare. Mi ha accolto sotto il suo
tetto una buona e onesta famiglia cattolica, qui nel villaggio
croato vicino. Che Iddio li protegga!".
Ho pensato alla mia famiglia, originaria di quella regione per
linea materna, cattolica: nell'altra guerra salvarono dalle
fosse comuni e dalla camere a gas Serbi ed Ebrei. Ho chiesto
perciò di conoscere la famiglia croata che aveva dato
ospitalità alla monaca ortodossa, ma non c'è stato il tempo.
Non c'è mai tempo per le cose più importanti da fare: gli
amici della Televisione avevano fretta ed è stato necessario
proseguire il cammino.
Seguendo sempre il fiume Neretva, una decina di chilometri più
a Sud, siamo arrivati alla cittadina di Pocitelj descritta in
una delle prose più brillanti di Ivo Andric, Sulla pietra a
Pocitelj. Qui una volta, tanti anni addietro, le
sentinelle turche montavano la guardia nel punto in cui il
fiume si restringe, serrato tra due colline, su una delle
quali, sovrastante la sponda sinistra, dominava una fortezza.
A Pocitelj c'erano pure una bella moschea, un grande haman
o bagno pubblico alla turca, un'antica scuola religiosa
islamica, e case pittoresche per il loro aspetto. Quasi tutti
gli abitanti della cittadina erano musulmani. D'estate qui
bivaccava un carissismo amico - uno dei più popolari pittori
e scrittori jugoslavi, musulmano di nascita, belgradese di
elezione, ma eterno vagabondo, autore di indimenticabili diari
di viaggio: Zulfikar Džumhur detto "Zuko". In questa cittadina
organizzava ogni anno incontri di artisti che arrivavano da
tutta l’ex-Jugoslavia e da tutto il mondo. Per sua fortuna ha
fatto in tempo a morire per non vedere quello che noi oggi
vediamo: una città deserta, la moschea distrutta dalle
granate, il minareto traforato dalla cannonate. Gli abitanti
sono fuggiti due volte, sparpagliandosi dappertutto; la prima
volta per non essere scannati dai “Serbi” in ritirata, la
seconda volta davanti ai “Croati” che hanno preso possesso di
questa ragione instaurando un potere spietato.
A Pocitelj sono tornate solo due-tre famiglie di anziani,
quelle che non sono riuscite a trovare altrove nessun rifugio,
un asilo, una casa. Sono entrato in una casa, ho salutato e
chiesto di che cosa vivessero. Mi ha risposto una donna,
tenendo per mano un ragazzetto che girava intorno a sé due
occhi grandi che hanno conosciuto troppo presto il terrore:
"Di qui, per la strada, passano le automobili. Qualcuno si
ferma per vedere tutto questa disastro, e ne approfitta per
comprare un po' delle erbe medicinali che noi andiamo
raccogliendo intorno sulla collina. Soltanto tre famiglie
musulmane sono rimaste in mezzo a questo rovina". Al momento
del commiato mi hanno donato una bella melagrana matura e
spaccata. "Prendi, è dolce! Prendi, la mangerai durante il
cammino".
All'ingresso di Pocitelj - ahimé! - si levano al cielo due
croci enormi. Quando fui qui qualche anno addietro, insieme ad
alcuni amici italiani ce n'era una terza, piantata sulla cima
dell'antica torre turca. Mi h anno detto che il cardinale
ordinò che almeno quella fosse rimossa. Come ho detto, prima
che fossero piantate quelle croci, gli abitanti della
cittadina erano musulmani. Lo sono anche le poche famiglie,
rimaste o tornate. Nelle file di altre religioni si annidano i
fondamentalisti, non soltanto nell'Islam. Tra Pocitelj e Ciapljina la terra è fertile. Vi
fruttificano le viti, i fichi, i melograni, i mandorli, gli
aranci, tutte le piante da frutto mediterraneee, e l'erba
verdeggia. Lì si trova la celebre necropoli di Radimlja, nei
pressi di Stolac - il cimitero dei patareni medievali bosniaci
detti bogomili. Una piccola oasi nella carsica e brulla
Erzegovina. La pioggia è cessata, il profumo dei pini si
mescola con l'umidità dell'aria.
Conoscevo bene Stolac, mio padre vi prestò servizio per
diversi anni, mandatovi come in una specie di esilio. Era una
cittadina armoniosa, sparsa su ambedue le sponde del piccolo
fiume Bregava che scorre e mormora anche in una poesia
dell'amico Giacomo Scotti (traduttore di questo saggio),
dedicata a Mak Dizdar - amico comune, poeta d’origine
musulmana, da tempo morto. Il corso d'acqua scorre cristallino
ai piedi di una collina sulla quale restano le vestigia di una
torre medievale. Fino a pochi anni addietro, il centro di
Stolac aveva il caratteristico aspetto di una borgata
islamica: la moschea con il minareto, le case con i tetti
sporgenti e le pensiline sulle porte, la pubblica fontana
detta scedervan, le finestre chiamate demirli penger,
i cortili interni pavimentati a ciottoli.
Non riuscivo a credere che Stolac fosse stata a tal punto
devastata finchè non siamo arrivati nell'area in cui sorgeva
il nucleo storico della cittadina, la Cittavecchia. I "Croati
cattolici" hanno distrutto tutto ciò che avesse avuto dei
contrassegni orientali, hanno cacciato dalle loro case le
famiglie musulmane, sterminandone parecchie. Recentemente,
quando i pochi profughi che sono riusciti a rientrare nella
loro città e nelle loro case hanno tentato di ricostruire la
moschea, sono stati aggrediti e messi in fuga alla stessa
maniera con cui i "Serbi" di Banjaluka hanno agito nei
confronti di quei concittadini musulmani che hanno tentato di
erigere nuovamente la celebre Ferhadija, la moschea
centrale di quella città. Un mio amico, professore
universitario in America d’origine croata, ha scritto che qui,
in Erzegovina, con le città abitate da musulmani i suoi
connazinali si sono comportati come i "Serbi" si comportarono
con Vukovar; la "Vukovar croata", radendola al suolo.
All'ingresso del cimitero bogomilico di Radmila una volta
sorgeva una modesta costruzione nella quale uno poteva
concedersi qualche minuto di riposo, acquistare il biglietto
d'entrata, cartoline illustrate, libri che in più lingue
raccontavano la storia dei Bogomili (cio’ e’ - patareni
bosniaci), sorbire un tè caldo. Quell'edificio è stato
demolito. Su un muro rimasto ancora in piedi un ignoto
fanatico cattolico ha scritto: "Non c'è posto per gli
eretici". Ricordo agli amici forestieri quanto diceva il
grande scrittore croato Miroslav Krleza all'epoca in cui, dopo
il 1948, la Jugoslavia venne a trovarsi in grave pericolo per
la scomunica lanciata da Stalin contro la "cricca di Tito".
Qui, in Bosnia – diceva il poeta – si è manifestata la nostra
vera appartenenza: "né Bisanzio né Roma, ma una terza
componente". Sulle stele si possono leggere ancora oggi i nomi
slavi dei nostri ignoti antenati: Miogost (“ospite caro”),
Bolasin (“doloroso”), Bratovic (“fratellino”). Alcuni sono
scritti negli antichi caratteri bosniaci cirilliani. I grandi
cippi sepolcrali sono pesanti e la dinamite costa caro. Forse
è per questo che non sono stati distrutti né eliminati. Sono
rimasti al loro posto, dove stanno da secoli, all'ombra dei
cipressi che si dondolano al vento e vegliano su di loro.
Intorno a noi non ho visto nessuno, ad eccezione di un uomo
magro e esaurito che camminava su e giù nervosamente fra i
cippi di pietra, parlando con se stesso. Eravamo tutti
sbalorditi, di stucco. E con quello sbalordimento ci siamo
allontanati. Questo è successo a conclusione del mio primo
viaggio in Erzegovina, l’anno scorso.
Il secondo víaggio, compiuto con gli scrittori inviati dal "Centre
André Malraux" che ha sede a Sarajevo, si è concluso un po’
piu’ tardi a Blagaj, nei presi di Mostar, alle sorgenti del
fiume Buna. E' un "fiumicello dalle acque gelide come il
ghiaccio e chiare come le lacrime", si legge nelle
annotazioni di un cronista antico. Qui è stata ripristinata
la tekija (il monastero dei dervisci). Vi si entra a
piedi scaldi, e le donne con il capo avvolto in uno scialle.
Sembra un miracolo: qui la popolazione non ha avuto morti e la
borgata non ha subito distruzioni.
A titolo di aiuto, i Norvegesi hanno costruito un allevamento
di pesci che si è dimostrato redditizio anche per i donatori.
Invece decine di miei amici della Bosnia, della Serbia e di
altri paesi dell'Europa orientale non hanno di che pagarsi
nemmeno un modesto pranzo: una piccola trota allevata qui e un
bicchiere di vino bianco erzegovese. Questa è la nostra
miseria!
Per tornare a Sarajevo abbiamo preso nuovamente un "treno
senza orario". Insieme a noi viaggia un gruppo di giornalisti
del settimanale "Feral Tribune" di Spalato, il foglio
dissidente che ha condotto una irriducibile opposizione al
regime di Tudjman. Solo sulle sue pagine, e su pochissimi
altri fogli, ho potuto pubblicare i miei scritti, nel mio
paese, senza essere costretto a nascondere il mio pensiero sui
capi di quel regime. Quel settimanale ha fatto onore al
capoluogo della Dalmazia, una città gloriosa per la resistenza
opposta al fascismo durante la seconda guerra mondiale, sulla
quale però i fantasmi di quel fascismo gettano ora nuovamente
le loro ombre minacciose.
Nel viaggio di ritorno, il gruppo degli "strani viaggiatori"
(definizione dell'organizzatore francese, che è ricorso a un
verso di Baudelaire) si è sistemato nella vettura della
"mescita", insieme ai redattori del "Feral". Ci siamo
allineati tutti davanti al bancone, gente arrivata da mezzo
mondo, bevendo all'impiedi il bianco e il nero, zilavka
e blatina, vini gagliardi dell'Erzegovina. Abbiamo poi
attaccato a cantare a gola spiegata canzoni delle varie
regioni di un paese nel quale abbiamo vissuto insieme fino a
dieci anni addietro, un paese che tutti conosciamo. E'
infelice quel popolo al quale non è permesso cantare le comuni
canzoni. Non mi batto certamente per la ricostituzione di uno
Stato o di un regime che avrebbero potuto essere migliori di
quello che sono stati: ma per la fraternità, per lo stare
insieme, sì. Nulla può sostituire l'amicizia e la convivenza.
Si deve esser “dissidente” quando si lotta per questo? Per
così poco!
Abbiamo continuato a stare in compagnia fino a tarda notte per
le vie di Sarajevo. Quella per noi non era più una città
distrutta.
L'indomani siamo tornati seri. Mi si è avvicinato uno
scrittore, mio "connazionale " rimproverandomi di essere stato
"troppo duro" nel parlare dei crimini compiuti dai “Croati in
Erzegovina”. Gli ho risposto che non aveva capito la cosa
essenziale: usando parole "troppo dure" intendevo lanciare al
tempo stesso una sfida: indurre gli scrittori serbi, bosniaci,
montenegrini e quant'altri a dire alla stessa maniera quanto
avrebbero dovuto dire sui crimini compiuti e sulle sciagure
seminate dai loro "connazionali".
Mi è capitato per le mani un articolo apparso recentemente a
Belgrado sul foglio "Helsinška povelja" (La Carta di
Helsinki). Vi si parla "delle responsabilità di
Milosevic, Karadzic, Mladic e di altri guerrafondai serbi che
si sono battuti per creare la Grande Serbia fino alla linea
Karlobag-Ogulin-Virovitica in Dalmazia; delle loro
responsabilità per i tre anni e mezzo di cannoneggiamenti su
Sarajevo, del bombardamento di Dubrovnik/Ragusa, dell'incendio
delle borgate della Piana del Konavle, della distruzione di
Vukovar, del massacro di 7.000 civili musulmani a Srebrenica,
dei misfatti compiuti contro i deportati e prigionieri nei
lager di Keraterm, Omarska, Trnopolje, Manjacia; dei cadaveri
dei neonati e delle bambine albanesi che vengono fuori dai
frigoriferi, dalle acque del Danubio e dalle fosse comuni
scavate in prossimità dei commissariati di polizia nei
dintorni di Belgrado; delle migliaia di giovani serbi morti
ammazzati e rimasti mutilati nelle guerre alle quali la Serbia
'non ha partecipato'... della Chiesa ortodossa serba
esclusivista, intollerante, rigida e reazionaria", e così
via. Questo l'ha scritto e l'ha firmato un amico Serbo. E ha
fatto bene.
Sarajevo non può dimenticare facilmente tanti suoi cittadini
morti dilaniati sotto le granate nella via di Vaso Miskin
mentre facevano la fila per un pezzo di pane, né i morti
ammazzati alla stessa maniera nel mercatino Markale mentre
compravano, per dire, un chilo di patate: corpi straziati,
fatti a pezzi, uomini e donne morti sul posto o mentre si
cercava di trasportarli negli ospedali già stracolmi di
feriti; non può dimenticare le ferite e le pozze di sangue
sui marciapiedi, gli urli di chi invocava aiuto e i soccorsi
che arrivavano talvolta quando non si poteva fare più nulla
per salvare un uomo. E dopo tutto questo, come non ricordare
le terribili, vergognose notizie e le menzogne sparse dagli
assassini, secondo le quali sarebbero stati gli stessi
Bosniaci musulmani ad autobombardarsi, ad ammazzarsi, per
richiamare su di sé l'attenzione del mondo? Ancora più
terribile e vergognose è il senso stesso di queste notizie e
di queste menzogne che i propagandisti del regime tentarono di
spargere con tutti i mezzi: indurre qualcuno a suicidarsi è
peggio che ucciderlo.
Sugli uomini di penna ricade una parte preponderante di
responsabilità per tutto quello che è successo. Sarebbe un
bene se esistesse uno speciale tribunale per gli scrittori e
giornalisti, oltre a quello dell'Aja per i crimini di guerra,
un tribunale migliore e più severo dei Collegi di probiviri o
Giurì d'onore che funzionarono in Jugoslavia e in Europa dopo
la seconda guerra mondiale davanti ai quali furono chiamati a
rispondere gli scrittori che avevano messo la loro penna al
servizio dei fascisti e dei loro misfatti. Un siffatto
tribunale dovrebbe poter giudicare pubblicamente tutti i
responsabili di questa tragedia, facendo conoscere al mondo i
loro nomi: colui che per primo istruì e preparò il "duce"
serbo ora finito all'Aja (e suoi maestri furono Dobrica Ciosic
e i suoi caudatari), colui che sostenne il "Supremo" croato e
usò la sua penna spuntata per giustificare l'aggressione
contro la Bosnia (Ivan Aralica, per esempio), colui che
sorresse il microfono sotto la barba di un gonfaloniere e ne
esaltò la imprese mentre andava randellando la gente da un
capo all'altro di Sarajevo (e mi riferisco al romanziere serbo
Momo Kapor oriundo bosniaco). E tutti gli altri che sposarono
il crimine, spinsero al crimine, tacquero e occultarono i
crimini, giustificarono i misfatti nei modi più svariati e
tuttora cercano di giustificarli: lo scrittore belgradese
Matija Bećkovic che ha gettato un'onta incancellabile sul
proprio talento; il poeta serbo-erzegovese Gojko Djogo e il
serbo-bosniaco Rajko Nogo con il loro depravato misticismo
nazionalista; il romanziere e poeta croato-bosniaco Andjelko
Vuletic aiutante di campo dei peggiori vessilliferi dell'odio
quali sono stati il defunto Mate Boban, già presidente per
conto di Tudjman della cosiddetta "Repubblica croata di
Erzeg-Bosnia" e di quel maledetto Tuta Naletilic che oggi
risponde all'Aja di orribili crimini di guerra; il poeta Mile
Pesorda, croato-bosniaco pure lui e seminatore lui stesso di
odio. E l'elenco degli indegni potrebbe continuare, è lungo.
Anche alcuni uomini di penna musulmani, appartenenti dunque a
quel popolo che più di tutti in Bosnia ha subito violenze e
sofferenze, dovrebbero scucire finalmente la bocca e scrivere,
condannandoli, dei misfatti compiuti dai loro connazionali a
Grabovica, a Celebici, a Bradina, a Busovacia e non so dove
ancora, crimini compiuti non sempre per difesa.
Dopo la seconda guerra mondiale ci sono stati degli scrittori
progressisti tedeschi che, non senza seri rischi personali,
hanno posto lo specchio di fronte alla nazione cercando di
mostrare ai connazionali tutti i crimini compiuti in loro nome
dai nazisti. Anche noi dovremo, prima o poi, seguirne
l'esempio. I Croati non lo hanno fatto ancora neppure per i
crimini orrendi compiuti dagli ustascia nella seconda guerra
mondiale; lo fanno oggi, al posto nostro, i figli dei nostri
Ebrei i cui genitori furono massacrati nei lager sparsi da
Pago a Jasenovac. I Serbi esaltano nuovamente il generale
Draza Mihailovic, capo dei massacratori cetnici nella seconda
guerra mondiale, dimenticando il sangue a fiumi scorso nella
Drina dalle gole dei musulmani bosniaci sgozzate dai loro
pugnali. Anche gli Sloveni hanno taciuto a lungo sulle stragi
compiute dai loro, negli ultimi giorni della seconda guerra
mondiale.
Sono troppo pochi coloro i quali osano guardarsi allo specchio
della storia senza inorridire della propria immagine riflessa.
Gli scrittori rifuggono da questo compito ingrato, gli
intellettuali nazionalisti non vogliono guardare la propria
nazione così com'era veramente, preferendo i miti. Ai nuovi
leader, come ai loro predecessori, sta a cuore soprattutto il
potere. Anche quando si viveva in una comunità federale,
preferimmo sottolineare e denunciare quasi esclusivamente i
crimini compiuti dagli altri contro di noi, nascondendo i
propri. E fino a quando noi punteremo gli occhi su noi stessi,
fino a quando non interrogheremo la nostra coscienza, non
potrà esserci nemmeno una vera presa di coscienza e una vera
catarsi.
(Traduzione di Giacomo Scotti)
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