|
27 novembre 2002
Amnesty
International ha chiesto oggi alle autorità di Pechino di
rilasciare tutte le persone attualmente agli arresti o
condannate per aver utilizzato Internet per esprimere
pacificamente le proprie opinioni o condividere informazioni.
“Chiunque sia detenuto solo per aver pacificamente diffuso su
Internet le proprie opinioni o altre informazioni o per aver
visitato determinati siti è un prigioniero di coscienza e dev’essere
rilasciato immediatamente e senza condizioni” - ha dichiarato
Francesco Visioli, coordinatore per la Cina della Sezione
Italiana di Amnesty International.
In un rapporto diffuso oggi, intitolato Repubblica Popolare
Cinese: il controllo dello Stato su Internet, Amnesty
International segnala i casi di almeno 33 persone arrestate o
condannate per reati relativi a Internet: si tratta di
attivisti politici, scrittori ed appartenenti a organizzazioni
non ufficiali, tra cui il movimento spirituale Falun Gong. Una
delle sentenze più lunghe è stata emessa nei confronti di un
ex agente di polizia, Li Dawei, condannato a 11 anni di
carcere per aver scaricato articoli dai siti Internet dei
movimenti democratici cinesi all’estero. Tutti i suoi appelli
sono stati respinti. Il rapporto di Amnesty denuncia anche i
casi di due seguaci del Falun Gong, detenuti per reati
relativi a Internet, apparentemente deceduti a seguito di
torture o maltrattamenti da parte della polizia. Il Falun Gong
è stato bandito come “organizzazione eretica” nel luglio 1999.
“Mentre l’industria di Internet continua ad espandersi in
Cina, il governo prosegue a intensificare i controlli
sull’informazione on-line con misure come il filtro o il
blocco di siti stranieri, l’istituzione di corpi speciali di
polizia, il blocco di motori di ricerca e la chiusura di siti
che pubblicano informazioni sulla corruzione o articoli
critici nei confronti del governo” - ha affermato Visioli.
Alla fine di agosto, la Cina ha bloccato per un breve periodo
l’accesso al motore di ricerca Google, deviando gli utenti su
motori di ricerca locali.
Nelle ultime settimane Pechino ha cambiato ancora tattica,
consentendo l’accesso ad alcuni siti Internet precedentemente
bloccati, ma rendendo impossibile agli utenti l’apertura dei
documenti sui siti relativi alla Cina. Secondo quanto appreso
da Amnesty International, il ministero per la Sicurezza dello
Stato ha fatto installare dei meccanismi di rilevamento sui
sistemi dei fornitori di accesso ad Internet con l’obiettivo
di controllare le caselle di posta elettronica individuali,
mentre tutti gli Internet café sono stati obbligati a tenere
un registro dei propri clienti e ad informarne la polizia.
“Gli utenti di Internet sono sempre più intrappolati in una
fitta rete di norme che limitano i loro diritti umani
fondamentali” - ha aggiunto Visioli. “Chiunque navighi in
Internet può rischiare l’arresto arbitrario e
l’imprigionamento”.
Nei casi estremi, coloro che diffondono su Internet
informazioni considerate “segreti di Stato” possono persino
essere condannati a morte. Le autorità cinesi hanno anche
obbligato le società che si occupano di Internet ad assumersi
maggiori responsabilità nel controllare la rete. I firmatari
dell’Impegno pubblico di autodisciplina, introdotto
nell’agosto 2002, acconsentono a non pubblicare informazioni
“perniciose” che possano “mettere a repentaglio la sicurezza
dello Stato, disgregare la stabilità sociale, contravvenire
alle leggi e diffondere superstizione e oscenità”.
L’Impegno è stato sottoscritto da oltre 300 società, compreso
il noto motore di ricerca internazionale Yahoo.
Amnesty
International chiede al governo di Pechino di rivedere i
regolamenti e le misure che limitano la libertà di espressione
su Internet, per renderli conformi agli standard
internazionali. L’organizzazione per i diritti umani ha anche
espresso la propria preoccupazione per il fatto che alcune
società straniere avrebbero venduto alla Cina tecnologia che è
stata usata per censurare Internet.
“In un momento in cui il ruolo della Cina come partner
economico e commerciale è in crescita, le multinazionali hanno
una particolare responsabilità nell’assicurare che la loro
tecnologia non sia utilizzata per violare i diritti umani
fondamentali” - ha commentato Visioli.
Ulteriori informazioni
Fin dall’inizio della commercializzazione di Internet in Cina,
nel 1995, questo paese è diventato uno dei mercati dalla
crescita più rapida nel mondo. Il numero degli utenti a
livello nazionale raddoppia ogni sei mesi e si stanno
lanciando migliaia di siti. Nel giugno di quest’anno il numero
degli utenti ha raggiunto circa 46 milioni e gli esperti
ritengono che entro i prossimi quattro anni la Cina diverrà
probabilmente il principale mercato mondiale. Dal 1995 le
autorità di Pechino hanno introdotto oltre 60 norme e
regolamenti sull’uso di Internet.
Dopo un incendio scoppiato in un Internet café di Pechino nel
giugno di quest’anno, le autorità hanno chiuso migliaia di
Internet café e a quelli cui è stato permesso di riaprire
hanno richiesto di installare programmi per bloccare siti
considerati “politicamente sensibili” o “reazionari”. Questi
programmi impediscono l’accesso a 500.000 diversi siti
Internet stranieri.
Il rapporto Repubblica Popolare Cinese: il
controllo dello Stato su Internet
è disponibile presso
l’indirizzo:
http://www.web.amnesty.org/ai.nsf/recent/asa170072002
e gli appelli sui casi citati in questo comunicato presso:
http://www.web.amnesty.org/ai.nsf/recent/asa170462002
Fonte: Wall Street
Journal
|