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I narratori di verità in tempi di paura
Assegnati a New York dal Committee to Protect Journalists i premi per la libertà di stampa 2002. I vincitori sono: Fesshaye Yohannes dell'Eritrea, Irina Petrushova del Kazakhstan, Tipu Sultan del Bangladesh e Ignacio Gomez della Colombia

di Fred Hiatt (The Washington Post)
28 novembre 2002

"Perché non l'Eritrea?" Questo è il pezzo più importante di una allegra campagna di pubbliche relazioni per persuadere gli Stati Uniti ad usare lo stato africano come base militare. Anche se impoveriti, gli Eritrei stanno pagando 50.000 dollari al mese ad un'azienda lobbistica con buone connessioni per farne una realtà.
La giusta persona per rispondere a questa domanda - perché non l'Eritrea? - potrebbe essere Fesshaye Yohannes, 47 anni, noto giornalista eritreo e drammaturgo. Fesshaye ha combattuto per l'indipendenza dell'Eritrea dall'Etiopia e di seguito, quando questa fu raggiunta, è stato il fondatore di quello che poi è diventato il giornale a più ampia diffusione nel paese. Sfortunatamente questo però non è possibile chiederglielo. Il governo Eritreo lo tiene in prigione da oltre un anno, senza mai averne voluto rivelare nè il luogo come neppure il perché. Ma la ragione non è un segreto. Gli autoritari governatori eritrei hanno fatto chiudere la stampa indipendente, rimandato le elezioni e messo in carcere tutti coloro che osano criticarli. Adesso sperano che la guerra dell'America contro il terrorismo possa procurargli un lasciapassare. E forse hanno ragione.
La tensione fra il sostegno dell'America alla libertà di parola e la sua preoccupazione nella lotta contro il terrorismo emerge come il tema dominante nei premi per la libertà di stampa che sono stati assegnati a New York dal Committee to Protect Journalists. Fesshaye è uno dei vincitori dell'onoranza annuale; gli altri sono Irina Petrushova del Kazakhstan, Tipu Sultan del Bangladesh e Ignacio Gomez della Colombia.
Come tanti attivisti dei diritti umani in molti paesi, i giornalisti che lottano perché la verità sia rivelata sono i primi a notare quando l'attenzione americana oscilla o le sue priorità cambiano. "La guerra anti-terrorismo", dice Gomez, "può portare l'America ad avere gli amici sbagliati".
E la tensione opera anche ad altri livelli: John Ashcroft, con i suoi forti discorsi sul limitare la libertà per favorire la sicurezza nazionale, è diventato l'esemplare favorito di ogni dittatore. L'ambasciatore dell'Eritrea a Washington, Girma Asmerom, mi ha assicurato durante una conversazione telefonica la scorsa settimana, che rinchiudere i giornalisti indipendenti del paese senza
alcuna accusa può essere considerato perfettamente in linea con gli usi democratici. A prova di ciò, ha citato la raccolta americana di tutti i testimoni materiali e degli stranieri sospetti.
Ed insinuando che i giornalisti dell'Eritrea abbiano ricevuto denaro dal nemico Etiopia, ci rivolge la domanda, "Quanto a lungo durerebbe un giornale americano se ricevesse denaro da al Qaeda?"
Quindi Fesshaye riceveva denaro dal nemico? "No, no, no", ha replicato l'ambasciatore; le accuse saranno rese chiare al momento dovuto.
Il linguaggio che i dittatori e i loro lacchè usano per giustificare la repressione è deprimente nella sua uniformità: Africani o Europei, Arabi o Birmani, sembra contare poco. Fesshaye, 47 anni, è stato arrestato nel settembre 2001, insieme alla maggior parte del corpo giornalistico indipendente; il suo giornale, Setit, è stato fatto chiudere. L'Assemblea Nazionale ha spiegato che
"il quotidiano privato, con la sua offensiva irresponsabilità, aveva provocato l'ira della gente che chiedeva che fosse chiuso e che ha tirato un sospiro di sollievo quando è stato temporaneamente sospeso". Le elezioni non si sono tenute "a causa degli ostacoli creati dalle forze esterne e dai disfattisti". Ma il corno dell'Africa è diventato improvvisamente di valore
strategico per gli Stati Uniti. Assumi un lobbista, e forse le cose della democrazia non sono più importanti.
Anche l'Asia Centrale è utile strategicamente e - sfortunatamente per i democratici del Kazakhstan - nuota oltretutto nel petrolio. Il suo potente, ex capo comunista Nursultan Nazarbayev, ha fatto chiudere giornali ed i giornalisti sono stati minacciati, picchiati, incarcerati, torturati, espulsi o fatti sparire. Di solito il loro crimine è di aver "insultato l'onore e la dignità del presidente".
Petrushova ed il suo giornale, Respublika, hanno dimostrato di aver un cattivo gusto quando hanno relazionato sul miliardo di dollari di proventi petroliferi che Nazarbayev aveva riposto in un conto bancario svizzero, come riporta CPJ, e anche su altre diverse storie di nepotismo, amici intimi e corruzione. Di conseguenza, Petrushova si è ritrovata un cane decapitato appeso alla finestra del suo giornale; un cacciavite conficcato nel suo corpo appuntava un messaggio, "Non ci sarà una prossima volta". La testa del cane in attesa a casa sua.
Petrushova se ne è andata in Russia, da dove pubblica il suo giornale via Internet. Vive separatamente dalla sua famiglia, per proteggerla. Nonostante questo, Petrushova è molto più fortunata di altri. Sergei Duvanov, un altro giornalista coraggioso del Kazakhstan, è stato severamente picchiato lo scorso agosto, e successivamente, alcuni giorni prima di partire per un viaggio negli Stati Uniti, gettato in prigione sotto l'accusa di stupro.
I funzionari degli Stati Uniti doverosamente condannano queste vergogne di tanto in tanto. Ma il presidente Bush ha anche dato il benvenuto a Nazarbayev alla Casa Bianca lo scorso dicembre, celebrando "l'alleanza strategica di lungo termine e la cooperazione fra le nostre nazioni", come i due leader si sono espressi in una dichiarazione congiunta.
Questo è il gioco d'equilibrio, attentamente calibrato e sfumato, di una superpotenza in guerra. Dall'interno di una prigione in Eritrea o in Kazakhstan, le sfumature possono essere difficili da apprezzare.

Fonte: International Eurasian Institute for Economic and Political Research

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