|
di Renzo Cianfanelli
4 dicembre 2002
Vestita
con un abito scollato di velluto color rosso cardinale, la
statuaria e bruna conduttrice della tv cecena sta leggendo il
notiziario diramato dal comando militare russo da uno stanzone
disadorno illuminato a malapena da quattro fioche lampadine
appese ai fili, che durante la messa in onda vengono
rafforzate dalla luce più violenta di un riflettore, collegato
a un generatore di emergenza prestato dall'esercito.
«Nella zona di operazioni del contingente unificato delle
truppe federali - recita la conduttrice - la situazione è
sotto controllo. Continua l'attività di formazioni armate
illegali, ma su livelli minimi anche a causa della coincidenza
con il Ramadan. Procedono i lavori di ricostruzione del teatro
di prosa di Grozny e le iniziative di supporto delle strutture
scolastiche locali. A Urus Martan, nella regione montuosa
verso sud, una scuola ha appena ricevuto la consegna di un
quantitativo di tubature di metallo confiscate alle
mini-raffinerie clandestine di petrolio».
Il nome della trasmissione è «Zjèrkalo», che vuol dire
specchio in russo. Presentata dalla Russia come un importante
passo verso la normalità, la ripresa dei programmi su tre
canali in russo e in ceceno, per 2 ore e 50 minuti di
trasmissioni quotidiane, è in effetti uno specchio deformato
che diffonde un campionario di notizie a senso unico, con il
fine di convincere gli spettatori che la pace è dietro
l'angolo e la guerra, a parte alcuni episodi circoscritti di
violenza, è quasi terminata.
In realtà, questo sforzo di «Telececenia», più che deformante,
risulta il più delle volte futile, dato che lo vedono in
pochi. In molte zone spesso manca la corrente. Quanti sono i
russi e i ceceni che in concreto guardano i programmi? Beslan
Khaladov, 41 anni, il direttore di etnìa cecena che con soli 8
dipendenti fa funzionare le tre reti, replica così: «Non ha
visto in che stato è Grozny? E' ovvio, in queste condizioni,
che non possiamo organizzare un Auditel. La copertura è
comunque superiore al 90% dell'intero territorio». E
l'opposizione cecena ha un suo spazio? «Quale opposizione?
Quelli sono banditi. Il pluralismo, in ogni caso, è garantito.
Noi non censuriamo. Trasmettiamo anche le critiche al Cremlino
messe in onda dalla Ort e dagli altri canali russi».
Nello studio improvvisato, che funziona da un complesso di
magazzini industriali confinante con un quartiere di palazzoni
popolari demoliti dalle bombe alla periferia di Grozny,
l'annunciatrice con il suo surreale vestito viola scollato
continua la lettura del telegiornale: «E' in corso la
distruzione sistematica di basi, depositi e campi di
addestramento di gruppi terroristici estremisti, formazioni
estremiste dedite al terrorismo. Nelle prime ore di oggi, in
prossimità del mercato centrale, sono stati ritrovati i
cadaveri di tre civili, uno dei quali decapitato. Rapiti anche
tre cittadini locali».
Per «Telececenia», come per l'amministrazione provvisoria
messa in piedi da Mosca, il fatto che di prima mattina nel
centro di Grozny tre persone vengano assassinate (una perfino
con la testa tagliata) e che altre tre vengano sequestrate
mentre stanno facendo la spesa, a quanto pare si deve
considerare un caso di banditismo comune. Lo stesso principio
della «realtà virtuale» si applica nel caso la scuola di
Urus-Martan, che tecnicamente è in funzione perché le è stata
consegnata una partita di vecchi tubi confiscati a una
raffineria clandestina.
Anche l'Istituto superiore del petrolio, una scuola fondata
nel 1920 per preparare i tecnici e sfruttare i notevoli
giacimenti di greggio esistenti in Cecenia, essendo diventato
un parcheggio di giovani che si riuniscono nell'edificio per
riscaldarsi, discutere, consumare dei pasti caldi e - di tanto
in tanto - ascoltare qualche insegnante o leggere un libro in
attesa di tempi migliori, sotto questo aspetto della realtà
virtuale, dal momento che i locali rimangono in piedi e sono
aperti a chiunque, sotto questo aspetto «funziona».
«Io sono venuto ieri sera in autobus da Vedenò, il paese di
Basayev che la Russia considera un terrorista», dice Saìd, un
ragazzo di 15 anni vestito completamente di nero che spera un
giorno di diventare ingegnere e, se possibile, di emigrare.
«Resterò qui almeno per qualche giorno. Nell'istituto di
solito c'è l'acqua calda e la luce. Possiamo parlare con i
compagni di scuola, mangiare qualche cosa, dormire da qualche
parte. Poi si vedrà. Adesso la situazione nel mio paese sembra
tranquilla. Chissà, forse la guerra è davvero finita e noi non
lo sappiamo».
Sul lato opposto della capitale distrutta, nel quartiere
Staropromoslovsky, dopo chilometri e chilometri di case
polverizzate e riempite di mine per impedire che vi si
annidino i guerriglieri, si arriva nella «zona industriale»,
virtuale anche questa, come la scuola per petrolieri diventata
un bivacco di ragazzi venuti a scaldarsi. Entriamo nel
complesso della Transmash, vecchio kombinat sovietico di
macchine da trasporto. In una fabbrica di trattori costruita
nel 1903 sotto l'era zarista si vede ancora uno sbiadito
murale sovietico, con una squadra di muscolosi operai che
guardano il sole e sorridono.
«Celavjèk slàvien trudòm!», «l'uomo si nobilita con il
lavoro!» proclama la scritta. Infatti. Nel 1903, spiega il
direttore, lo stabilimento di Grozny aveva 1025 occupati.
Oggi, con la «ricostruzione» avviata da Mosca, gli operai che
lavorano ancora, per un salario miserevole anche in Cecenia di
1500-3000 rubli mensili (da 50 a 100 euro), sono appena 90.
Forse qualcuno potrebbe riflettere su questa cifra, e magari
capire che «il terrorismo» cresce anche così.
Fonte: Corriere della Sera
|