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La televisione

Il governo filo-russo di Grozny ha voluto riaprire la tv nazionale come segno della normalità. Tre canali in russo e ceceno, 8 dipendenti, 2 ore e 50 minuti di programmazione quotidiana. La sede è in un ex magazzino.

Gli abitanti

Grande come la Campania, la Cecenia ha poco più di un milione di abitanti: 150 mila sono profughi nella vicina Inguscezia. Grozny aveva 400 mila abitanti prima della guerra, che ha fatto 120 mila vittime.

Le due guerre

Dicembre 1994: truppe russe attaccano la Cecenia indipendentista. Nel '96 Mosca è costretta a un armistizio e si ritira. Nel '99 Putin invia di nuovo l'esercito che occupa Grozny senza riuscire a sradicare la guerriglia.
 

Lo dice «Telececenia»: la guerra è finita
Negli studi della fatiscente tv di Grozny: tre reti, otto dipendenti, conduttrici scollate e tg filorussi

di Renzo Cianfanelli
4 dicembre 2002

Vestita con un abito scollato di velluto color rosso cardinale, la statuaria e bruna conduttrice della tv cecena sta leggendo il notiziario diramato dal comando militare russo da uno stanzone disadorno illuminato a malapena da quattro fioche lampadine appese ai fili, che durante la messa in onda vengono rafforzate dalla luce più violenta di un riflettore, collegato a un generatore di emergenza prestato dall'esercito.
«Nella zona di operazioni del contingente unificato delle truppe federali - recita la conduttrice - la situazione è sotto controllo. Continua l'attività di formazioni armate illegali, ma su livelli minimi anche a causa della coincidenza con il Ramadan. Procedono i lavori di ricostruzione del teatro di prosa di Grozny e le iniziative di supporto delle strutture scolastiche locali. A Urus Martan, nella regione montuosa verso sud, una scuola ha appena ricevuto la consegna di un quantitativo di tubature di metallo confiscate alle mini-raffinerie clandestine di petrolio».
Il nome della trasmissione è «Zjèrkalo», che vuol dire specchio in russo. Presentata dalla Russia come un importante passo verso la normalità, la ripresa dei programmi su tre canali in russo e in ceceno, per 2 ore e 50 minuti di trasmissioni quotidiane, è in effetti uno specchio deformato che diffonde un campionario di notizie a senso unico, con il fine di convincere gli spettatori che la pace è dietro l'angolo e la guerra, a parte alcuni episodi circoscritti di violenza, è quasi terminata.
In realtà, questo sforzo di «Telececenia», più che deformante, risulta il più delle volte futile, dato che lo vedono in pochi. In molte zone spesso manca la corrente. Quanti sono i russi e i ceceni che in concreto guardano i programmi? Beslan Khaladov, 41 anni, il direttore di etnìa cecena che con soli 8 dipendenti fa funzionare le tre reti, replica così: «Non ha visto in che stato è Grozny? E' ovvio, in queste condizioni, che non possiamo organizzare un Auditel. La copertura è comunque superiore al 90% dell'intero territorio». E l'opposizione cecena ha un suo spazio? «Quale opposizione? Quelli sono banditi. Il pluralismo, in ogni caso, è garantito. Noi non censuriamo. Trasmettiamo anche le critiche al Cremlino messe in onda dalla Ort e dagli altri canali russi».
Nello studio improvvisato, che funziona da un complesso di magazzini industriali confinante con un quartiere di palazzoni popolari demoliti dalle bombe alla periferia di Grozny, l'annunciatrice con il suo surreale vestito viola scollato continua la lettura del telegiornale: «E' in corso la distruzione sistematica di basi, depositi e campi di addestramento di gruppi terroristici estremisti, formazioni estremiste dedite al terrorismo. Nelle prime ore di oggi, in prossimità del mercato centrale, sono stati ritrovati i cadaveri di tre civili, uno dei quali decapitato. Rapiti anche tre cittadini locali».
Per «Telececenia», come per l'amministrazione provvisoria messa in piedi da Mosca, il fatto che di prima mattina nel centro di Grozny tre persone vengano assassinate (una perfino con la testa tagliata) e che altre tre vengano sequestrate mentre stanno facendo la spesa, a quanto pare si deve considerare un caso di banditismo comune. Lo stesso principio della «realtà virtuale» si applica nel caso la scuola di Urus-Martan, che tecnicamente è in funzione perché le è stata consegnata una partita di vecchi tubi confiscati a una raffineria clandestina.
Anche l'Istituto superiore del petrolio, una scuola fondata nel 1920 per preparare i tecnici e sfruttare i notevoli giacimenti di greggio esistenti in Cecenia, essendo diventato un parcheggio di giovani che si riuniscono nell'edificio per riscaldarsi, discutere, consumare dei pasti caldi e - di tanto in tanto - ascoltare qualche insegnante o leggere un libro in attesa di tempi migliori, sotto questo aspetto della realtà virtuale, dal momento che i locali rimangono in piedi e sono aperti a chiunque, sotto questo aspetto «funziona».
«Io sono venuto ieri sera in autobus da Vedenò, il paese di Basayev che la Russia considera un terrorista», dice Saìd, un ragazzo di 15 anni vestito completamente di nero che spera un giorno di diventare ingegnere e, se possibile, di emigrare. «Resterò qui almeno per qualche giorno. Nell'istituto di solito c'è l'acqua calda e la luce. Possiamo parlare con i compagni di scuola, mangiare qualche cosa, dormire da qualche parte. Poi si vedrà. Adesso la situazione nel mio paese sembra tranquilla. Chissà, forse la guerra è davvero finita e noi non lo sappiamo».
Sul lato opposto della capitale distrutta, nel quartiere Staropromoslovsky, dopo chilometri e chilometri di case polverizzate e riempite di mine per impedire che vi si annidino i guerriglieri, si arriva nella «zona industriale», virtuale anche questa, come la scuola per petrolieri diventata un bivacco di ragazzi venuti a scaldarsi. Entriamo nel complesso della Transmash, vecchio kombinat sovietico di macchine da trasporto. In una fabbrica di trattori costruita nel 1903 sotto l'era zarista si vede ancora uno sbiadito murale sovietico, con una squadra di muscolosi operai che guardano il sole e sorridono.
«Celavjèk slàvien trudòm!», «l'uomo si nobilita con il lavoro!» proclama la scritta. Infatti. Nel 1903, spiega il direttore, lo stabilimento di Grozny aveva 1025 occupati. Oggi, con la «ricostruzione» avviata da Mosca, gli operai che lavorano ancora, per un salario miserevole anche in Cecenia di 1500-3000 rubli mensili (da 50 a 100 euro), sono appena 90. Forse qualcuno potrebbe riflettere su questa cifra, e magari capire che «il terrorismo» cresce anche così.

 Fonte: Corriere della Sera

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