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«Rebeldía», la voce degli zapatisti. Ma non solo
Il direttore, Sergio Rodriguez Lascano, parla della nuova rivista del Fronte zapatista presentata anche a Roma Ribellione Un progetto ambizioso che parte dalle comunità indie del Chiapas, passa per la società civile messicana e vuole arrivare al movimento no-global mondiale

di Geraldina Colotti
9 dicembre 2002

Arriva dal Messico il mensile zapatista Rebeldia, Ribellione (www.revistarebeldia.org), diretto da Sergio Rodríguez Lascano e presentato alla Sapienza di Roma dagli studenti di scienze poliche e dall'associazione Ya Basta.
L'editoriale è di Marcos, che usa la metafora del seme e della mela per dire che ciascuno è libero di cogliere e cucinare a modo proprio i frutti di libertà sparsi dallo zapatismo. «Con questo spirito - dice il direttore Lascano -
 vogliamo fare della rivista uno strumento di dialogo con tutti coloro che lavorano al processo di riorganizzazione sociale e politica che si è avviato nel mondo, riversare le idee zapatiste nel dibattito teorico internazionale». Idee che vanno oltre la «questione indigena», e che muovono dall'analisi della globalizzazione capitalista , dai movimenti «per un altro mondo possibile», dal processo di militarizzazione e privatizzazione delle risorse nel nuovo ordine mondiale. Il paginone centrale pone infatti una domanda: la lotta zapatista è una lotta anticapitalista?
Intellettuali e personaggi del mondo politico internazionale che hanno interloquito con lo zapatismo sono invitati a discutere questioni di prospettiva. Rebeldia, organo ufficiale dell'Ezln? «No - dice il direttore - la rivista riflette 4 grandi settori dello zapatismo: l'Ezln, il pensiero del Frente zapatista, gli intellettuali che sostengono la nostra lotta, e l'entourage internazionale». Quanto lo zapatismo sia penetrato nella realtà politica alternativa messicana, lo spiega la storia del cinquantunenne direttore di Rebeldia. Ex sessantottino, figlio di comunisti, dagli anni settanta è stato militante di un partito trotksista che nel `94 - quando comparve l'Ezln - ha mandato a casa i propri deputati e si è sciolto
nel coordinamento che ha dato luogo al Frente, l'organizzazione legale. «Il nostro - ricorda Lascano - era diventato un partito corrotto dall'attività parlamentare e dalla storica attitudine del partito di governo a cooptare gli oppositori finanziandone le attività. Nella prossima campagna elettorale il governo darà 500 milioni di dollari per i partiti politici». Nel `95 il Fronte zapatista di liberazione nazionale eredita militanti dal Pc, dai gruppi maoisti, nazionalisti, trotskisti, dalle precedenti guerriglie urbane, ma accoglie anche «molti senza alcuna esperienza politica». Oggi ha sedi in 28 stati del Messico, un paese che di stati ne ha in tutto 32. I militanti effettivi sono 2000, ma intorno c'è una «vasta area di
sostegno operaia, contadina». Numerosi sono anche gli intellettuali, che per seguire gli incontri sulla questione indigena - avviati tra governo e Ezl nella località di San Andrés, e poi arenatisi prima del 2000 - hanno costituito un «gruppo di consiglieri». Per lo zapatismo «la politica è parte della cultura, non viceversa». Perciò, nella rivista, molto spazio è dedicato all'intervento del cantante rock spagnolo Angel Luis Lara, che riflette sul rapporto tra musica e movimento. «La musica - dice Lascano - parla ai giovani dei quartieri poveri, è un motore della rivolta. Allo zapatismo si rivolgono tantissimi giovani, che
lavorano delle grandi fabbriche messicane di assemblaggio o nelle campagne». Molti di questi, che nel `94 avevano tra i 10 e i 16 anni, «vivono l'idea del passamontagna e del fucile in modo romantico, ma Marcos non accetta più nessuno nell'Ezln, piuttosto invita a entrare nel Fronte, un'organizzazione civile, pacifica e cittadina». Una decisione resa pubblica all'indomani del `94. Racconta ancora Lascano: «Allora, durante lo scontro tra esercito ed Ezl che durò 10 giorni, un milione di persone a Città del Messico e milioni in altre città sono scesi in strada per chiedere al governo di cessare i bombardamenti della selva Lacandona. E Marcos disse alla società civile: voi ci avete sconfitto, perché ci state dicendo che c'è un'altra via da quella armata, ma è la sconfitta più dolce». E disse anche «che se si fosse arrivati a un accordo sulla questione indigena, avrebbero sciolto l'organizzazione armata per farla confluire in quella legale». Il Fronte sarebbe stato «l'aeroporto dove sarebbe atterrato l'Ezln, ma in verità - dice sorridendo il direttore di Rebeldia - il nostro aeroporto era molto piccolo e il loro aereo molto grande, e poi, dato che non c'è stato nessun accordo sulla legge indigena, niente è stato sciolto».
Ma sulla legge indigena Lascano tace, per rispetto al «silenzio delle comunità che stanno ancora discutendo». Esprime, però, preoccupazione per il rapporto del ministero dell'interno che pone 32 comunità fra i 34 punti più conflittuali. Il processo di riorganizzazione sociale delle comunità attraverso i municipi autonomi, ha obbligato il governo «a cercare altre strade per distruggerle». Una di queste è l'incremento delle fabbriche inquinanti nelle zone indigene. «Originariamente il progetto degli Usa era quello di creare la seconda frontiera, una specie di barriera di fabbriche per evitare che i contadini se ne andassero negli Stati uniti. Il progetto è falllito perché i contadini sono passati lo stesso, ma le mogli e i figli di chi è partito, sono entrati nelle fabbriche di jeans, le cui tinture mandano nei fiumi veleni multicolori». Perciò i contadini abbandonano l'agricoltura, e il trattato del libero commercio, che ha costretto il Messico, principale paese produttore di mais, ad importarlo, potrebbe trovare campo
libero. Potrebbe.

fonte: il Manifesto

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