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di Luka
Celada
15 ottobre 2002
Dopo
il silenzio, Hollywood trova la sua voce. La mobilitazione per
la giornata internazionale dei dirittti umani martedì in Usa
ha visto proteste pacifiste e azioni di disobbidienza civile
contro l'annunciato intervento in Iraq che hanno prodotto
cento arresti in diversi stati. Fra le espressioni di
opposizione civile, la petizione presentata in una conferenza
stampa al Les Deux Cafes, un ritrovo della mondanità
hollywoodiana su Hollywood boulevard, ha riaperto una
questione, quella dell'attivismo politico e l'obiezione di
coscienza, tradizionalmente spinosa in un mondo così
ossessionato dalla gestione dell'immagine pubblica da
ricordare episodi come il viaggio di Jane Fonda ad Hanoi nel
1972 soprattutto come una catastrofe di public relations,
da evitare a tutti i costi. La lettera aperta redatta da Mike
Farrell attore e attivista celebre per l'interpretazione della
versione televisiva di Mash, presentata da Martin Sheen
e firmata da oltre cento personalità di Hollywood - fra cui
Kim Basinger, Jessica Lange, Laurence Fishburne, Anjelica
Huston, Helen Hunt, Susan Sarandon, Olympia Dukakis, Matt
Damon, Ethan Hawke, Jonathan Demme, Uma Thurman, Elliot Gould,
Samuel L. Jackson, David Duchovny (X-Files) e Mia
Farrow - è quindi importante per la volontà di esporsi in un
tentativo di spezzare la logica dell'inevitabilità della
guerra propugnata dall'amministrazione Bush. E, come ha
spiegato Farrell, contribuisce a ridare legittimità al diritto
di dissenso annientato dalla retorica prevaricante di Bush,
Rumsfeld, Rice e compagnia che equipara l'opposizione alla
guerra a un atto di alto tradimento.
Nel testo firmato col nome di «Artists United to Win Without
War» si legge: «Siamo americani patriottici convinti
dell'importanza di evitare che Saddam Hussein disponga di armi
di distruzione di massa e per questo appoggiamo rigorose
ispezioni da parte delle Nazioni unite per assicurare il
disarmo dell'Iraq. Ma una invasione militare preventiva
danneggerebbe gli interessi nazionali americani. Una tale
guerra non farebbe che aumentare la sofferenza umana, generare
ulteriore animosità nei confronti del nostro paese, aumentare
la probabilità di rappresaglie terroriste, danneggiare
ulteriormente l'economia e incrinare la nostra autorità morale
nel mondo».
Parole scelte attentamente per distinguere fra la lotta al
terrorismo e la «Guerra totale» e aprire un varco
nell'imperante escalation retorica gestita con efficacia dalla
Casa bianca per paralizzare l'opposizione democratica nelle
scorse elezioni e ora per una campagna indirizzata ai media, e
che ha prodotto già una mobilitazione generale della stampa,
come ha dimostrato il blitz pubblicitario dell'addestramento
militare dei giornalisti in previsione della prossima partenza
per il fronte organizzato dal Pentagono la scorsa settimana.
I redattori del documento presentato martedì si aspettavano al
massimo 15-20 adesioni, mentre invece le firme hanno presto
superato le cento, continuando ad arrivare fino alla tarda
serata di lunedì a favore della soluzione «diplomatica e
legale» della crisi e contro la retorica «infiammatoria e non
necessaria» di Washington. Ci sono, tra gli altri, Tony
Shalhoub (della serie tv Abc Monk), Gillian Anderson (X-Files);
Lily Tomlin; Carl Reiner; Janel Monoley e Bradley Whitford (The
West Wing), Marg Helgenberger e Robert David Hall (della
serie Cbs Crime scene Investigation), Don
Cheadle (Ocean's Eleven); Ed Begley jr., Alfred Woodard;
Michae Stipe, Peter Buck e Mike Mills dei R.e.m. e i musicisti
Peter Yarrow e Bonnie Raitt...
La lettera ha dei precedenti. Già nel giugno scorso un gruppo
di intellettuali e artisti fra cui Noam Chomsky, Laurie
Anderson e Gloria Steinem aveva firmato un documento simile di
dissociazione dalla politica della Casa bianca. E
successivamente, in ottobre, un appello per la pace era
apparso sul New York Times e il Los Angeles Times
firmato tra gli altri da Robert Altmen, Oliver Stone e Terry
Gilliam. La stessa posizione era stata assunta dall'attore
Sean Penn, che aveva acquistato un inserzione a tutta pagina
(costata 56.000 dollari) sul Washington Post del 17
ottobre in cui esortava il presidente a risparmiare
all'America «l'orrore e la vergogna» di un attacco preventivo.
Hollywood sembra dunque aver ritrovato una voce che tiene fede
alla tradizione liberal, e anche la misura di una sua
leadership, nel darsi come immagine, per amplificare il
nascente movimento pacifista dopo il contraccolpo seguito
all'11 settembre. Come in ampi settori intellettuali americani
nei mesi successive all'attacco, il fronte del cinema si era
chiuso contro ogni critica. Anche irreprensibili liberal come
Robert Redford si erano trincerati dietro l'appoggio alla
lotta al terrorismo mentre gli Studios producevano un'ondata
revisionista di film celebratori su Vietnam, Bosnia e Somalia.
Un'impressionante hard line di celluloide per accompagnare le
bandierine a stelle e strisce che fiorivano su ogni antenna
d'automobile. Il silenzio ha facilitato l'estensione e la
metamorfosi della guerra ad Osama bin Laden e all'Afghanistan
nella guerra totale e preventiva all'Iraq. Fino a qualche
settimana fa personalità del calibro di Steven Spielberg
preferivano deferire ogni giudizio affermando diplomaticamente
di «non avere gli elementi per poter giudicare Bush» salvo poi
negare un esplicito appoggio alla guerra.
Daltronde è facile sottovalutare la sensibilità di
un'industria su cui aleggia tuttora il fantasma del
maccartismo e delle ferite mai rimarginate aperte da quell'attacco
politico. Senza risalire a tanto, ricordiamo l'ostracismo nei
confronti di Jane Fonda «traditrice» e schieratacon il «nemico
nordvietnamita». E il veleno versato su Alec Baldwin e Kim
Basinger: la coppia di attori fu minacciata di morte durante
la campagna del 2000 per aver affermato di preferire l'esilio
a un'America in mano a Bush. Episodi che sono stati tutti
efficaci deterrenti contro il dissenso.
Nelle ultime settimane, con la radicalizzazione della retorica
bellica di Bush, le cose sono cominciate a cambiare. Dopo le
grandi manifestazioni pacifiste di ottobre, ad esempio,
Stanley Sheinbaum, celebre addetto alla raccolta di fondi del
partito democratico, ha organizzato un incontro a Hollywood
fra Scott Ritter, l'ex marine ispettore in Iraq e una
cinquantina di personalità locali fra cui Warren Beatty, Gary
Hart e Tom Hayden. Secondo quest'ultimo - già senatore
californiano nonché leader del movimento studentesco contro la
Guerra del Vietnam - il maggiore problema del movimento è
quello della visibilità poiché in numeri effettivi è già più
consistente dell'opposizione all'intervento in Vietnam al suo
avvio. Dopo le ultime elezioni vergognosamente perse dai
democratici paralizzati dai tamburi di guerra di Bush, il
sentimento è che davanti alla capitolazione dell'opposizione
parlamentare sia giunto il momento di «agire civilmente
secondo coscienza» come ha scritto Arianna Huffington a cui ha
fatto eco Barbra Streisand in una indignata lettera al leader
demovratico Dick Gephart. Fra le voci più incisive c'è quella
dell'attore Woody Harrelson che in un articolo per il
Guardian di Londra il 17 ottobre affermava «Sono un padre
e non c'èpropaganda che mi convinca della necessità
inevitabile di uccidere mezzo milione di bambini». L'attore
accusava quindi l'amministrazione Bush di essersi
«impossessata» del dolore della nazione per una guerra
perpetua contro «qualunque paese non bianco che scelgono di
definire terrorista». Attraverso la polarizzazione del
dibattito, la campagna d'opinione di Bush ha avuto
l'obbiettivo principale di estendere senza soluzione di
continuità la lotta contro bin Laden a quella totale e
preventiva contro l'Iraq.
Peter Bart, polemico direttore di Variety, organo
ufficiale di Hollywood, ha affermato in un recente corsivo
sulla crescente opposizone: «Hollywood preferisce le trame
chiare e si innervosisce quando ci sono troppe ristesure
all'ultimo minuto. Specialmente quando nell'ultimo atto
improvvisamente cambia il cattivo»
fonte: il
Manifesto
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