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di
Benedetto Vecchi
8
gennaio 2003
Il
web in società. I movimenti sociali nascono sempre più attorno
all'affermazione di identità autonome da quelle dominanti e si
diffondono grazie alle tecnologie digitali. Ma il personal
computer ha consentito anche l'ascesa e la crisi delle imprese
dot-com. Un'intervista con Manuel Castells (nella foto) a
partire dalla pubblicazione de «Il potere delle identità» e
«Internet Galaxy».
La crisi della «new economy» mentre soffiano i venti di
guerra. E l'opposizione alla globalizzazione economica sceglie
Internet come lo spazio sociale per organizzarsi
La sua
vita ha il sapore dolce amaro dello sradicamento. Spagnolo,
Manuel Castells ha lasciato il suo paese a causa del giro di
vite deciso da Franco alla metà degli anni Settanta per
mettere in riga quella società spagnola sulla quale il
Generalissimo aveva fatto calare una cappa di piombo che
negava libertà a colpi di carcere, guardia civil e
garrota. Giunto in Francia Castells è entrato a far parte di
quella piccola, ma ostinata comunità intellettuale riunita
attorno ad Alain Touraine dopo il Maggio francese. Ma quella
francese è stata una parentesi. Rifatte le valigie, Castells
si trasferisce nuovamente, questa volta per libera scelta:
destinazione gli Stati uniti, più precisamente la costa
occidentale. Ed è alla Stanford University che comincia a
insegnare, iniziando al tempo stesso a raccogliere materiali
per The Age of Information, la trilogia che lo farà
conoscere in tutto il mondo. Uscita alla metà degli anni
Novanta, la trilogia di Castells è frutto dei suoi studi,
inchieste e del suo lungo girovagare per il mondo. La sua
vocazione cosmopolita emerge sopratutto nel secondo volume da
poco tradotto dalla casa editrice Egea di Milano con il titolo
Potere dell'identità (pp. 463, € 34,50, il primo volume
è invece uscito lo scorso anno sempre per la stessa casa
editrice) e nel testo Internet Galaxy pubblicato dalla
Feltrinelli (pp. 312, € 16). Due libri che affrontano temi per
Castells complementari l'uno all'altro. Da una parte c'è il
nodo dell'identità nelle società del capitalismo flessibile,
dall'altra lo «spazio sociale», cioè Internet, dove il
caleidoscopio dell'identità ha il suo acme. Ma se il primo
tema, quello delle identità appunto, è per l'autore una
risorsa per la trasformazione da parte dei movimenti sociali,
in quanto «processo sociale di costruzione di significati e di
attributi culturali ai propri comportamenti a cui è assegnato
una priorità maggiore rispetto ad altri fonti di significato»,
Internet diventa invece il luogo dove le sue tesi sulle
caratteristiche dell'attuale capitalismo sono messe a
verifica. Per intervistarlo ci vuole un pizzico di pazienza e
tanta fortuna, perché continuamente diviso tra una conferenza
all'Onu, l'insegnamento a Stanford e il ciclo di lezioni a
Barcellona. E l'intervista è stata condotta proprio nei giorni
in cui Castells chiudeva la sua casa californiana per
trasferirsi per sei mesi a Barcellona, complice la grande rete
che sembra annullare lo spazio.
Nel suo libro «Internet Galaxy» lei si dilunga sulle
diverse culture presenti nel web. Dagli hacker agli
imprenditori, tutti concorrono alla crescita della rete.
Eppure è indubbio che la new economy sia in crisi. Molti
«opinion maker» vedono in questa crisi una rivincita della
«old economy» sulle imprese dot-com. Concorda con questa
analisi?
Non del tutto. Uno degli elementi della «new economy» è
l'elevata produttività, produttività che negli Stati uniti è
cresciuta del 5 per cento, nonostante la recessione che ha
contraddistinto l'economia statunitense lo scorso anno. Ma
questo fattore mette in evidenza il fatto che la new
economy costringe a ripensare e a analizzare criticamente
le diverse teorie del ciclo economico. Infatti, in passato,
quando la recessione bussava alle porte la produttività
diminuiva per poi riprendere lentamente. Ora avviene il
contrario: c'è recessione, ma la produttività continua a
crescere a ritmi abbastanza sostenuti. In Internet Galaxy
ho cercato di spiegare i motivi che hanno causato la crisi
della new economy. Va però subito chiarito che con
questa espressione si intendono molte cose, spesso
contrastanti l'una con l'altra. E tuttavia, gran parte degli
studiosi, e io con loro, concorda sui due elementi che l'hanno
caratterizzata: l'aumento della produttività e venture
capitalists disposti ad investire in idee e innovazione.
La prima è dovuta alla diffusione del personal computer e
degli emergenti modelli produttivi riassunti nella formula
«impresa a rete», mentre il capitale di rischio veniva dalla
crescita della finanza, che possiamo considerare il motore
della new economy. Gli imprenditori, i finanzieri, chi
giocava in borsa, tutti si aspettavano profitti sempre
crescenti. Tutto è andato bene fino a quando sono cominciate a
girare voci e analisi che prevedevano imminente lo scoppio
della bolla speculativa. A quel punto tutti hanno avuto paura
e alle aspettative di profitti si è sostituita la sfiducia. Da
allora, il valore delle azioni delle imprese dot-com sono
crollate e le grandi corporation delle telecomunicazioni hanno
cominciato a licenziare. Come ha scritto l'economista
americano Michael Mandel siamo quindi entrati nella fase dell'internet
depression. Bene, quel clima di sfiducia è stato aggravato
da una generale incertezza politica che scoraggia gli
investimenti in innovazione. Ciò detto, mi preme sottolineare
il fatto che Internet, a differenza di quanto sostengono molti
studiosi, non è un solo «fenomeno economico», bensì è
soprattutto uno spazio sociale che favorisce la comunicazione.
Un fattore, questo, molto importante perché spiega gran parte
delle difficoltà di trasformare un «medium libero» come è
Internet in un servizio a pagamento.
Nella sua trilogia sull'«Età dell'informazione» emergono
diversi modelli di capitalismo. C'è quello statunitense,
quello renano, quello italiano, quello giapponese, tailandese,
e così via. Mi sembra però che allo stato attuale quello
anglosassone sia il modello dominante. Lei cosa ne pensa?
Se la sua domanda intendeva dire che le forze armate
britanniche o statunitensi sono gli eserciti più potenti nel
mondo sono d'accordo, ma se voleva sostenere che il
capitalismo americano domina l'economia mondiale non sono
proprio d'accordo. Le diverse tipologie di capitalismo che lei
cita non sono mie, ma dell'economista americano Lester Turow.
Certo anche io nei miei studi metto in evidenza le differenze
tra il modello capitalista americano e quello europeo o
giapponese. Ma ciò dipende dal fatto che c'è una differenza
tra capitalismo e società. Le società infatti esistevano prima
del capitalismo e alcune loro caratteristiche sono rimaste.
Inoltre, l'economia globale è dominata dai mercati finanziari
mondiali e dalle imprese transnazionali e non da questa o
quella nazione. Possiamo dunque dire che le reti di imprese
piuttosto che i paesi sono da considerare le strutture del
dominio, così come possiamo rintracciare nella struttura
reticolare dei rapporti sociali le forme di resistenza a tale
dominio. Nel primo volume della trilogia, La nascita della
società in rete, ho sostenuto che l'attuale capitalismo è
caratterizzato da un paradigma specifico, l'informazionalismo,
che non è niente altro che la centralità dell'informazione,
della conoscenza e dell'innovazione nel capitalismo. In fondo,
computer oltre che a far di conto, consente di comunicare e
questa caratteristica è trasversale a tutti i settori
produttivi.
Per tornare alla sua domanda, non ritengo quindi che si stia
affermando un modello anglosassone di capitalismo. L'epoca
turbolenta che stiamo vivendo ha a che fare con questo salto
di paradigma che vede affermarsi l'informazionalismo.
Tanto su «Internet Galaxy» che nel «Potere delle identità»
il world wide web è il luogo dove il caleidoscopio delle
identità svolge un ruolo dirompente. Mi sembra, però, che il
discorso sulle identità sia caratterizzato da una forte
ambivalenza. Da una parte è un campo di possibilità di
emancipazione, basti pensare ai temi portati avanti dai
movimenti degli afroamericani, delle donne, dei gay, delle
lesbiche. Dall'altra parte mostra però il lato oscuro, quello
del fondamentalismo. Insomma, dalla sua analisi si può dedurre
che i movimenti sociali debbano navigare tra Scilla e Cariddi,
cioè tra emancipazione e populismo reazionario. E' d'accordo
su questa analisi? Inoltre, mi sembra che l'identità più che
un concetto indichi un processo sociale: non sarebbe quindi
più appropriato parlar di forme di vita piuttosto che di
identità collettive?
Si, nel cyberspazio possiamo trovare le identità in tutti i
formati possibili. Ma con una avvertenza: su Internet si
esprimono tutte le identità che esistono nella società. Così,
nei forum di discussione sul web coesistono i cristiani
fondamentalisti, cioè una forma specifica di stile di vita
inquisitorio, con la teologia della liberazione. Gli esempi
sono infiniti, ma ciò che mi interessa sottolineare è che
nella network society il tema dell'identità è
essenziale per comprendere i comportamenti degli attori
sociali. Ne il Potere dell'identità definisco
precisamente cosa intendo per identità e nel quale sono
documentati molti case studies sulle dinamiche sociali
legate all'identità, che possono essere di diversi tipi:
quella di resistenza, quella che punta alla legittimità,
quella legata a un progetto di vita, e così via. Possono
apparire definizioni poco chiare, ma se guardiamo l'identità
dalla prospettiva degli attori sociali tutto diventa più
chiaro. Infatti, sono gli attori sociali che definiscono
l'identità come un processo sociale di costruzione di
significati e di attributi culturali ai propri comportamenti a
cui è assegnato una priorità maggiore rispetto ad altri fonti
di significato. Non sono quindi d'accordo con lei che
l'identità sia un concetto vago. Infatti, per un indio del
Chiapas è chiaro cosa significa la difesa della sua identità:
che è un modo di vivere, di guardare alla natura, di intendere
i rapporti tra gli uomini e tra questi e le donne. Infine, è
una forte spinta alla trasformazione come testimoniano gli
attuali movimenti sociali.
Molti studiosi sostengono che la cosiddetta globalizzazione
economica sia un processo inarrestabile. Eppure da alcuni anni
c'è, a livello mondiale, un forte movimento di contestazione
del «Washington consensus». Un movimento che guarda alla
tematica dell'identità con qualche diffidenza. O più
precisamente che vede l'identità come un problema più che la
soluzione ai processi di trasformazione che vediamo in atto
nel mondo. Qual è la sua analisi sul movimento
antiglobalizzazione?
Non credo che la globalizzazione sia un processo
inarrestabile. O meglio: che c'è una legge non scritta nelle
società: ovunque c'è un dominio c'è anche resistenza a quel
dominio. Nei miei libri ho scritto a lungo di ciò che ritengo
possa essere considerato «l'altra faccia del pianeta». Mi
riferisco al movimento contro la globalizzazione basato su
valori e identità autonome da quelle dominanti. E' un
movimento che ha avuto inizio con la rivolta zapatista e che
poi abbiamo visto all'opera in tante occasioni e con modalità
molto differenti da paese a paese, da situazione a situazione.
Così, se ci troviamo di fronte a un processo di
globalizzazione capitalista che coinvolge e include tutte le
economie del pianeta, allo stesso tempo ci troviamo di fronte
a una rete globale di movimenti contro la globalizzazione
economiche: sono cioè due aspetti della stessa realtà.
Nella sua ricostruzione della nascita e dello sviluppo di
Internet, lei sottolinea che l'impulso alla «nascita» della
rete sia venuto dal complesso militare-industriale. Tuttavia,
se la sua genesi è segnata dal Pentagono, la crescita del web
può essere considerata come un lungo congedo dall'influenza
che potevano esercitare i militari. Infatti, lei sostiene, a
ragione, che il tratto distintivo della rete è la
rivendicazione dell'autonomia del web dal potere economico.
Questo spiega anche la forte opposizione al diritto d'autore.
Come giudica il movimento dell'open source e del «free
software»?
Io sono convinto, come d'altronde sostengono molti storici o
esegeti del World wide web, che l'impulso iniziale ad Internet
sia venuto dai militari del Pentagono. I finanziamenti del
ministero della difesa statunitense sono stati indispensabili
per avviare i progetti di ricerca che successivamente hanno
portato ad Internet. E tuttavia i militari sono stati
«discreti», non hanno cioè fatto pressioni sui ricercatori
impegnati nei progetti da loro finanziati. Per questo, sarebbe
errato considerare Internet come il risultato di un programma
di armamenti. Il ministero della difesa americano era convinto
che per essere superiori militarmente gli Stati uniti
dovessero essere superiori tecnologicamente ed è per questo
motivo che hanno investito milioni di dollari nei progetti di
sviluppo della computer science. Possiamo dire che hanno agito
con il senso della prospettiva storica. Infatti, ora che le
forze armate americane si stanno trasformando in una «rete
militare» capace di fronteggiare scenari di guerra che
richiedono flessibilità e adattabilità delle truppe impegnate
i computer sono essenziali per elaborare informazioni di
intelligence o per decodificare le informazioni del nemico. E'
quindi abbastanza ovvio affermare che la superiorità
tecnologica degli Usa si è tradotta in una superiorità
militare.
Quindi, piuttosto che parlare di lungo congedo dal Pentagono,
preferisco riconoscere il ruolo determinante degli
investimenti del Ministero della difesa americano nello
sviluppo della computer science e di Internet e al tempo
stesso sottolineare l'«autonomia operativa» dei ricercatori
scientifici e della loro tendenza alla reciprocità e alla
cooperazione tra eguali, che è da sempre stata una
caratteristica della comunità scientifica. Ma su Internet è
però accaduta anche un'altra cosa molto importante: è venuta
meno la distinzione tra specialista e utente. Tutti infatti in
rete possono dire la loro e ciò che ogni singolo esprime ha
uguale peso di un altro. Questo non significa che non emergano
figure carismatiche o delle autorità o delle gerarchie, ma
generalmente il metro di giudizio usato è quello
meritocratico. Aver scritto un buon programma, aver sviluppato
un'idea radicalmente innovativa, dire qualcosa che riflette il
sentire comune: questo è ciò che conta nel Web. Il ricercatore
Pekka Himanen ha scritto dell'emergere di un'etica hacker del
capitalismo. Concordo con lui. Per quanto riguarda l'open
source e il free software sono delle realtà molto
interessanti, perché attingono proprio a quello «spirito
cooperativo» alla base di Internet.
Nella sua analisi sull'«era dell'informazione» la guerra
sembra appartenere al recente passato. Ma dalla guerra del
Golfo all'Afghanistan, sembra drammaticamente tornata in auge.
Lei che ne pensa dei venti di guerra che soffiano nel pianeta?
Se lei si riferisce alle guerre così come le abbiamo
conosciute nel Novecento potrei concordare con lei, ma nei
miei studi sono stato molto attento ai nuovi tipi di guerra
che io ho chiamato «instant war», cioè guerre mordi e fuggi
combattute con tecnologie molto sofisticate per diminuire i
tempi bellici e minimizzare le perdite. Allo stesso tempo e
all'opposto esistono guerre tra poveri che durano anni e anni.
Stiamo entrando in un periodo che potremmo definire di «guerre
in rete», nelle quali le reti degli agenti globali del terrore
usano strumenti high-tech dove gli atti bellici sono compressi
nel tempo, mentre i risultati di quegli atti durano negli anni
e mutano le nostre vite. Penso che ci troviamo di fronte al
crudele paradosso che la più grande e profonda rivoluzione
tecnologica incentrata sulla creatività e sulla libertà di
comunicare sta subendo una mutazione perché è sempre più
imbrigliata da una mentalità poliziesca e da una ossessione
per la sicurezza. Allo stesso tempo quelle stesse tecnologie
sono sempre più usate per produrre armi di distruzione di
massa.
Da questo punto di vista, potremmo provocatoriamente affermare
che i terroristi hanno già vinto una battaglia culturale,
rendendo possibile un supporto popolare ai vari Berlusconi
presenti nel mondo. Ma come affermavo prima, c'è sempre una
resistenza alle forme del dominio. In questo caso c'è
resistenza a questa mentalità poliziesca e a questa
manipolazione del sentimento di insicurezza. Non è una cosa
facile, ma la vita e la creatività l'avranno vinta. E Internet
può aiutarci in questa resistenza. Per questo motivo molti
governi, dalla Cina a quello di Roma, ultimamente sono
spaventati da Internet.
Fonte: il
Manifesto
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