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Quante divisioni ha Murdoch?
Centosettantacinque testate a favore della guerra. Dalla Gran Bretagna alla Nuova Zelanda, i giornali del magnate australiano vanno all'attacco

di Antonello Catacchio
22 febbraio 2003

La sortita di The Sun è inedita e clamorosa. Ma riflette pienamente l'opinione di Rupert Murdoch. Come si evince, per esempio, dalla lunga intervista al magnate pubblicata la scorsa settimana dall'australiano The Bulletin. Un gesto signorile da parte dell'uomo che possiede qualcosa come 175 testate giornalistiche sparse in tre continenti, per diverse decine di milioni di copie vendute: The Bulletin non appartiene alla News Corp, la società di Murdoch. L'intervistatore, Max Walsh, sollecita Rupert su diversi argomenti, a partire dall'Iraq. «Oh, credo che Bush abbia certamente ragione» esordisce Murdoch «non possiamo tornare indietro adesso lasciando l'intero Medio Oriente nella mani di Saddam, e penso che Bush stia agendo con grande moralità e correttezza, e che andrà sino in fondo. Il fatto è che buona parte del mondo non può accettare l'idea che l'America sia l'unica superpotenza». Nulla di nuovo, se non la conferma di un'unità d'intenti strettissima tra Bush e Murdoch, che consolida un rapporto di vecchia data, fatta di collaboratori comuni e di reciproco sostegno. Al magnate viene chiesto cosa succederà dopo. «Non sono così addentro da sapere cosa stiano pianificando» si schermisce Murdoch, quasi volendo chiarire di non essere nello staff della Casa Bianca «certamente vorranno ristabilire un regime democratico il più rapidamente possibile per andarsene al più presto. Si tratta di una questione che riguarda la gestione dell'Iraq restituito al suo popolo, sotto un governo responsabile. Sono sicuro che questo sia il progetto della faccenda, il quadro della questione. Non saprei. La cosa più grande che potrebbe scaturire da questa situazione per l'economia mondiale, se vogliamo metterla in questo modo, potrebbe essere il barile di petrolio a 20 dollari. Questo sarebbe molto di più di qualsiasi riduzione delle tasse in qualsiasi paese». Non c'è che dire Murdoch è lucido e la sa lunghissima. Oltretutto non deve dissimulare più di tanto rispetto alla questione petrolifera, se vogliamo metterla in questo modo. Nell'intervista poi tesse nuovamente le lodi di Bush che avrebbe conquistato il rispetto degli oppositori come «uomo di grande carattere e profonda umiltà». Anche Tony Blair ottiene le sue medagliette «per essere stato estremamente coraggioso e forte».

L'intervista a Murdoch ha suscitato l'interesse di The Guardian che nel riprenderla ha voluto focalizzare l'attenzione su un aspetto particolare: quelle 175 testate, con 175 direttori, che «stanno tutti cantando lo stesso inno» scrive Roy Greenslade. «Alcuni sono bellicosi baritoni solisti cui piace la battaglia. Altri preferiscono avere nel coro un ruolo meno acuto, seppure più sottile. Ma nessuno, sia fortissimo che pianissimo, ha avuto il coraggio di canticchiare un brano pacifista.».

Effettivamente, che si trattasse di tabloid o di giornali più prestigiosi, tutti sono allineati come un piccolo esercito che sta già combattendo la guerra sul proprio fronte. Il New York Post, l'unico tabloid statunitense del gruppo, alterna articoli di elogio sperticato a Bush e Powell, con attacchi che tendono a ridicolizzare in ogni modo i pacifisti. Ma ce n'è anche per i subdoli francesi (e affini) che nonostante abbiano visto gli americani morire per liberare l'Europa da Hitler si rifiutano di combattere l'Hitler contemporaneo incarnato da Saddam. Anche in Inghilterra, prima della sortita di ieri in lingua francese, The Sun aveva già etichettato come «the three stooges» Chirac, Schroeder e la nullità belga, colpevoli di avere forti dubbi sulla guerra. Ma in Gran Bretagna la News Corp possiede anche il quotidiano The Times, considerato prestigioso rispetto al tabloid The Sun che, si sa, le spara un po' grosse. L'autorevole quotidiano però non sembra avere scrupoli nell'attaccare frontalmente la Francia, accusata di essere condotta dal suo leader in un cul de sac dove rimarrà «in un poco splendido isolamento nell'anticamera dei perdenti della storia».

E l'Australia, terra d'origine delle fortune di Murdoch? Non fa eccezione, nonostante i sondaggi parlino di un 39% di contrari comunque alla guerra e di un 76% che si oppone alla guerra a meno che non ci sia una completa adesione a livello internazionale. I giornali locali di Sydney, Melbourne, Brisbane, Perth e Adelaide sono impegnati a magnificare l'iniziativa del primo ministro John Howard che ha già inviato le sue truppe in Medio Oriente accanto a quelle statunitensi, mentre il capo dell'opposizione Simon Crean deve accontentarsi di essere accusato di «opportunismo politico».

In Nuova Zelanda il governo sta cercando di mantenere una posizione neutrale, a fronte di un'opinione pubblica decisamente pacifista. Quindi la posizione del Wellington Dominion Post assume connotazioni più moderate, ma sempre tese all'interventismo, del tipo «chi dubita deve almeno saperci dire fino a quando si vuole lasciare che Saddam faccia i suoi giochetti dilatori». La panoramica mondiale delle testate del gruppo si chiude con il Papua New Guinea Courier Mail. Una cosetta da poco, 28mila copie. E lì, finalmente, si può leggere un intervento pacifista. Non è di un giornalista ma di un lettore. Fatto che non impedisce a Roy Greenslade di scrivere «una ventata d'aria fresca confrontata con le grida di guerra che contraddistinguono il resto della stampa di Murdoch».

Fonte: il Manifesto

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