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USA: La Casa Bianca licenzia il testo finale del piano per la sicurezza del cyberspazio

24.02.03 - Se ne è parlato molto negli ultimi mesi, moltissimo nelle ultime due settimane e alla fine è arrivato nella sua stesura definitiva. La Casa Bianca ha licenziato il testo finale del piano per la sicurezza del cyberspazio. (Il documento di 76 pagine si può scaricare, in formato pdf, dal sito della White House). Chi pensa sia un programma di sicurezza legato al solo "spazio" virtuale americano si sbaglia di grosso. Il programma, a termine, verrà esportato in tutto il mondo grazie all'intervento del governo degli Stati Uniti e delle aziende americane del settore, che avranno il compito di convincere e aiutare gli altri Stati a implementare questo programma all'interno dei loro sistemi e infrastrutture. La "National strategy to Secure Cyberspace" sottolinea la necessità di proteggere le reti informatiche che assicurano funzioni vitali, come la fornitura di elettricità, le reti di trasporti, i servizi bancari, le reti di telecomunicazione, la sanità pubblica, i servizi di soccorso immediato, le reti idriche e le industrie chimiche, della difesa, alimentari e dell'agricoltura. Queste ultime sono oggetto di un piano a parte, chiamato "The National strategy for The Physical Protection of Critical Infrastructures and Key Assets". In questo modo, l'amministrazione Bush si riserva un controllo su ogni aspetto vitale del paese e si prepara, complice la sicurezza del cyberspazio, a controllare tutto l'Internet del mondo. Adesso, toccherà all'Europa decidere se difendere il proprio spazio virtuale dai "controlli" dell'unica superpotenza rimasta, in un ambito dove i confini non esistono ed è facile superarli.  

 

I giornalisti accompagneranno le truppe USA

di Ralph Blumenthal e Jim Rutemberg

traduzione di Nello Margiotta per associazione Peacelink

febbraio 2003

Per la prima volta dalla 2° guerra mondiale e su una scala mai vista prima per l'esercito americano, saranno assegnati al seguito di unità di combattimento e di supporto, giornalisti che copriranno tutti gli  attacchi USA in Iraq e li accompagneranno per tutto il conflitto.
La mobilitazione dei media, che richiederà un vasto piano logistico, coinvolgerà almeno 500 tra cronisti, fotografi e membri di troupes televisive, di cui almeno 100 di televisioni straniere ed internazionali, inclusa la tv araba Al Jazeera.
Questo promette di offrire al pubblico americano e mondiale un posto in  prima fila per la guerra che potrebbe iniziare entro poche settimane. Crescono anche nuove e complesse domande sulle regole  giornalistiche di ingaggio, come per esempio come evitare che qualcuno tornando a casa non abbia dalla TV la prima notifica che un suo parente sia stato ferito o ucciso.
Un altro problema sarà come mantenere un segreto militare con un esercito di  giornalisti ben forniti di strumenti elettronici. Dice Eason Jordan, direttore esecutivo della CNN. "L'esercito non vorrà certo  avere una copertura televisiva in diretta di un convoglio di mezzi che si muova sull'autostrada Bassora- Baghdad e che potrebbe rivelare agli iracheni  dove questi mezzi si trovino".
In accordo con una bozza di documento del Pentagono, alcune di queste regole giornalistiche di ingaggio prevedono che non possano essere effettuate riprese in diretta senza l'autorizzazione dell'ufficiale  in capo.
Ci saranno forti restrizioni su qualunque pezzo giornalistico riguardante operazioni da effettuare od operazioni ritardate o soppresse. La data il luogo e l'ora di un'azione militare cosi come i risultati di  una missione potranno essere descritti sono in termini generali. Altre regole di base devono ancora essere compilate.
Sia il  Pentagono che i direttori di giornali hanno dato il benvenuto all'iniziativa. Ciò rappresenta un brusco cambio di direzione rispetto alle  politiche restrittive sulle informazioni che il Pentagono ha mantenuto dai tempi della guerra nel Vietnam, che rispecchiavano la  visione di molti comandanti del pericolo psicologico rappresentato dal mandare immagini di guerra direttamente nei salotti degli americani. Per esempio durante la guerra del Golfo fu dato un regolare accesso al fronte solo ad un ristretto gruppo di cronisti.
"In ogni modo tutto ciò rappresenta un fatto storico" ha detto Brian Whitman, portavoce del Dipartimento della Difesa ed ex maggiore delle forze speciali che è direttamente impegnato ad assegnare i cronisti  alle singole unità operative. Ha ricordato come non più di 30 o 40 giornalisti seguirono le forze di sbarco americane durante il  D-Day, benché molti altri più tardi raggiunsero le truppe americane. Nel Vietnam cronisti visitarono le basi e seguirono operazioni  belliche ma non furono assegnati a specifici battaglioni
Non è chiaro se il cambiamento della politica del Pentagono sia dovuto in  parte alla necessità di contrastare le proteste irachene per eventuali atrocità delle truppe americane o smascherare atti di autosabotaggio attribuiti agli invasori. Ma Whitman ha detto anche di avere il pieno appoggio di Donald H. Rumsfeld e del generale Richard  B. Myers, capo di stato maggiore.
Alcuni direttori di testate giornalistiche televisive hanno detto che  questo accesso potrebbe avere un prezzo. Dan Rather, anchorman della CBS, ha sussurrato che il Pentagono potrebbe rendere difficile la  trasmissione di certe immagini se raccontassero una storia diversa da quella che loro vogliono che sia raccontata.
"Un sacco di gente ha detto le cose giuste " ha detto Rather durante una recente presentazione in TV del piano di copertura informativo delle operazioni di guerra " Nella nebbia della guerra queste  cose hanno la maniera di cambiare". L'altra settimana il Pentagono ha assegnato gli accrediti a giornali, agenzie e network  televisivi. questa settimana gli organizzatori stanno registrando i nomi dei corrispondenti selezionati per completare l'assegnazione o poter così permettere loro le vaccinazioni contro il vaoilo e l'antrace già effettuate dalle truppe combattenti. Il Pentagono ha già addestrato 232 giornalisti alle condizioni di combattimento in 4 diversi corsi settimanali in basi militari interne e, dando l'idea del senso di urgenza trasmesso dall'amministrazione Bush, ha "esaurito il tempo" per allenarsi ulteriormente, ha ribadito Whitman.
Ai giornalisti non sarà permesso di portare od utilizzare armi.
Diversamente dai corrispondenti della 2° guerra mondiale e quella del Vietnam non indosseranno uniformi militari.
Gli accredti sono stati assegnati sulla base dei bacini di  utenza; le principali tesate di Boston, San Francisco, Atlanta e Houston. per esempio, hanno ricevuto da quattro a sei accrediti ciascuno  che potrebbero essere coperti in parte da freelance.
La reazione alla nuova politica verso i giornalisti è stata chiaramente positiva, anche se cauta.
David Halberstam, che era stato nel Sud Vietnam per il New York Times, a  partire dal 1962 e che vinse il premi Pulitzer nel 1964 ha definito la nuova impostazione un benvenuto cambiamento rispetto al 1991.  Dice che i  cronisti potrebbero beneficiare dall'esser molto vicini alle truppe. I soldati parleranno sempre con i cronisti avendoli sul campo. Il  borbottio ha un inalienabile diritto di dire la verità".
Donatella Lorch, una corrispondente del Newsweek che ha coperto guerre in Africa, nei Balcani e in Afghanistan, dove passò a settimana con un unità delle forze speciali, ha detto che la nuova politica, solleva  un sacco di questioni per i cronisti. Ha detto che potrebbero essere sottoposti ad una considerevole pressione per rimanere  critici ed indipendenti di fronte a truppe con cui convivono  tutti i giorni. Arnett ha detto che rimane da vedere con quanta  velocità sarà permesso ai cronisti sul campo di pubblicare i loro articoli. Se fossero intralciati per charimenti, i cronisti potrebbero  perdere lo scoop a vantaggi dei loro colleghi presenti al briefing del Pentagono. Ma niente, ha concluso, potrebbe uguagliare  l'opportunità di essere vicini al combattimento.


Fonte: New York Time

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