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Prigionieri della notizia

di Giulia D'Agnolo Vallan
7 marzo 2003

NEW YORK - In uno dei suoi editoriali apparsi sul New York Times, Paul Krugman ha scritto che «gli americani e gli europei hanno una visione diversa rispetto alla guerra in Iraq perché leggono notizie diverse». Lo scollamento tra opinione pubblica da un lato, e dall'altro il governo Bush e il sistema e dei media è una delle costanti (più invisibili prima, ma innegabili adesso) di tutta questa corsa alla guerra contro Saddam Hussein. E' uno scollamento che ha afflitto la presidenza Clinton e di cui invece, fin dalle prime battute della sua presidenza, George W. Bush ha beneficiato. Ne abbiamo discusso con Eric Alterman, editorialista di The Nation e autore di What Liberal Media? (Basic Books), un nuovo libro che scava proprio nelle radici della svolta a destra dei media Usa e nel loro impatto sulla realtà politica Americana.

E' d'accordo con Krugman: gli americani e gli europei la pensano diversamente sulla guerra in Iraq perché fruiscono di un'informazione diversa?
Assolutamente. E' uno dei fattori chiave della questione.

Nel suo libro lei analizza la differenza di rapporto che i media, fin dall'inizio, hanno instaurato con Bush rispetto a quello che avevano con Clinton. E' un rapporto molto più benevolo e di sostegno. Perché?
In generale i giornalisti sono più duri con i democratici e i liberal di quanto non lo siano con i repubblicani e i conservatori. E questo perché essi stessi sono più simili ai democratici e ai liberal: gente che ha una forte passione per la politica, che l'ha studiata tutta la vita, che ci crede. E' per quello che fanno i giornalisti e non gli avvocati e gli uomini d'affari, professioni molto più lucrative. I repubblicani sono diversi, e in particolare lo sono i repubblicani come Bush. Si sono avvicinati alla politica come ad un hobby, il «business» di famiglia delle classi alte. E i giornalisti covano ancora delle fantasie rispetto ai democratici: li vorrebbero come figure kennediane, ma in genere ne rimangono delusi. I repubblicani, hanno priorità completamente diverse. Così, paradossalmente, i media finiscono per riportare obiettivamente quanto dicono senza le complicazioni che derivano da un bagaglio di frustrazioni e di aspettative tradite. Durante la sua prima campagna per la Casa Bianca, Clinton ha veramente fatto innamorare i giornalisti. E li ha scaricati il giorno che è stato eletto. Ha chiuso loro la porta in faccia. Così lo hanno ripagato - e hanno ripagato Al Gore.

La Casa Bianca di Bush, non solo è nota per essere molto vendicativa con i giornalisti, è anche una Casa Bianca che sopprime informazione, crede nel segreto, controlla ferreamente le notizie. Come mai non ci sono grandi lamentele?
Controllano il messaggio, «sfamano la bestia», e non danno una briciola in più di quanto ci sia bisogno. Alcuni giornalisti protestano, ma la maggior parte è felice di andare a casa presto la sera. E i giornalisti hanno una certa paura dei repubblicani, non li capiscono. L'assalto che, dal Vietnam in avanti, i repubblicani hanno condotto contro i media cosiddetti «liberal» è stato così aggressivo che oggi i reporter sono disposti a fare i salti mortali piuttosto di farsi accusare di essere di sinistra.

Come spiega che anche pubblicazioni come il New York Times che non appoggiano la guerra in Iraq accettino comunque i termini del dibattito così come sono impostati dalla Casa Bianca?
E' la mia grande critica ai media americani: permettono ai conservatori, in questo caso ai conservatori della Casa Bianca, di decidere di cosa si parla. Così anche i liberal finiscono per assumere posizioni conservatrici, perché il punto di vista del dibattito è conservatore. Il New York Times è probabilmente la testata migliore che abbiamo, ma anche loro non vogliono mettere in questione i simboli del prestigio e del patriottismo americano. Dopo tutto appartengono al loro stesso establishment.... Anzi, ne sono una colonna. Non esiste un giornale che abbia le risorse del Times, e sono convinto che essi credano nell'autonomia di giornalisti. Il fatto è che vedono il mondo allo stesso modo dell'establishment di Washington. E quell'establishment - gente come James Baker o Brent Scowcroft - non era a favore della guerra ma adesso la accetta perché ritiene che una ritirata americana, dopo che Bush ha portato le cose tanto avanti, sia ancora peggio. E' una visione curiosa, dal mio punto di vista, ma altrettanto frequente tra persone che non credono nell'intervento armato.

Perché crede che i media abbiamo trattato così poco il movimento contro la guerra?
Il movimento contro la guerra non ha una «politica» vera e propria. Ed è difficile affermarsi quando il tuo messaggio è essere «contro» qualcosa. E' lo stesso problema del movimento contro la globalizzazione: non sono ancora venuti a capo di un'alternativa convincente. Io sono contro la guerra in Iraq. Ma credo che Saddam vada «contenuto» militarmente. Le sanzioni non funzionano perché stanno facendo soffrire milioni di iracheni. Ed è difficile dare credito al movimento contro la guerra quando, al suo interno, non esiste un portavoce che presenti un'alternativa. Ma tutto questo è irrilevante, perché a George Bush non importa un fico secco dei manifestanti. Per lui non cambiano nulla. Sono invece molto importanti per il resto del mondo. Ho portato la mia bambina di quattro anni alla manifestazione perché credo che sia fondamentale che le gente in Europa, e altrove, capisca che ci sono milioni di americani che condividono il loro punto di vista, che questo è un presidente che non ci rappresenta. Ma la cosa non farà nessuna differenza: George Bush ha la certezza religiosa della giustezza della sua politica. Non c'è possibilità di discussione: lui ha ragione e gli altri hanno torto. Se pensa che ha paragonato la più grande manifestazione nella storia del continente europeo ad un «focus group»...

Convinzione religiosa: non è la prima volta che questo concetto viene associato a Bush. Crede sia veramente quello che lo anima?
Credo, anzi so per certo, che a questo punto Bush è convinto di essere stato messo da dio sulla terra con la precisa missione di distruggere il terrorismo. E Bush ha deciso che Saddam Hussein è una forze del terrorismo e quindi va spazzato via. Esiste la remota possibilità che si riesca a dissuaderlo dall'attaccare se Saddam fa delle concessioni veramente grosse e i suoi consiglieri lo convincono che, a quel punto, la guerra diventa impossibile. Ma, da parte sue, Bush non ha alcun dubbio.

Quale è il ruolo dei canali via cavo all news , come Cnn, Fox- News, Mcnbc, nel modo in cui gli altri media stanno trattando la questione Iraq?
Enorme, ed enormemente distruttivo. Sono canali che trasmettono news tutto il giorno e che, nonostante siano seguiti quotidianamente da un massimo di due milioni di persone, dettano il tono di quello che si dice nei tre telegiornali nazionali della sera, che registrano un'audience di trenta milioni. Ma, visto che trasmettono non stop, l'impressione è che le loro siano le storie di cui bisogna parlare e quindi i tre network si sentono in dovere di seguire il loro ordine del giorno. Il problema è che questi canali via cavo, e i loro programmi non sono seri, trasformano le news in spettacolo e, molto più che i telegiornali dei tre network, sono dominati dalla destra. Adesso che la Mcnbc ha licenziato Phil Donahue non c'è una singola alternativa liberal ai commentatori di destra. E' la struttura stessa delle news via cavo ad essere profondamente conservatrice. Ed è ancora peggio quella dei programmi di talk radio - un medium da cui, apparentemente, apprendono le notizie quaranta milioni di americani.

La guerra alzerebbe i rating delle tv?
Sì ma costerebbe loro un sacco di soldi. Perché, durante una guerra, non si trasmette pubblicità e quindi perderebbero una fortuna. Sotto sotto, nemmeno loro vogliono un intervento armato. Ma, da un lato, non vogliono sembrare non patriottici, e dall'altro una guerra li fa sentire importanti - ricorda perché Cnn esiste e conta. E poi, chiaramente, sperano che i milioni di persone che guardano la Cnn durante la guerra la guarderanno anche dopo. E' una grande opportunità per il marchio.

Tra i grandi proprietari di gruppi mediatici, Murdoch è il più aggressivamente favorevole allo scontro armato in Iraq.
A Murdoch non importa tanto della guerra quanto di favorire quelli che stanno dalla sua parte, ovvero la destra - almeno in America, visto che in Inghilterra, per opportunismo finanziario, è alleato di Blair e in Cina con i comunisti. Negli Stati uniti, però, Murdoch rappresenta e dà voce all'estrema destra, e a tutto ciò che essa desidera.

Nel suo libro lei scrive che il New York Post e il Weekly Standard, le due principali pubblicazioni di Murdoch negli Stati uniti, sono operazioni fallimentari dal punto di vista economico.
Il Post molto più dello Standard. Nessuno sa la cifra precisa, ma si valuta che perda tra i dieci e i trenta milioni di dollari all'anno. Però, attraverso il Post, Murdoch si compra un'enorme quantità di influenza politica. Il suo canale all news, la Fox-tv, non sarebbe mai arrivato a trasmettere nel sistema cavo di New York se non ci fosse stato Rudy Giuliani. E Rudy Giuliani lo ha aiutato perché dal Post otteneva un enorme sostegno. Non dimentichiamo poi che Roger Ailes, il capo di Fox-News, è un ex collaboratore di Ronald Reagan e Bush senior e che, immediatamente dopo l'11 settembre, ha scritto una lettera a George Bush Jr. dicendogli che doveva essere durissimo.

E' di una decina di giorni fa l'annuncio secondo cui un gruppo di uomini d'affari democratici sta cercando di mettere su una radio con talk show di orientamento liberal.
Non so se hanno una chance... Credo sia una cosa di cui abbiamo veramente bisogno, ma non sono sicuro che funzionerà sul mercato. Le persone, alla radio, sono così abituate a sentire opinioni di destra che non so se saranno aperte a quelle della sinistra. Se si pensa che la National Public Radio è presentata come un'emittente liberal, mentre, invece, è solo un'alternativa più equilibrata allo status quo. L'introduzione di uno o più talk show liberal sarebbe una novità fondamentale, perché cedere tutto questo campo alla destra è estremamente dannoso nei confronti delle prospettive di qualsiasi candidato democratico alla presidenza. Non avremmo un presidente George Bush Jr. se non fosse per Rush Limbaugh.

Il Pentagono ha offerto training militare ai giornalisti che dovrebbero trattare l'eventuale confilitto in Iraq. Cosa ne pensa?
Fare reportage sulle attività di soldati che stanno, allo stesso tempo, proteggendo la tua vita, è sempre problematico. E, per questioni di sicurezza, un sacco di informazioni non potranno essere diffuse. Probabilmente sarò critico del coverage, ma preferisco non pronunciarmi prima di vedere cosa fanno.

Ha visto il programma di «reality tv» ambientato tra le forze speciali in Afghanistan , «Profiles from the Front Line»?
No. Ma ricordo che, quando è stato messo in cantiere, la divisione news della Abc era furiosa perché si trattava di uno show generato all'interno della divisione «spettacolo» e non «telegiornale» del network. Ovviamente tutto sarebbe stato approvato dal Pentagono e quindi avrebbe confuso il pubblico. Ma le divisioni entertainment delle reti televisive sono molto più forti di quelle delle news perché fanno un sacco di soldi. Quindi non hanno potuto bloccarne la produzione.
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Fonte: il Manifesto

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