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di Gianni Canova
26 marzo 2003
Due
sole inquadrature. Una frontale, l'altra leggermente di
sghembo. Né primo piano né piano americano. Piuttosto, il
classico taglio da «mezzobusto» da tg. Nel suo intervento alla
tv irachena di lunedì mattina Saddam Hussein è apparso così:
seduto, in divisa militare, con la bandiera a sinistra e -
sulla destra, in bella vista sullo sfondo bianco - il simbolo
dell'aquila. Scelta eloquente e significativa: L'aquila resta
libera, ama ripetere spesso Saddam Hussein. È uno dei suoi
slogan preferiti. Uno dei suoi simboli preferiti. Non a caso:
dall'antica Roma fino alle più recenti culture militari,
l'aquila rappresenta il segno del comando e del controllo. Per
Saddam, ma anche per gli Stati uniti d'America, che hanno
fatto dell'aquila il loro sigillo ufficiale fin dal lontano
1782, quando l'architetto William Barton ne fece un «logo»
stilizzato, con una coda formata da 13 penne (esattamente come
le 13 colonie originarie degli Usa), destinato a essere
riprodotto sulle monete, sulle insegne militari e sugli
oggetti più disparati. Ce l'ha ricordato di recente Martin
Scorsese, quando in Gangs of New York ha scelto di incidere
proprio un'aquila sull'occhio di vetro del personaggio del
Macellaio, interpretato da Daniel Day-Lewis. Forse, a Scorsese
non hanno dato nessun Oscar (nonostante le 9 nomination), e
l'hanno letteralmente oscurato nella cerimonia degli Academy
Awards, proprio per questo: perché quel film ricorda a tutti
il grande mattatoio in cui si è forgiata la nazione americana,
e perché pone alle sue origini un simbolo che apparenta
l'America al suo nemico, svelando quanto di identico ci sia in
ciò che oggi si proclama altro ed opposto. Che Scorsese faccia
del Macellaio il portatore del punto di vista «ufficiale»
degli Usa, e che arrivi a imprimere il simbolo stesso
dell'America sull'occhio di un simile personaggio, implica
ovviamente una scelta ben precisa, tanto più forte se si pensa
che l'aquila appare tatuata su un occhio che è sempre aperto -
il Macellaio confessa nel film di dormire pochissimo e di
tenere sempre le palpebre rialzate - ma che di fatto è
impossibilitato a vedere. Come dire: l'America nasce e si
forgia a partire da uno sguardo cieco, da un occhio finto, da
un punto di vista morto. Quell'occhio non guarda il mondo,
esibisce se stesso in quanto insegna di comando e di
controllo. La vocazione al dominio - sembra dire Scorsese - è
iscritta nel dna scopico dell'America.
Potenza dei simboli. Due forme di potere che si pretendono
opposte finiscono - grazie ai simboli con cui scelgono di
autorappresentarsi - per rivelare un'inattesa e sorprendente
somiglianza: quella che può esistere fra due dinastie regnanti
che si arricchiscono col petrolio e si tramandano il potere di
padre in figlio, a Washington come a Baghdad.
Nei giorni scorsi, gli aerei americani hanno rovesciato
sull'Iraq non solo quintali di bombe, ma anche migliaia di
volantini in cui una foto del rais era affiancata a quella di
una famiglia «proletaria» irachena, con una scritta che -
tradotta in italiano - suona più o meno così: «Lui vive nel
lusso, mentre la tua famiglia lotta per sopravvivere». Il lui
era riferito ovviamente a Saddam, ma qualunque abitante di un
ghetto del Bronx avrebbe potuto riferirlo tranquillamente
anche a Bush. Simmetrie di guerra, analogie - di nuovo - del
dominio e del potere.
Ma questo è il punto: l'America di Bush (non l'America tout
court, beninteso: questa America, quella dei macellai e dei
bombardieri, quella che terrorizza e sgomenta il mondo con
l'esibizione della sua forza) pretende di condannare
nell'altro - nel nemico assoluto - ciò che ritiene invece
assoltamente legittimo se riferito a se stessa (la volontà di
dominio, l'odio per il diverso, l'oscena ingiustizia nella
distribuzione delle risorse e delle ricchezze). Un solo altro
esempio: dopo aver mostrato con cinica disinvoltura lo
spettacolo umiliante dei prigionieri iracheni fatti
inginocchiare davanti ai marines americani che li avevano
catturati, in un gesto simbolico tanto più sprezzante quanto
più apparentemente «naturale», il Pentagono ha giudicato
invece «immorali» le immagini dei prigionieri americani
mandate in onda da Al Jazeera e ha imposto ai grandi network
nazionali di non diffonderle. Come dire: un altro modo di
nascondere la somiglianza, di rimuovere l'analogia, di
oscurare il parallelismo dei comportamenti.
Ma le immagini del soldato Riley alla tv irachena - ha detto
qualcuno - erano molto più scioccanti, quasi insostenibili. In
parte è davvero così: ma non per le ragioni addotte dalle
gerarchie militari americane e riprese dalla maggior parte dei
media e delle televisioni. In realtà, con quelle immagini
trasmesse dalla televisione araba, la guerra è passata dal
dominio del campo lungo a quello del primo piano. Nei primi
tre giorni di guerra, le immagini trasmesse da tutte le
televisioni erano per lo più visioni dall'alto, o da lontano,
sui cieli in fiamme di Baghdad o sul paesaggio piatto del
deserto solcato dalle sagome dei tank e dei blindati. Più un
videogame che una guerra. Senza volti, senza corpi, senza
dolore. Senza il volto segnato dal panico di nessun soldato
Riley che riportasse il grande show del conflitto alle
dimensioni dell'umano.
È come se la televisione irachena avesse imparato la lezione
di Spielberg in Schindler's List o in Salvate il soldato Ryan:
perché una guerra (qualsiasi guerra) diventi emotivamente
coinvolgente (e insostenibile) devi avere un soldato Riley (o
un soldato Ryan) da mettere in primo piano, una bambina col
cappottino rosso che si aggira attonita nell'inferno del
ghetto di Varsavia o un marine americano che guarda i suoi
intervistatori con lo sguardo sgomento della belva ferita.
Allora, solo allora, grazie a quel primo piano (e alla
fraternità quasi animale che esso suggerisce), anche i campi
lunghi precedenti diventano intollerabili: perché il primo
piano fa sentire a qualunque spettatore un'intimità con le
vittime, e un'implicazione con ciò che sta vedendo, che spazza
via in un colpo solo la retorica dell'aquila e l'esibizione
chirurgica della potenza.
Per questo le autorità militari americane hanno proibito
quelle immagini: non per rispetto nei confronti delle vittime
e delle loro famiglie, ma perché la guerra - per continuare a
essere agita - deve relegare nel non-visibile la propria
disumanità, e gli effetti che essa produce sui soldati Riley o
Ryan. Passata dal campo lungo al primo piano, ora la seconda
guerra del Golfo rischia davvero di finire nella buia oscurità
del fuoricampo.
Fonte: il
Manifesto
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