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di Roberto Zanini
11 aprile 2003
Circa cinquecento cronisti «embedded», altri cinquecento di stanza a Baghdad -
contando tutti, dai 150 reporter veri e propri a tecnici, traduttori, autisti e
informatori vari senza i quali il giornalista è un utensile perfettamente
inutile. Fa un totale di oltre mille addetti alla notizia in servizio permanente
effettivo nel cosiddetto «teatro delle operazioni». E' un letale sciame di
mosche che si fa i fatti di chiunque, tutti muniti di satellitare o
dell'onnipresente videotelefono o del ministrasmettitore parabolico. Molti senza
alcun vincolo patriottico o fedeltà di bandiera editoriale, anzi con i
rispettivi editori o paesi robustamente contrari alla guerra. In poche parole,
questa volta i giornalisti sono, nel loro complesso, inarrestabili. E pagano un
conto salato. C'è una guerra che si combatte sul fronte dell'informazione, ma è
sul fronte vero e proprio che i giornalisti muoiono. La propaganda americana e
quella irachena (con una sproporzione di mezzi analoga a quella militare) si
battono anche sulla stampa e nell'etere, ma undici reporter morti in venti
giorni sono tanti, tantissimi. Molti meno dei civili iracheni, rispetto ai quali
i giornalisti stanno qualche gradino più in alto nella scala dei rischi
affrontabili. Bisogna bombardare laggiù? Che si faccia, e se ci vanno di mezzo
gli edifici civili che sorgono colpevolmente sulla linea di tiro, peccato.
Bisogna bombardare dall'altra parte? Fuoco, e se si rischia di prendere una
macchina di giornalisti chiederemo scusa. Ma ieri a Baghdad non c'era un'auto di
giornalisti, che è una cosa piccola, semovente e chissà chi c'è dietro quella
portiera con la scritta TV tracciata col nastro adesivo da cui spunta una
telecamera che sembra un mitra. Ieri a Baghdad ce n'era un albergo pieno, fermo
immobile come gli alberghi sogliono essere, notoriamente zeppo di cronisti.
Provare che il carro armato americano ha sparato appositamente è difficile. Non
pensarlo è impossibile.
L'operazione Iraqi freedom è la guerra più vista e televista della
storia? In parte è vero, nel senso che l'apparenza bellica del conflitto è stata
raccontata con un flusso di informazioni che non ha pari in nessun altro
conflitto precedente. Il Pentagono ha accettato un grande numero di cronisti al
seguito perché gli «embedded», lo dicono anni di studi sul campo (ne esiste uno
molto preciso sui cronisti di guerra britannici alle Falkland) tendono a
identificarsi con le unità militari a cui sono incorporati, e alla fine parlano
di «noi» per definire i marines e di «loro» per gli iracheni, con positivi
effetti sul racconto della guerra da parte di chi li ha imbarcati. I pregi,
però, confinano con i difetti: senza l'«embedded» che si trovava dalle parti
alla tenda in cui un sergente americano impazzito ha fatto rotolare alcune bombe
a mano, nessuno avrebbe saputo nulla per mesi o anni. Senza l'«embedded» del
Washington Post entrato a Nassyria, mucchi di cadaveri non sarebbero mai
stati descritti. Altri non sono stati così coscenziosi, o non hanno voluto o
potuto vedere, ma i giornalisti sono fatti così e a riscattarli basta poco.
Il fatto che i reporter spuntino dappertutto, però, non si deve solo alla scelta
politica degli eserciti in campo - che pure hanno agito in questo senso. Si deve
in massima parte all'evoluzione della tecnologia dell'informazione. I cronisti
radiofonici della Bbc durante la Battaglia d'Inghilterra, nel 1940, giravano con
un registratore che pesava una quindicina di chili, e non trasmetteva ma
incideva soltanto. In Vietnam bisognava girare come al cinema, giornalista
operatore e fonico, e con gli stessi tempi di sviluppo. Nel Golfo 1991 Peter
Arnett trasmetteva su quattro linee dedicate, aggirando gli snodi telefonici
locali interrotti dalla guerra, e l'apparato satellitare della Cnn per le
dirette pesava due tonnellate. In Iraq, oggi, il pezzo tecnologico del momento è
il videotelefono satellitare della 7-E, quello che trasmette le immagini con
quel vago effetto «camminata sulla luna». Si chiama TH1 (Talking head 1), è una
valigetta di 35 centimetri per 25, funziona da dieci sottozero a sessanta gradi,
si alimenta con qualsiasi cosa da 90 a 260 volt o con la batteria
dell'automobile, costa da 10mila dollari in su, pesa quattro chili. Esordì prima
dell'11 settembre in Cina: con quel videotelefono la Cnn fece vedere
l'equipaggio di un aereo spia atterrato per un guasto in Cina, causando una
crisi mondiale. Da allora è obbligatorio per i network.Per le immagini di alta
qualità, invece, l'ultimo grido è il piatto satellite Swe-Dish: 40 chili in
tutto compreso il «padellone», sta in una valigia e si accende in un minuto,
serve un solo operatore, costo da 100mila dollari in su. Le aziede che servono i
giornalisti sono le stesse che servono il Pentagono: di stazioni satellitari per
tv ne fa un modello anche la Raytheon, quella che produce le cluster
bomb. Pesa appena un po' di più del concorrente Swe-dish, e costa uguale.Nella guerra tra Stati
uniti e Messico l'unico reporter sul campo spediva il dispaccio con un mix di
messaggero a cavallo, battello a vapore e un'innovativa tecnologia figlia
dell'elettrificazione: il telegrafo. Batteva in velocità anche i dispacci
dell'esercito. Era il 1846, e l'impero era un embrione.
Fonte:
il Manifesto
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