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di Giuliana Sgrena
11 aprile 2003
Sono quasi le cinque del
mattino quando i cannoneggiamenti ricominciano e, annunciati da un fragore
infernale, anche gli A-10 entrano in azione per lanciare i loro missili
aria-terra che si dice siano in grado di sparare fuori 1.000 proiettili al
minuto. E' l'alba, sopra Baghdad. Tareq Ayoub è un giordano di 34 anni, è qui
soltanto da tre giorni e non se la sente di lasciare il tetto del palazzo dove
ha i suoi uffici la televisione per cui lavora, al Jazeera, nemmeno se il fuoco
diviene più intenso. La tv del Qatar si trova proprio sulla riva del Tigri,
dalla parte dove sono arrivati gli americani. Una posizione decisiva per fare la
cronaca dell'invasione. Ayoub filma tutto, e non si muove. E non si muoverà più,
perché non appena le cannonate cessano il suo collega lo trova morto, così, da
solo, sul tetto. La giornata peggiore per la stampa internazionale comincia nel
sangue. Testimoniare quel che succede è sempre più difficile e pericoloso.
All'hotel Palestine, dove sono riuniti quasi tutti i giornalisti del mondo
rimasti nella capitale irachena per documentare questa guerra, l'eco della morte
del collega giordano non si è ancora spenta. E' più o meno mezzogiorno, quando i
fatti precipitano.
A qualche centinaio di metri, un tank M-1 sposta lentamente
il suo cannone e lo punta sull'albergo. Più tardi, il filmato di un collega
francese dimostra che il carro armato non ha dato alcun segno di nervosismo: il
cannone si solleva con calma, resta immobile per un paio di minuti quasi
prendesse la mira e poi spara.
Eravamo tutti lì, abbiamo sentito un boato fortissimo e
abbiamo pensato che fosse caduto un missile vicino all'albergo. Invece, nelle
stanze d'angolo al quattordicesimo e al quindicesimo piano, due reporter erano
stati maciullati dal colpo. Racconta Ferdinando Pellegrino, del giornale radio
Rai, tra i primi ad accorrere alle grida: «Josè Couso, di Telecinco, era a terra
con un osso di fuori e una gamba quasi staccata dal corpo». Couso è in una pozza
di sangue, e arriva già morto all'ospedale: aveva 37 anni e lascia la moglie e
due figli. Un secondo collega, della ufficio Reuters al piano di sopra, Taras
Trotsyuk, ucraino, 35 anni, è ferito in modo gravissimo e non ce la fa. Era un
veterano, tra gli inviati di guerra: aveva lavorato in Cecenia, in Afghanistan e
nei Balcani. Altri feriti, una fotografa libanese, altri due giornalisti
dell'agenzia britannica. Sconcerto e rabbia tra tutti i presenti: a fine
giornata, si organizza una fiaccolata.
Nel pomeriggio, il comando americano ammette che il carro
armato ha sparato: «Per difendersi dai cecchini sul tetto dell'albergo e
comunque avevamo avvertito i reporter che era pericoloso rimanere a Baghdad». Ma
qui nessuno ha visti i cecchini e la versione non viene accreditata. Dice il
corrispondente di Sky News, David Chater: «Non si è trattato di un incidente...non
ho sentito un solo colpo provenire da nessuna zona qui intorno...Devono averci
visto, ci hanno visto, noi li abbiamo visti, non c'è stato assolutamente nessun
errore, sapevano che eravamo lì».
Non pensavamo di essere un obiettivo degli americani, anche
se sicuramente l'informazione che viene da questa parte del fiume è scomoda per
Bush. Il Pentagono ha fatto di tutto per imporre il ritiro dei giornalisti
presenti a Baghdad, e non solo quelli americani. E quello di ieri è stato un
ulteriore avvertimento, rinforzato dal monito che «la capitale è una zona di
guerra a rischio» dove non si può assicurare nulla.
Questa è l'altra faccia della guerra, l'effetto delle bombe
che cadono su una città di cinque milioni di abitanti, allo stremo, tenuta in
ostaggio, senza che la comunità internazionale si preoccupi nemmeno di chiedere
l'apertura di un corridoio umanitario.
Gli americani cominciano a manifestare nervosismo,
cominciano a temere di non essere accolti come i liberatori dalla popolazione
irachena: incontreranno i soldati, la Guardia repubblicana, i feddayn di Saddam,
i miliziani del partito Baath, i civili che si oppongono all'occupazione.
Probabilmente anche cecchini. La guerra è sempre sporca e questa lo è più che
mai. Gli americani dovrebbero saperlo.
Non che da questa parte del fiume fili tutto liscio, lo
abbiamo provato ieri mattina, quando volevamo andare all'ospedale al-Kindy per
testimoniare delle vittime civili, oltre che militari, della guerra. Ci avevano
parlato di scene tremende, di molti morti e ancor più feriti. Ma all'ospedale
non ci siamo arrivati. Abbiamo preso la Saadoun street, un tempotra le vie più
affollate di Baghdad ed ora sempre più deserta, alla fine della strada, dove si
svolta sulla piazza Tahrir (della liberazione) avevamo notato un movimento di
militari e volontari, volevamo riprendere la scena con una piccola telecamera.
Che abbiamo subito nascosto quando ci siamo resi conto che la situazione era
molto tesa. Troppo tardi. In un baleno ci siamo ritrovati circondati da
dieci-quindici feddayn che ci puntavano addosso bazooka e kalashnikov: «Dammi la
telecamera o ti ammazzo». Inutile negare troppo a lungo, avevano l'aria di voler
mantenere la promessa. Il loro numero aumentava, non c'era via di scampo. Dopo
avermi preso la telecamera mi hanno tirato fuori dalla macchina e sbattuta su
un'auto della polizia arrivata in quel momento, malamente incastrata tra i
kalashnikov, dopo che il poliziotto mi aveva puntato la sua rivoltella. La
situazione era veramente preoccupante, anche perché i feddayn, tutti ragazzi
giovani e, a giudicare dall'accento, non iracheni ma egiziani e siriani, erano
particolarmente assatanati. Dalla piazza al Tahrir, alle loro spalle, parte
infatti il ponte Jumuriya su cui stavano avanzando i carri armati americani. Ce
la siamo cavata solo perché un poliziotto, di grado più elevato, intervenuto per
vedere cosa succedeva, alla fine ha capito che non si trattava di spie ma di
giornalisti e ci ha tratti in salvo. Con le spie o presunte tali, come sempre
del resto in caso di guerra, non si va tanto per il sottile.
La situazione sta degenerando di ora in ora. I rischi sono
sempre maggiori. I cannoni continuano a tuonare, i caccia volano bassi, sempre
più visibili. Si sentono i boati delle bombe. Quando arriveranno da questa parte
del fiume? Si teme un massacro. Quest'agonia è insopportabile.
Intanto, i carri armati Abrahms avanzano, anche se
lentamente. La battaglia per l'occupazione di Baghdad non subisce battute
d'arresto, come aveva lasciato intendere il Pentagono, evidentemente le truppe
anglo-americane non hanno la possibilità di scegliere di entrare e uscire con
grande facilità dalla città, come avevano annunciato. Quindi cercano di
mantenere le posizioni conquistate, a tutti i costi. La mattina, i carri armati
hanno puntato verso il ponte Jumuriya, ma si sono fermati lì, non si sa se
perché incontrano resistenza da questa parte del fiume o
perché aspettano i rinforzi che devono arrivare da sud-est.
Fonte:
il Manifesto
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