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di John Pilger
18 aprile 2003
La liberazione è arrivata finalmente in Iraq, e tutti noi condividiamo la gioia
del paese per essersi finalmente liberato di Saddam Hussein. Ma chi ha pagato il
prezzo di questa «liberazione»? Pochi istanti prima di venire colpito dal «fuoco
amico» di un aereo americano che ha ucciso 18 persone in Iraq, un produttore di
programmi per la Bbc aveva parlato alla madre sul telefono satellitare. Tenendo
il telefono sopra la testa, in modo che potesse sentire il rumore assordante
degli aerei americani, le
disse: «Ascolta, questo è il rumore della libertà».
E' una scena che ho letto nel grande romanzo contro la guerra Comma 22? Una cosa
è certa, l'uomo della Bbc era ferocemente ironico. Ho i miei dubbi, così come ho
dei dubbi sul fatto che chiunque abbia impaginato quella pagina di giornale
fosse mosso da sentimenti contro la guerra, quando ha scritto il titolo: «Il
giovane Omar ha scoperto il prezzo della guerra». Su queste parole disoneste fa
bella mostra di sè la foto di un marine americano che cerca di confortare Omar,
un ragazzino di 15 anni che ha appena partecipato al massacro di suo padre, sua
madre, le sue due sorelle e un fratello, durante un'invasione ingiustificata
della loro patria che ha violato il diritto più fondamentale dei popoli
civilizzati.
Non c'è un vero epitaffio per loro: nessun titolo veritiero, come ad esempio
«Questo marine americano ha ucciso la famiglia di questo ragazzo». Non c'è
nessuna foto del padre di Omar, della madre, delle sorelle, i loro corpi nel
lago di sangue provocato dal fuoco delle mitragliatrici. Versioni di questa
immagine di propaganda sono comparse sulla stampa angloamericana fin dall'inizio
dell'invasione: teneri cameo di soldati americani che allungano un braccio per
dare conforto, che si inginocchiano, che si prendono cura degli iracheni
liberati. Insieme alla foto mancante della strage della famiglia di Omar, dove
erano le immagini del villaggio di Furat, dove 80 fra uomini, donne e bambini
sono stati trucidati da un razzo? E che dire dei piccoli con le mani
in alto, terrorizzati, mentre i robocop di Bush costringono le famiglie
atterrite a inginocchiarsi per strada?
«Iniziare una guerra di aggressione», dichiararono i giudici del processo di
Norimberga ai leader nazisti «non è soltanto un crimine internazionale, è il
crimine internazionale supremo, che si differenzia dagli altri crimini di
guerra soltanto per il fatto di racchiudere in se stesso il male accumulato di
tutta la guerra».
Enunciando questo principio fondamentale del diritto internazionale, i giudici
hanno respinto in maniera specifica le argomentazione tedesche in merito
alla «necessità» di attacchi preventivi contro altri paesi.
Nulla di quello che Bush e Blair, i loro «ragazzi» che sganciano le bombe a
grappolo e la loro corte di mass media fanno adesso potrà modificare la verità
del loro crimine in Iraq. Una cosa documentata, compresa dalla maggioranza
dell'umanità, se non da quelli che pretendono di parlare per «noi». Come disse
Denis Halliday a proposito del prolungato e inumano embargo angloamericano
contro l'Iraq, «li truciderà nei libri di storia». E' stato Halliday, allora
vice segretario generale delle Nazioni
unite, a creare il programma Oil for Food per l'Iraq nel 1996, lo stesso
Halliday che non tardò a rendersi conto che
le Nazioni unite erano diventate uno strumento di un «attacco genocida contro
una intera società». Diede le
dimissioni in segno di protesta, e così fece il suo successore, Hans Von Sponeck,
che descrisse «la vergognosa
e immotivata punizione di un'intera nazione».
Negli articoli di giornale, si parla della guerra quasi con allegria, come se
fosse «parte di un gioco», come uno dei
marines che hanno distrutto la famiglia di Omar. Un gioco, davvero, dice Roger
Mosey, un alto dirigente dei notiziari
della Bbc, che, in una e-mail finita sotto occhi indiscreti descrive in termini
elogiativi la copertura della guerra da
parte della Bbc: «E' straordinario - sembra quasi di essere alla Coppa del Mondo
di calcio, quando si stacca da Umm
Qasr per inquadrare un altro teatro di guerra, da qualche altra parte, passando
da una battaglia a un'altra».
Parla di morti ammazzati. E' quello che fanno gli americani, e nessuno lo dirà.
Portano in questo attacco unilaterale contro gente debole e per lo più inerme,
la stessa crudeltà razzista e omicida di cui sono stato testimone in Vietnam,
dove avevano un intero programma di distruzione dal nome Operazione Phoenix. E'
una caratteristiche di tutte le loro «guerre all'estero», è un
qualcosa che attraversa la loro stessa società, così dolorosamente divisa.
Scegliete quello che volete di questa guerra. Lo scorso fine settimana, una
colonna dei loro carri armati è entrata eroicamente a Badgad e poi ne è uscita.
Strada facendo, hanno ammazzato la gente. Hanno fatto saltare in aria le gambe e
le braccia di una donna, le teste dei bambini, donne e bambini i cui corpi hanno
riempito gli ospedali della città fino a farli scoppiare - ospedali già privi di
farmaci e di antidolorifici, perché
l'America aveva deciso bloccare l'invio di 5,4 miliardi di dollari di aiuti
umanitari, già approvati dal Consiglio di sicurezza e pagati dall'Iraq. E'
questo, il «rumore della libertà».
Un pilota di elicottero britannico a quanto pare è venuto alle mani con un
americano che per un pelo non l'aveva abbattuto. «Ma non lo sai che gli iracheni
non hanno un cazzo, per aria?» gli ha urlato. La sua rabbia era comprensibile,
ma ha pensato un attimo alla ironia più generale delle sue parole? Ne dubito. In
questa invasione, i britannici sono stati di gran lunga i più abili nel
mentire. Da ogni punto di vista, la resistenza irachena alla formidabile
macchina di guerra supertecnologica angloamericana è stata incredibile. Armati
soltanto di antiquati blindati e mortai, di piccole armi e ricorrendo a
disperate imboscate di guerriglia, hanno seminato il panico fra gli americani, e
hanno spinto i militari britannici a ricorrere a una delle loro specialità - il
tono di falsa condiscendenza.
Gli iracheni che combattono sono «terroristi», «teppisti», «sacche di lealisti
del Partito baathista», «kamikaze» e «fedayin». Non sono persone reali. Sono dei
reietti della società, che tengono in ostaggio tutta la popolazione. Questo
vocabolario disonorevole è imitato pappagallescamente dalla maggior parte dei
giornalisti al seguito ("embedded") e da tutti quelli che giocano alla guerra a
casa loro.
Tim Llewellyn, l'ex corrispondente della Bbc dal Medio Oriente, ci ha fatto
notare la verità questa settimana - immagini sulla tv satellitare di soldati
britannici che entrano nella casa di una famiglia a Bassora distruggendo ogni
cosa, poi puntano le loro armi contro una donna e maltrattano, incappucciano e
ammanettano una serie di ragazzi, uno dei quali è inquadrato mentre trema dalla
paura. «La Gran Bretagna sta "liberando" Bassora, prendendo prigionieri
politici, e se è così, in base a quale tipo di
informazioni, dato che da molto tempo non siamo più a conoscenza di questo
territorio e dei suoi abitanti... Come minimo, queste brutte immagini
ricorderanno agli arabi e ai musulmani in tutto il mondo che noi anglosassoni
abbiamo due pesi e due misure - noi possiamo mostrare i loro prigionieri in
tutta una serie di posizioni umilianti, ma voi non azzardatevi a far
vedere i nostri».
Roger Mosey, uno dei responsabili di quello che noi britannici vediamo e
ascoltiamo nei programmi della Bbc, di dice che Umm Qasr è «come la Coppa del
Mondo». Ci sono 40mila persone a Umm Qasr, i profughi disperati si riversano
nella città e gli ospedali traboccano. Tutta questa sofferenza è dovuta
esclusivamente alla invasione della «coalizione» e all'assedio britannico, che
ha costretto le Nazioni unite ad evacuare il suo personale per gli aiuti
umanitari. E i britannici asseriscono di
controllare la città e danno grande rilievo al loro impegno umanitario,
certamente in consonanza con le «priorità morali» del loro primo ministro.
Cafod, l'agenzia cattolica di soccorso che ha inviato un'équipe a Umm Qasr,
sostiene che la quota standard umanitaria di acqua in situazioni di emergenza è
di 20 litri a persona al giorno. Riferiscono che gli ospedali sono completamente
senza acqua, e la gente è costretta a bere acqua contaminata. Secondo
l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, un milione e mezzo di persone nell'Iraq
del sud è senza acqua, e le epidemie sono inevitabili. Non è proprio come la
Coppa del Mondo, caro Mosey. E cosa stanno facendo i «nostri ragazzi», per
alleviare tutta questa sofferenza? Dopo tutto, ci hanno assicurato che stanno
liberando l'Iraq, anche se questo vuol dire sparare con missili Milan tenuti a
spalla contro una città abitata soltanto da civili e sganciare bombe a grappolo.
La corruzione morale e intellettuale dilaga ovunque fino a quel robot che è
Geoffrey Hoon, il ministro della difesa britannico, che la settimana scorsa ha
affermato che una madre irachena il cui figlio è stato ucciso da una bomba a
grappolo «un giorno» ringrazierà la Gran Bretagna per quel che ha fatto.
Vi è qualcosa di particolarmente disgustoso in questa propaganda che viene da
funzionari britannici esperti di pr, e che non sanno un bel nulla dell'Iraq e
del suo popolo. Descrivono la liberazione dal «tiranno più crudele del mondo»
come se qualsiasi cosa fosse migliore che non «vivere sotto Saddam», perfino
morire di dissenteria o perché si è stati colpiti da una bomba a grappolo.
La scomoda verità è che, secondo l'Unicef, i baathisti hanno costruito i servizi
sanitari più moderni di tutto il Medio oriente. Nessuna contesta il carattere
totalitario del regime, ma Saddam Hussein era stato attento a utilizzare il
reddito del petrolio per costruire una società laica moderna e un ceto medio
forte e prospero. L'Iraq era l'unico paese arabo con un sistema di erogazione di
acqua potabile sul 90% del territorio, e con la scuola gratuita. Tutto questo è
stato distrutto dall'embargo
angloamericano, e l'invasione attuale dà il colpo di grazia. Allorchè è stato
imposto l'embargo, nel 1990, il servizio civile iracheno aveva organizzato un
sistema di distribuzione alimentare che la Fao aveva definito «un modello di
efficienza - indubbiamente aveva salvato l'Iraq dalla carestia». Anche quello è
stato distrutto, quando è iniziata l'invasione.
Un colonnello britannico si lamenta con il suo gregge di giornalisti al seguito
che « è difficile fornire aiuti in un'area che è ancora una zona di battaglia
attiva». La logica delle sue parole mi sfugge. Se l'Iraq non fosse una zona di
battaglia, se britannici e americani non sfidassero il diritto internazionale e
i desideri della massima parte degli esseri umani, non ci sarebbe nessuna
difficoltà a fornire gli aiuti. In Iraq, il 42 per cento della popolazione sono
bambini, molti già colpiti. La loro sofferenza dovrebbe essere incisa sulle
medaglie che Blair e Hoon appunteranno quanto prima sul petto dei «nostri
ragazzi».
Anche gli ufficiali britannici hanno difficoltà a spiegare perché le loro truppe
abbiano dovuto mettere tute protettive per coprire i morti e i feriti nei
veicoli colpiti dal «fuoco amico» americano. Il fatto è che gli americani
utilizzano missili e proiettili anticarro
rivestiti di uranio. Quando ero nell'Iraq del sud, i medici hanno calcolato un
incremento del settecento per cento dei casi di cancro nelle zone in cui
americani e britannici avevano utilizzato l'uranio impoverito ai tempi di Desert
Storm. Durante l'embargo successivo, a differenza del Kuwait, l'Iraq si era
visto rifiutare le apparecchiature necessarie per decontaminare i campi di
battaglia. Gli ospedali di Bassora, attualmente in mano ai britannici
liberatori, hanno le corsie traboccanti di bambini colpiti da cancro di una
varietà che sembrava scomparsa, fino al 1991. Non hanno antidolorifici. Si
ritengono fortunati se
possono somministrare l'aspirina.
George Bush ha dichiarato: «Non ci si potrà difendere sostenendo: mi limitavo a
eseguire gli ordini». Ha perfettamente ragione. I giudici del processo di
Norimberga non hanno lasciato adito ad alcun dubbio sul diritto dei soldati
comuni di seguire la loro coscienza, in una guerra di aggressione illegittima.
Due soldati britannici hanno avuto il coraggio di dichiararsi obiettori di
coscienza. Si trovano a dover affrontare la Corte marziale e il carcere, e la
loro vicenda è passata praticamente sotto silenzio su
tutti i mass media.
Tam Dalyell, quarantunenne, deputato del Partito laburista alla Camera dei
Comuni, ha dichiarato che il suo leader di
partito e primo ministro è un criminale di guerra che dovrebbe essere deferito
alla Corte dell'Aia. Non si tratta di una affermazione gratuita, in base a prove
incontestabili Blair è un criminale di guerra, e tutti coloro che sono stati in
qualche modo complici e correi dovrebbero essere denunciati alla Corte Penale
internazionale. Non soltanto hanno lanciato una sciarada di
pretesti che nessuno prende sul serio, ma hanno portato il terrorismo e la morte
in Iraq. In tutto il mondo un corpus sempre crescente di pareri legali concorda
nel dire che la nuova Corte ha il dovere, come ha scritto Eric Herring della
Bristol University, di indagare «non soltanto sul conto del regime, ma anche sui
bombardamenti dell'Onu e sulle sanzioni che hanno violato su vasta scala i
diritti umani dell'Iraq». Si aggiunga a tutto ciò l'attuale guerra pirata, il
cui effetto per ora invisibile potrà essere quello più grave per noi
occidentali: saldare il nazionalismo arabo con l'islam militante. Il vento
seminato da Blair e da Bush comincia a far vedere la tempesta.
Fonte: il Manifesto |