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di Giuliana Sgrena
26 aprile 2003
Colin Powell non si smentisce e incredibilmente giustifica
con una palese menzogna l'uccisione di due giornalisti avvenuta all'hotel
Palestine l'8 aprile scorso: i colpi di artiglieria erano giustificati poiché
«rispondevano al fuoco nemico». Il segretario di stato americano, in una lettera
alla ministra degli esteri spagnola Ana Palacio, ha detto che i militari
statunitensi «risposero a fuoco ostile, che sembrava provenire da un luogo
successivamente identificato come l'hotel Palestine». Stabilito che dal
Palestine né quella mattina né mai in quei giorni era partito nessun colpo di
arma da fuoco, e lo possono testimoniare tutti i giornalisti - centinaia, noi
compresi - presenti, una affermazione appare estremamente inquietante nelle
parole di Powell: i colpi «sembravano» provenire ... Prima si era parlato di un
cecchino sul tetto, ma anche sul tetto c'erano solo giornalisti che osservavano
l'avanzata dei carri armati Abrams sul ponte Jumuriya. Siccome è incredibile
pensare che sulle mappe del Pentagono il Palestine non fosse indicato come
l'hotel dei giornalisti, visto che aveva ospitato anche l'americana Cnn
dopo la sua fuga dal Rashid classificato come «target», c'è da ritenere che non
il bombardamento - sarebbe stato eccessivo - ma una cannonata «di striscio», che
ha devastato «solo» due camere, doveva servire da avvertimento per quella stampa
recalcitrante che non aveva seguito il diktat statunitense di abbandonare il
paese - nonostante le ambasciate di Bush avessero continuato a fare pressione
sui vari governi e i giornalisti americani rimasti avevano dovuto inviare una
lettera «liberatoria» ai loro editori - per lasciare spazio all'informazione
made in Usa e si ostinavano invece a riferire degli effetti della guerra, visti
dalla parte di chi la subiva. Fino a pagare di persona, come l'operatore ucraino
della Reuters, Taras Protsyuk, 35 anni, e lo spagnolo di Telecinco, José
Couso, 37 anni. Eravamo nello stesso corridoio, a poche stanze da quella di José
Couso, quando la cannonata l'ha colpita: un boato, poi le urla, i vetri, il
sangue... Poteva toccare a chiunque di noi.
Ma a Powell non importa: «in qualsiasi situazione che implichi una minaccia o
una sparatoria e che metta a rischio vite umane» le forze statunitensi «devono
difendersi». Quali vite umane? Contano solo quelle americane?
L'arroganza americana non rispetta nemmeno gli alleati: Spagna e Ucraina hanno
appoggiato la guerra in Iraq e hanno chiesto inutilmente a Washington di
indagare sull'«incidente». Quale «incidente»? Gli Stati uniti «non considerano i
civili e gli edifici civili come obiettivi militari», ha voluto precisare Powell.
Non sembra. Anche il bombardamento alla sede della tv del Qatar al Jazeera
sulla riva del Tigri, lo stesso giorno della cannonata al Palestine, e
l'uccisione di un giornalista era la risposta a «fuoco nemico»? E l'irruzione
dei marine nelle stanze dei giornalisti sempre al Palestine, armi alla mano, per
fare le perquisizioni, il 14 aprile? Chi sono i nemici?
Nove giornalisti e un collaboratore sono stati uccisi in Iraq, dieci sono
rimasti feriti, e due sono scomparsi. Ma anche le richieste fatte al Pentagono
da «Reporters sans frontières» di indagare sulla sparizione dei due giornalisti,
Fred Nerac e Hussein Othman, della rete britannica Itn, nel sud dell'Iraq sono
rimaste senza risposta.
Fonte:
il Manifesto
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