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Dopoguerra, ombre sull'Iran

di Marina Forti
8 maggio 2003

Un mattino il signor Alireza Jabbari ha chiamato la moglie dall'ufficio: mi ha convocato la polizia, l'ha avvertita. Era il 15 marzo e da quel momento lo scrittore e traduttore non ha dato più notizie di sé. Solo quattro giorni dopo, alle insistenze della signora Gohar Jabbari, la Corte Rivoluzionaria ha ammesso che era detenuto nel carcere di Rajaei Shahr, una trentina di chilometri a ovest di Tehran. E solo una settimana dopo lui ha potuto telefonare a casa. Alireza Jabbari è stato accusato di «attentato alla sicurezza nazionale», hanno appreso così moglie e colleghi della casa editrtice. Un mese dopo, il processo - a porte chiuse, senza avvocato della difesa ¡e pochi giorni fa la sentenza: 4 anni di detenzione, 253 frustate, 700 dollari di multa. Quello di Alireza Jabbari non è un caso isolato. Sina Motallebi è stato arrestato due settimane fa: scriveva di politica e arte per Hayat-è-No, un giornale chiuso di recente d'autorità, ma soprattutto è popolare come autore di un weblog, un bollettino di discussione su internet: per lui l'accusa è di «attentare alla sicurezza nazionale attraverso l'attività culturale». Poi c'è il caso di Ahmad Zeydabadi, che scriveva analisi politiche per il quotidiano a grande tiratura Hamshahri, arrestato il 12 marzo. «Nelle ultime settimane abbiamo visto un'ondata di nuovi arresti», dice preoccupata Azam Taleghani, fondatrice dell'Istituto delle donne islamiche dell'Iran ¡ una delle organizzazioni che compone qualla che qui chiamano «sinistra islamica», componente di rilievo dello schieramento che chiede riforme democratiche in Iran. La incontro nella sede del suo istituto, nella parte centrale di Tehran, accanto alla moschea dove insegnava suo padre, il defunto grande Ayatollah Mahmood Taleghani - ricordato come vera forza trainante della resistenza contro lo Shah, uno di quegli intellettuali nazionalisti che aveva anche il rispetto dei liberali e della sinistra comunista con cui aveva con diviso il carcere...

Una voce contro

La signora Taleghani, che veste un chador in versione così ortodossa da sembrare la badessa di un convento cattolico, è tra le voci più accese della critica in questo paese («povera creatura, perché quel foulard sulla testa? io ci credo ma tu no. Lo so, è la legge, ma qui toglilo pure», mi dice). E' convinta che proprio sulla libertà di stampa e di parola si giochi oggi lo scontro tra chi vuole riforme democratiche e un regime di istituzioni non elette, dai poteri assoluti. E' anche una convinta sostenitrice dei diritti delle donne, tanto che nel `97 si era candidata alle presidenziali. Non che pensasse di essere eletta, era stato un gesto di provocazione, perché la Costituzione della repubblica islamica dell'Iran non prevede donne alle massime cariche dello stato. O almeno, questa è l'interpretazione data dalle Guardie della rivoluzione: lei ha voluto sfidarla. Insieme a 252 tra attivisti politici e sociali, intellettuali, accademici, religiosi e studenti, pochi giorni dopo la caduta di Baghdad Azam Taleghani ha firmato una lettera aperta per respingere l'uso della guerra per «portare la democrazia» in Iraq, e per sostenere che l'unico modo di respingere le minacce di intervento esterno in Iran è rafforzare la democrazia, rilasciare i prigionieri politici, restituire sovranità alle istituzioni democraticamente elette (vedi il manifesto, 1 maggio). Ma al contrario di altri illustri riformisti, lei non è affatto convinta che la presenza degli Stati uniti in Iraq favorirà un clima di democrazia a Tehran. «Non credo che i conservatori siano più disponibili a compromessi perché sentono la pressione degli americani. Al contrario, i segnali lanciati negli ultime settimane dicono che il regime si arrocca».
E' illusorio, dice, lo spiraglio di compromesso che appare nello scontro tra il Majlis (parlamento) e le istituzioni di controllo della Rivoluzione islamica (nominate dalla Guida Suprema, massima autorità religiosa e civile della Repubblica islamica). Invece, Azam Taleghani fa notare che un certo giudice, Mortazavi, già capo della sezione speciale per la stampa, noto per le sue posizioni oltranziste, è stato promosso presidente del tribunale di Tehran, posizione di estremo potere: «e subito sono ripresi gli arresti». I giornali riportavano giorni fa anche la nomina del nuovo sindaco di Tehran: ultraconservatore, la sua maggiore credenziale è di essere stato tra i fondatori di Ansar Hezbullah, la milizia di «difensori della Guida suprema» usata per andare a picchiare gli studenti durante il movimento dell'università, le proteste pubbliche, le donne che non rispettano il codice d'abbigliamento.
Il nome del giudice Mortazavi fa fremere di rabbia la signora Zaydabadi: nel salotto di casa sua mi racconta che quando suo marito era stato arrestato la prima volta nell'agosto del 2000, con l'accusa di «propaganda contro la repubblica islamica» e «diffusione di voci false contro lo stato e i valori islamici», proprio quel giudice l'aveva ammonita a non fare ricorso contro la condanna (23 mesi di carcere, l'interdizione per 5 anni dai diritti civili, divieto di firmare articoli o concedere inrterviste): «Non ve ne verrà alcun vantaggio, ci ha detto». Allora Ahmad Zaydabadi rimase in carcere 7 mesi, parte in isolamento, parte in celle comuni; 5 mesi senza neppure essere interrogato, poi due in una prigione segreta («è chiamata prigione numero 59, molti credono che sia tenuta dalle Guardie della rivoluzione»). «Poi d'improvviso l'hanno processato e scarcerato». La sentenza di appello è arrivata un mese fa, il 9 aprile, preceduta dal secondo arresto. Intanto, da un anno è in carcere un centinaio di amici e attivisti del Partito del Movimento per la libertà che si erano riuniti per festeggiare il suo primo rilascio: tutti accusati di cospirazione contro lo stato... Ora Zeydabadi è a Evin, il carcere di Tehran dove erano chiusi i prigionieri politici già all'epoca dello Shah, nella stessa cella con Akbar Ganji, pure lui giornalista, uno dei più noti prigionieri politici iraniani (sta scontando una condanna a 7 anni).

Nessun negoziato

No, non c'è segno di negoziato da parte del regime, insiste Azam Talaghani. Riassume: «Quelli che ora chiamiamo conservatori sono riusciti, dopo la rivoluzione, a eliminare ogni opposizione», dalla sinistra comunista al dissenso nello schieramento islamico, a quel movimento intellettuale chiamato «nazionalismo islamico», o sinistra islamica, a cui si richiamava suo padre ¡ alla parete vedo una famosa foto dell'Ayatollah Taleghani seduto per terra nel Majlis durante le assemblee della costituente rivoluzionaria. «Questo movimento intellettuale è stato influente nella resistenza contro lo Shah, e durante la rivoluzione. Ma poi, poco a poco, il clero conservatore ha cominciato a emarginarlo, zittirci, mandarci al confino». Secondo la signora Taleghani le elezioni del 1997, che hanno portato alla presidenza della repubblica Mohammad Khatami, hanno segnato il riemergere di questa opposizione. «I conservatori hanno cercato di eliminare anche Khatami, ma quando è stato eletto e rieletto hanno fatto ricorso alla vecchia arma di creare crisi: la repressione contro gli studenti, la chiusura di giornali, le ondate di arresti di giornalisti e scrittori». Hanno messo ogni ostacolo, vanificato le decisioni approvate dal Majlis, bloccato l'azione del governo, «cercato di mostrare che i riformisti sono incapaci di mantenere le loro promesse di cambiamento», insiste Taleghani. E hanno potuto farlo perché hanno perso le elezioni, ma controllano saldamente il sistema economico e il potere giudiziario ¡lanciato a ordinare chiusure di giornali, arresti... «E' uno stato duale», mi dice Mohsen Kedivar, capelli grigi sotto il turbante bianco da mullah ¡un religioso che critica il potere fondato sulla religione (e per questo ha trascorso un po' di tempo dietro le sbarre). Da un lato istituzioni elette ma senza poteri reali, dall'altro le istituzioni non elette della repubblica islamica, emanate dalla Guida suprema (il Consiglio delle Guardie della rivoluzione, il Consiglio del discernimento), che controllano i militari e i servizi di sicurezza. «Da un lato i cittadini, dall'altro istituzioni che si pretendono nominate da dio, dunque assolute e indiscutibili». Incontro Mohsen Kedivar un pomeriggio assolato alla Fiera di Tehran, dove è in corso il salone del libro ¡evento di grande attrattiva a giudicare dalla folla (giovanissima); ci sono anche decine di case editrici di 35 paesi, ed è una buona occasione per comprare libri stranieri a prezzo di favore. Un intero padiglione è dedicato alla stampa, e tra le aiuole ci sono tendoni che ospitano dibattiti o conferenze. Una tratta di libertà di stampa, ed è qui che trovo Kedivar, intento a denunciare: «Il potere è contro chi scrive, hanno chiuso 90 giornali negli ultimi 4 anni, una cinquantina di giornalisti sono in galera». Mi dice che non vede segni di flessibilità da parte del regime: «La sfida è profonda, i conservatori non sono disposti a cedere neanche un briciolo di potere perché sanno di non avere consenso, in uno stato di libertà nessuno li voterebbe».

Una situazione bloccata

Kedivar sostiene che la situazione è bloccata, e la sua opinione è condivisa da molti: così propone «un referendum sui poteri delle istituzioni non elette». Sembra che l'Iran sia in attesa di qualcosa che faccia precipitare un cambiamento, dico a Azam Taleghani. Molti sono disillusi dalle riforme di Khatami. «Lui ha creduto che sia possibile cambiare il sistema dall'interno ma i conservatori sono riusciti a bloccare la democratizzazione dello stato», risponde la dirigente delle donne islamiche, ma bisogna considerare i poteri che ha avuto contro: «E' vero, non ha mantenuto le promesse. Certo, poteva prendere misure più decise di quello che ha fatto, ma intanto è riuscito a far accettare l'idea che dei cambiamenti sono necessari, e evitare una guerra civile». Vuol dire che c'era il pericolo di guerra civile? «I conservatori l'hanno sperato e auspicato: avrebbero avuto il modo di lanciare una repressione generalizzata», come le vecchie ondate di esecuzioni. «Certo, i cittadini non vedono questo, vedono che i cambiamenti sono molto lenti». Aggiunge: i conservatori «sono riusciti a etichettare il movimento per le riforme come pro-americano, filo-occidentale, infedeli. Ma guarda: se gli americani vogliono far pressione sull'Iran, lo stato risponderà con la repressione. Qui hanno diffuso la notizia che gli Stati Uniti sosterranno le organizzazioni non governative iraniane che lottano per la democrazia: ma le associazioni devono rivelare il loro bilancio, e così sarebbero solo accusate di essere pagate dagli americani. Qui c'è un processo interno di cambiamento, per quanto lento e difficile. Ogni cosa che gli americani diranno a favore dei riformisti, qui sarà usato contro di noi. D'altra parte la democrazia non si porta con le armi, lo vediamo bene in Iraq... Se gli americani intervenissero qui si accorderebbero subito con dei conservatori. Abbiamo bisogno di cambiamenti profondi, politici e culturali, trovare la via per opporci all'estremismo religioso».


Fonte: il Manifesto

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