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di padre
Giulio Albanese
15 maggio
2003
Durante le tragiche settimane che hanno preceduto la guerra in Iraq e nel
corso di quello stesso sanguinoso conflitto, non poche voci si sono levate in
Europa e negli Stati Uniti contro il movimento pacifista accusato di scendere in
piazza solo in funzione di certe ideologie anti-americane, affette dal solito
trito e ritrito ‘catto-comunismo’ anni ‘70. Senza voler polemizzare più di tanto
con chi si ostina a difendere il ‘nuovo disordine mondiale’, per amore alla ‘Verità’,
credo sia doveroso richiamare certi signori al buon senso, ammesso che ne
abbiano ancora. Dire "no alla guerra" per loro significava legittimare un
dittatore del calibro di Saddam Hussein e, paradossalmente, esserne complici.
A
questi benpensanti, che oggi parlano senza pudore di "disfatta pacifista" e
hanno l’ardire di difendere ad oltranza l’operato delle forze alleate contro
obiettivi civili in terra irachena, sarebbe opportuno rammentare che da anni il
mondo missionario cattolico è in prima fila, assieme ad altre chiese e a tante
componenti del volontariato internazionale e della cooperazione, nel denunciare
le numerose guerre dimenticate che affliggono il nostro povero mondo.
È di
questi giorni la tragica cronaca di Bunia, città congolese dell’Ituri, epicentro
di cruenti scontri tra milizie delle etnie rivali dei Lendu e degli Hema nei
quali sono stati uccisi decine di civili inermi, tra i quali tre sacerdoti,
padre François Xavier Çateso, padre Aimé Ndjabu, e padre Raphael Ngoma.
Gli
interessi in gioco, per chi tra loro non lo sapesse ancora, sono in gran parte
legati alla spartizione del potere per il controllo delle immense risorse
minerarie della regione.
Ebbene, in queste tragiche circostanze, la stampa
occidentale, inclusa quella nostrana, ha quasi del tutto ignorato questi tragici
avvenimenti dando spazio ad un’informazione a dir poco ‘casareccia’ farcità di
gossip, cronaca rosa e altre fanfaluche. Se le grandi testate giornalistiche
fossero più sensibili e puntuali nel raccontare i drammi che affliggono certe
periferie del mondo, forse oggi assisteremmo ad un’informazione meno
spettacolarizzata e soprattutto capace di rispondere alle esigenze
solidaristiche del ‘villaggio globale’. Potremmo disquisirne all’infinito, ma
tutti i conflitti - poco importa se di liberazione, preventivi, umanitari o
patriottici che dir si voglia - causano sempre ammassi di macerie, dove il
rancore cova da mattina a sera, dove non v’è legge, dove i 'Signori della
Guerra' fanno affari a bizzeffe, mentre i loro clienti, mercanti di pepite, sono
pupazzi del dio denaro che - dopo averli ipocritamente sostenuti e finanziati -
hanno l’ardire di considerarli mortali nemici.
È difficile, ammettiamolo,
raccontare quello che accade sui fronti africani, come anche nei campi di
raccolta disseminati nel grande continente. In fondo, alla stragrande
maggioranza dei nostri illustri direttori di testata, quello che accade nel Sud
Sudan, dove si combatte dal 1983 un conflitto che ha causato oltre due milioni
di morti, non interessa più di tanto; non foss’altro perché il ‘business’ del
petrolio, che soggiace alla sanguinosa guerra, è meno rilevante (per loro,
s’intende!) del caso di Leno o del delitto di Cogne. Per non parlare della
Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire ai tempi di Mobutu Sese Seko) di cui
sopra, una sorta di grande miniera a cielo aperto fatta di oro, coltan, niobio,
diamanti, rame e quant’altro. Qui si combatte ancora, dal 2 agosto del 1998,
nonostante gli accordi di pace pare abbiamo messo formalmente d’accordo le
numerose bande armate che infestano il Paese.
I bilanci ufficiali parlano di
oltre tre milioni di morti in meno di 5 anni. Intanto nel nord Uganda,
l’Esercito di resistenza del signore (Lra), un movimento armato nato alla fine
degli anni ’80, continua a perpetrare quotidianamente disastri per interessi,
almeno in parte, legati al vicino Sudan.
Come se non bastasse, in Burundi,
piccolo e grazioso Paese nel cuore della regione dei ‘Grandi Laghi’, nonostante
gli sforzi negoziali di uomini del calibro di Nelson Mandela, si spara quasi
tutti i giorni sulle colline che circondano la capitale, Bujumbura. È dal 1993
che i burundesi sperimentato un calvario fatto di mattanze quotidiane. Nel Paese
del cacao, la Costa d’Avorio, il governo del presidente Laurent Gbagbo sta
tentando di salvare la faccia nei confronti di ben tre movimenti ribelli, nati
con i quattrini di poteri occulti e non certo della società civile. La Liberia è
ostaggio di banditi, primo fra tutti - per inciso, non è un mistero! - il
presidente Charles Taylor, principale sobillatore dell’Africa Occidentale. La
Somalia, nel frattempo, è senza Stato, dal lontano 1991.
Con la caduta del
regime di Siad Barre il Paese si è frantumato in una galassia di potentati in
lotta tra loro. Nella Repubblica Centrafricana il golpista François Bozizé,
autoproclamatosi presidente nel marzo scorso, fa il bello e il cattivo tempo con
la benedizione di padrini che pare siano guarda caso interessati all’oro nero.
Ma laddove non c’è guerra, spesso in Africa si muore di fame.
Basterebbe pensare
ai 15 milioni di persone a rischio nel Corno ed ad altrettante in Africa
australe.
A parte l’Osservatore Romano, Avvenire, il Manifesto e le rubriche
religiose di Radio Rai, queste guerre dimenticate e le tragedie di milioni di
civili inermi sono solo nel cuore del Santo Padre, delle chiese e della società
civile. Come vorremmo che i nostri telegiornali, delle reti pubbliche e private,
raccontassero alla gente certe verità sottaciute, lasciate di proposito nel
cassetto, per rispondere alle esigenze di un presunto mercato massmediale che,
quanto ad ascolti e tirature, sembra andare di male in peggio. Se qualcuno
cominciasse davvero a parlare del profondo Sud del ‘villaggio globale’, siamo
certi che milioni di persone tornerebbero in piazza per dire "no alla guerra e
alla povertà!".
Per carità, tutti sanno che la Champion league buca il piccolo
schermo, ma siamo certi che anche l’Africa, con le sue tragedie e la sua
straordinaria voglia di vivere, farebbe lo stesso. (di padre Giulio Albanese)
Fonte: Misna
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