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della stessa autrice
Dopoguerra, ombre sull'Iran
Giornalisti e intellettuali in prigione, giornali chiusi,
divieto di esprimere le proprie idee. La repressione regna ancora in
Iran, dove il regime rifiuta di trattare con i riformisti. Ma il paese,
nonostante tutto, non rinuncia al cambiamento e cerca la sua strada
verso la democrazia.
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Le parole sotto il velo |
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di Marina Forti
25 maggio 2003

L'edificio ospitava Fath, uno dei quotidiani
indipendenti chiusi dalla magistratura iraniana nei primi mesi del 2000. Tutto,
dai blocchi di carta intestata alla deserta sala delle riunioni di redazione,
rievoca quel giornale, dice con nostalgia Emad-din Baghi: lui ne era il
direttore. Arrestato alla fine di marzo del 2000, è stato scarcerato lo scorso
febbraio, dopo tre anni. Ma si sente in «libertà provvisoria», un po' come tutti
i giornalisti e scrittori in Iran. Sarà che i partiti politici hanno vita
fragile, statuti legali incerti, mancano di una struttura organizzativa: sta di
fatto che critica politica e opposizione, in Iran, si esercitano soprattutto
dalle colonne dei giornali. Però 90 testate sono state chiuse e una cinquantina
di giornalisti e scrittori sono stati arrestati negli ultimi tre anni - tre
nell'ultimo mese e mezzo. La stampa è il principale bersaglio della
controffensiva conservatrice alla timida democratizzazione avviata dal
presidente Mohammad Khatami cinque anni fa. Proprio nel `97 è cominciato il
giornalismo indipendente, quando un'inattesa vittoria elettorale ha portato alla
presidenza della repubblica questo religioso convinto di poter riformare
dall'interno il sistema nato dalla rivoluzione islamica e basato sul potere
assoluto della Guida suprema, massima autorità religiosa e insieme civile
dell'Iran. Spiragli d'apertura nel sistema erano già apparsi, ma tutto è stato
accelerato dal «presidente che sorride» (una novità, nell'arcigno panorama degli
ayatollah): è mutato il clima politico e sociale. Cambiamenti visibili nei
vestiti delle donne, invece del chador pantaloni e spolverini sopra al
ginocchio; blu e anche colori vivaci al posto del nero; i capelli sporgenti dai
foulard; sotto i grembiuloni delle studentesse, i jeans ... segnali importanti
perché proprio l'obbligo di coprire corpi e teste delle donne è il simbolo
fondante del sistema di potere in Iran.
La ventata di apertura ha rivoluzionato la vita pubblica: eventi culturali,
gallerie d'arte, teatri, cinema si sono moltiplicati a Tehran e poco a poco in
tutto il paese - oggi interi siti su internet recensiscono la vita cittadina.
Sono nati anche i primi giornali non controllati dallo stato. Il primo uscì
proprio nel `97, ricorda Baghi, Jame'e: lui era uno dei columnist. Presto
fu chiuso (la magistratura è un bastione dei conservatori), ma decine hanno
aperto, da cui hanno preso la parola religiosi dissidenti, intellettuali,
attivisti laici, accademici. Finché è scattata la reazione...
«Il potere in Iran si è strutturato come una casta in cui nessuno entra, ma da
cui è espulso chi critica: Khatami era una minaccia a questa casta chiusa, e
così pure i giornali», mi dice Baghi. Anche perché quel giornalismo indipendente
ha cominciato a esporre gli aspetti più oscuri del potere: «Abbiamo scritto sui
serial killings, e ci ha attirato la repressione giudiziaria». Serial
killings, omicidi seriali: in Iran è chiamata così la «misteriosa» ondata di
omicidi di intellettuali, scrittori o attivisti politici iniziata nei primi anni
'90 e intensificata nei primi anni della presidenza Khatami. Non erano più i
tempi delle esecuzioni di massa di oppositori, nei primi anni `80 e ancora
nell'88, alla fine della guerra con l'Iraq: allora migliaia di persone furono
uccise in carcere e l'ondata di sangue aveva suscitato critiche fin
nell'entourage dell'ayatollah Khomeini, Guida suprema della rivoluzione.
Le esecuzioni di massa però appartenevano a un'epoca emergenziale. Il caso degli
scrittori e attivisti laici uccisi in casa o per strada - oltre 80 nella seconda
metà degli anni `90 - era invece un'intimidazione mirata contro il dissenso. Nel
`98 a Tehran il funerale di due attivisti uccisi, Darioush e Parvaneh Foruhar,
si trasformò in una manifestazione di piazza. È da allora che Baghi e un altro
giornalista oggi dietro le sbarre, Akbar Ganji, scrivono articoli di indagine.
Poco a poco hanno tirato in causa personaggi intoccabili, religiosi altolocati.
I mandanti, hanno scritto, erano nel Ministero dell'informazione. Nel nuovo
clima di apertura, ogni nuova denuncia faceva scalpore. Sotto pressione, il
ministro dell'informazione ha dovuto fare pubbliche scuse e ammettere la
responsabilità della polizia segreta. Elementi deviati, beninteso: ma anche
così, era la prima volta nella storia dell'Iran che la polizia segreta era
costretta a una simile ammissione.
«Scrivendo dei serial killings abbiamo dimostrato cosa succede quando gli
apparati di sicurezza sfuggono al controllo democratico», mi dice Baghi, «quello
esercitato da un parlamento liberamente eletto e sovrano. Per questo noi
giornali e giornalisti siamo una minaccia alla casta del potere».
Poco dopo la pubblica, scandalosa ammissione del ministro, i due giornalisti
sono stati arrestati. Akbar Ganji è stato condannato a 10 anni, Baghi a 8 poi
ridotti in appello.
Libero da quattro mesi, Emad-din Baghi ha ripreso a scrivere commenti, ma non
vuole imbarcarsi in un nuovo giornale. Pensa a una casa editrice, ma il suo
libro «Religiosi e potere» attende da mesi l'imprimatur dalla censura, e
non lo otterrà facilmente: il rapporto tra gerarchia religiosa e potere è il
nodo centrale dell'Iran oggi.
Baghi appartiene a quella corrente di «intellettuali islamici» che ebbe un ruolo
di rilievo nella lotta contro lo Shah e nella rivoluzione islamica - studente
neppure ventenne, era allora un discepolo del grande ayatollah Montazeri.
Ammirava ideologhi come Abbas Abdi, che di lì a poco divenne un leader degli
studenti che invasero l'ambasciata degli Stati uniti a Tehran, tenendo decine di
diplomatici in ostaggio per 444 giorni (oggi Abdi è tra i sostenitori di riforme
democratiche, ed è in galera). Sono questi intellettuali che oggi alimentano il
movimento per la democrazia, considerano traditi gli ideali originari,
denunciano la paradossale dittatura religiosa in cui vive l'Iran: un sistema
duale in cui istituzioni democratiche elette (parlamento e presidente della
repubblica) sono affiancate da altre istituzioni nominate dalla Guida suprema,
investita del principio del velayat-e-faqih, «supremazia del
giureconsulto». («Si pretendono nominati da dio, sono un potere assoluto e
dittatoriale», mi dice l'ayatollah Mohsen Kedivar, un religioso dissidente).
Senza appello: il Consiglio dei Guardiani, giuristi nominati dalla Guida
suprema, può respingere le leggi ritenute non conformi alle norme islamiche, e
il «Consiglio per il discernimento delle scelte» arbitra i conflitti tra
parlamento e istituzioni rivoluzionarie.
Quando ha visto prevalere quello che oggi chiama potere totalitario? Baghi
risponde parlando di legittimità: «La rivoluzione islamica va considerata nel
suo tempo... Le istituzioni allora erano legittimate dalla rivoluzione stessa e
dal carisma del suo leader», l'ayatollah Khomeini, defunto nell'89. Emarginato
Montazeri, la battaglia per la successione alla Guida suprema fu vinta da Ali
Khamenei (elevato per l'occasione al rango di ayatollah). «Il nuovo leader non
aveva legittimità, ma ha costruito un sistema di potere che giustifica ogni sua
decisione. Ogni critica al sistema diventa un oltraggio alla religione e alla
rivoluzione islamica». Dunque distingue tra prima e dopo Khomeini? Baghi pensa a
lungo: «Forse, il principio di uno stato democratico era contradditorio con
l'ideologia stessa del leader supremo».
Oggi è radicale la critica di questi intellettuali islamici. Dal carcere, Akbar
Ganji ha inviato di recente una lettera (diffusa su internet), un «manifesto
della repubblica», dove sostiene che il clero va espulso dal governo.
Altrettanto radicale Hashemi Aghajari, veterano della guerra Iran-Iraq, storico
all'Università di Hamedan e membro dell'Organizzazione dei Mojaheddin della
rivoluzione islamica (una sorta di «sinistra islamica» che preconizza
un'autorità sottomessa alla costituzione e non viceversa): lo scorso novembre ha
parlato di «protestantesimo islamico» - accusa il clero sciita di aver formato
una classe dirigente che usa la religione per perpetuare il proprio potere
terreno e bloccare l'evoluzione della società, e auspica la separazione della
religione dalla politica. Un discorso che gli è costato la condanna a morte,
sospesa dopo la protesta degli studenti di Tehran e altre città. Pochi giorni
fa, alla prima udienza del nuovo processo per «blasfemia», Aghajari ha rifiutato
di discolparsi «finché il tribunale non sarà aperto al pubblico e alla stampa».
Critiche simili sono formulate da intellettuali di stampo più chiaramente laico
- come lo scrittore e traduttore Alireza Jabbari, scomparso tre mesi fa e
«ricomparso» in carcere (vedi il manifesto, 6 maggio). O da molti
studenti: secondo stime ufficiose, circa 300 oggi sono in galera, senza chiare
accuse, spesso in carceri non-ufficiali gestite da corpi separati dello stato.
Baghi descrive un potere arroccato: le riforme sono bloccate, la magistratura
continua ad arrestare attivisti. E però, fa notare, «il settore totalitario
prende sul serio la minaccia americana»: dopo la caduta di Baghdad in effetti
l'Iran è accerchiato dalle truppe Usa. La pressione su Tehran aumenta: ne sono
il segno le accuse di interferire in Iraq, o di violare i trattati di non
proliferazione nucleare. Nell'establishment iraniano è aperto un dibattito sulle
relazioni con gli Stati uniti: parte dei conservatori è disposta a trattare con
Washington, «dicono che non bisogna dare scuse agli Stati uniti per un altro
regime change americano, stile Baghdad». Molti riformisti sperano che tutto
questo spinga il potere a compromessi, centinaia di intellettuali e deputati in
queste settimane hanno firmato appelli a rafforzare le riforme democratiche.
Baghi è convinto però che il potere non verrà facilmente a patti. «Il gruppo più
oltranzista pensa che ogni flessibilità sarà vista come un cedimento, e sanno
che se il potere comincia a cedere è finito».
Si preparano tempi bui. «I conservatori controllano economia, esercito e
magistratura. Useranno armi e prigioni per reprimere tutto ciò che minaccia il
loro potere. D'altra parte, molti iraniani sono delusi dalla lentezza delle
riforme: così, andiamo a una radicalizzazione dello scontro. Si radicalizza il
potere, nel timore di perdere presa, e si radicalizzano i riformatori». Eppure,
ai delusi delle riforme Baghi ricorda che libertà e giustizia «si negoziano» in
un continuo scontro con il potere. «E quando avremo conquistato un po' di
democrazia, ricordate che avremo dovuto batterci contro il lato oscuro del
potere, quello dei serial killings».
Fonte:
il Manifesto
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