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di Marco D'Eramo
4 giugno 2003
Durante la cena, il Tg ci mostra il sospetto che cammina in
stazione, o per strada, o in un grande magazzino, ignaro delle telecamere che lo
riprendono. Dopo cena apriamo i messaggi e-mail che sono già stati setacciati
dal sistema di sorveglianza Echelon. Il telefono cellulare segnala la nostra
posizione sempre, anche quando è spento. Sono in fase avanzata i software
che riconoscono le voci, identificano le facce. I progressi della tecnologia
fanno sembrare trogloditici trabiccoli i diabolici strumenti che George Orwell
aveva immaginato nel suo 1984. Ma questa sorveglianza continua, noi la
patiamo senza l'angoscia che descriveva Orwell nella sua utopia negativa (distopia).
Le telecamere non ci tolgono l'appetito, le intercettazioni non ci impediscono
di scrivere in intimità; l'essere sorvegliati - il vivere in pubblico - è
diventata una condizione normale che rimuoviamo. Proprio come nel mondo di
Winston Smith nel 1984: «Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtù
dell'abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi
prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento - che non fosse fatto al buio -
attentamente scrutato» (ma noi siamo scrutati anche al buio, dagli infrarossi).
Attualissimo quindi Orwell (1903-1950) nel centenario della nascita: non ci
proclamano ogni giorno che «Guerra è Pace» (uno dei tre slogan di 1984)?
Non vi richiama nulla «il nemico contingente incarna sempre il male assoluto»?
E non vi fa drizzare le orecchie questo passo: «Nel generale imbarbarimento,
pratiche che erano state abbandonate, in qualche caso per centinaia di anni -
incarcerazioni senza processo, ..., ricorso alla tortura al fine di estorcere
confessioni, ... - non solo ridiventano comuni, ma sono tollerate e persino
difese da persone che si considerano illuminate e progressiste» (corsivi
miei)?
Invece della bigotta espressione «pensiero unico», non vi pare più appropriato
il concetto di bipensiero? «Raccontare deliberatamente menzogne e nello
stesso tempo crederci davvero», «dimenticare tutto ciò che era necessario
dimenticare ma, all'occorrenza essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi
eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il
procedimento al procedimento stesso». In 1984, un giorno il nemico è
Estasia e l'alleato è Eurasia; il giorno dopo alleanze e ostilità cambiano. Nel
2002 un giorno il grande nemico è Osama bin Laden, e il grande schermo non parla
d'altro. Il giorno dopo bin Laden è dimenticato e si parla solo di Saddam
Hussein. Ma poi anche Saddam cade nell'oblio.
Eppure, pur fra tanti elementi orwelliani, a noi non sembra di vivere nello
stato totalitario che tanto angosciava Orwell. La prima ragione è che, se lo
scrittore inglese aveva ragione sul tipo di mondo futuro, sbagliava invece su
chi l'avrebbe attuato. Il soggetto della distopia orwelliana era lo Stato
totalitario. Da noi invece a esercitare i compiti di «psicopolizia» sono per lo
più i privati, le forze del mercato: i nostri dati circolano con le carte di
credito, nei moduli degli acquisti online, nei tagliandi di garanzia dei nostri
acquisti, nei telepass austostradali, nei codici a barre dei tesserini
aziendali. «Fino agli anni `90 - coerentemente con l'orwelliano 1984 -,
si assumeva ancora che il più grande pericolo inerente alla sorveglianza
informatizzata fosse costituito dallo stato-nazione, mentre la grande impresa
capitalistica era ritenuta una fonte di rischio decisamente secondaria» (David
Lyon, La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana,
Feltrinelli, 2002). Ma la deregulation ha investito anche la «polizia del
pensiero»: quando i database sono connessi in rete, «non è più necessario un
sistema di sorveglianza centralizzato quale quello paventato da Orwell». Siamo
insomma in piena «sorveglianza postmoderna»: alla luce del liberismo che ispira
l'attuale leader del Labour party inglese, sembra quasi un'ironia della storia
che il vero cognome di Orwell fosse Blair.
Nel 1984 è la Pornosez del Ministero della Verità (Reparto Finzione) a
produrre il materiale che poi «i giovani prolet compreranno di nascosto, con
l'illusione di compiere un'azione illegale»; da noi è il mercato che inonda la
rete con film porno che saranno piratati e masterizzati di nascosto. Non
è un caso se il Grande Fratello è uno show delle tv private (però in inglese
Big Brother vuol dire fratello maggiore).
Il passaggio dal Leviatano statale alla sorveglianza di mercato produce anche
uno slittamento del registro, dal tragico/gotico all'attuale pulp: le
nostre vite scorrono non in un inferno, ma in un film da quattro soldi.
L'equivalente attuale di 1984 sarebbe Matrix, ma proprio nel
paragone si legge la differenza tra i due secoli. Matrix ci appare
onirica, mentre negli anni `50 1984 risuonava di un suo truce realismo.
Questo declassamento di registro è dovuto anche al benessere (per quanto
relativo) delle società industrializzate. Lo stato totalitario di 1984 è
insopportabile non solo perché la sorveglianza è continua, con il Ministero
dell'Amore (degli interni) sempre in agguato, ma soprattutto perché incombe la
miseria, il «caffè Vittoria» è vomitevole, le sigarette Vittoria sono così vuote
che a tenerle dritte il tabacco cade, il gin Vittoria «emana un odore nauseante,
odioso, che ricorda l'alcol di riso cinese», le case sono «fatiscenti, con i
fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone, i tetti
ricoperti da fogli di lamiera ondulata» e la vita è «solo un mesto sgobbare, una
lotta al coltello per un posto a sedere in metropolitana, un rammendare calzini
consunti, un mendicare una pasticca di saccarina, un mettere da parte le cicche
di sigaretta».
Il mondo del 1984 è orribile non solo e non tanto perché la libertà è
soppressa, ma perché è immerso in una lurida, pulciosa indigenza. Ma che effetto
fa una progressiva soppressione di libertà senza indigenza? in fondo il
nazismo, fino al 1939, fu proprio questo: il suo militar-keynesismo fece
superare alla Germania la terribile depressione del 1929-1932 e fu proprio il
ritrovato benessere a costituire la sua base di consenso presso i tedeschi.
Certo è che con un buon vino e un gelato saporito, la dittatura ha tutto un
altro aspetto. (Orwell tardò molto, forse troppo, a convincersi che bisognava
combattere la Germania nazista).
Negli anni `60 andai in Grecia dove regnava la dittatura dei colonnelli. Mi
aspettavo carri armati a ogni incrocio, polizia segreta su ogni traghetto, e
invece il paese appariva pacioso, con libri di Marx nelle librerie, struscio per
le strade, ristoranti pieni: la dittatura c'era, ma io ne avevo un'immagine
sbagliata e perciò non la vedevo. Ci è dipinto un quadro così melodrammatico
delle tirannie che non riusciamo a capire come tanti nostri bravi genitori (o
nonni) fossero stati fascisti o nazisti. La verità è che la libertà di stampa e
di espressione si riduce a poco a poco, la sorveglianza si accentua, la sfera
d'indipendenza si restringe, ma noi continuiamo ad andare al mare d'estate, al
cinema la sera, e il Milan vince la Coppa dei campioni.
In realtà, a rivelarsi transeunte e, per un certo verso, fuorviante è la
categoria di «totalitarismo» - che Orwell contribuì a plasmare e a propagandare.
Quel mondo, e quel secolo, sono davvero finiti per sempre. Il 1984 si è
concluso nel 1989. Grazie anche al contributo di Orwell, si è dissolta
nel vento quell'Unione sovietica che incuteva tanto timore, tanto odio, e tanta
speranza (ambedue ingiustificati alla lunga). Tanto che oggi risultano
illeggibili libri che allora avevo divorato: 1984 (finito a fatica) e
La fattoria degli animali (che ho mollato esasperato): e non ho il coraggio
di riprendere in mano Omaggio alla Catalogna che all'epoca mi appassionò.
Rimane la straordinaria creatività linguistica di Orwell (bipensiero,
Grande Fratello, neolingua): fu lui a coniare il termine «guerra
fredda». Ma emerge il razzismo («Da un membro del Partito si esigeva un
atteggiamento simile a quello di un antico ebreo»), la misoginia («Erano infatti
le donne - specie le più giovani - a fornire al partito i suoi affiliati più
bigotti, pronte come erano a ingoiare ogni slogan e a fare le spie dilettanti»).
Che poi lo stesso Orwell abbia «fatto la spia dilettante» e sia stato
informatore dei servizi, mostra che egli stesso
era vittima di quel bipensiero che aveva coniato.
Fonte: il Manifesto
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