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«La libertà di stampa non parla più basco»

Intervista al direttore di «Egunkaria», giornale basco chiuso da Madrid

Le derive della "guerra contro il terrorismo"
Regressione democratica nel paese basco spagnolo

di Cédric Gouverneur
Fonte: Le Monde Diplomatique
15 giugno 2003

«La priorità assoluta per una democrazia è proteggere la vita umana», afferma Ramon Mugica, avvocato di Bilbao, secondo nella lista del Partito popolare (Pp, di destra) alle elezioni municipali del 1995.
Una collocazione che gli è valsa di comparire su un'altra lista: quella dei bersagli dell'Eta
(1). «In una democrazia - insiste Hector Portero, giovane consigliere municipale Pp di Bilbao, minacciato di morte - i partiti politici devono rispettare le regole del sistema democratico. Il che non avviene con Batasuna». Il 17 marzo 2003, il Tribunale supremo spagnolo ha messo fuori legge la coalizione indipendentista, facendo riferimento ad una legge del giugno 2002, in base alla quale sono illegittimi i partiti che rifiutano di «condannare il terrorismo». Una misura eccezionale: Londra non ha mai messo fuori legge il Sinn Fein, il braccio politico dell'Esercito repubblicano irlandese (Ira), e la Corte costituzionale di Karlsruhe ha rinunciato a bandire il Partito neonazista Npd. Solo la Turchia ha decretato l'interdizione del Refah (islamista) e dell'Hadep (kurdo).
Creata nel 1978, la vetrina politica dell'Eta ha cambiato nome tre volte in vent'anni. Madrid garantisce che questa volta non potrà partecipare alle elezioni municipali del 25 maggio, nonostante abbia creato un nuovo surrogato chiamato AuB. Il partito indipendentista basco Henri Batasuna, con sette deputati nel parlamento della Comunità autonoma del Paese basco (Capv), rappresenta il 10% dell'elettorato e controlla 62 comuni nell'Euskadi e in Navarra. La sua interdizione legale è rafforzata da una serie di misure giudiziarie prese dal giudice Baltasar Garzon, per prosciugare - come avrebbe detto Mao Zedong - l'acqua nella quale nuota il «pesce» Eta: sequestro dei locali di Batasuna, blocco dei suoi conti bancari, chiusura dei siti Internet, interdizione dell'organizzazione della gioventù (Segi), dei gruppi di sostegno ai detenuti dell'Eta, delle manifestazioni che si richiamano al partito... inoltre, il magistrato chiede al Batasuna 24 milioni di euro, come risarcimento per le violenze urbane commesse dai giovani di Segi.
Il clima del dopo 11 settembre 2001 favorisce l'offensiva: in tutte le democrazie occidentali, una generica dichiarazione di «guerra contro il terrorismo» serve come pretesto per la restrizione delle libertà, dal bagno penale di Guantanamo all'estradizione verso l'Italia degli ex brigatisti rossi rifugiatisi in Francia
(2). Dal canto suo, il primo ministro José Maria Aznar si allinea al Pentagono sulla questione irachena - tra le proteste dell'opinione pubblica - e moltiplica gli inesistenti confronti tra Eta e al Qaeda. L'interdizione del Batasuna si spiega anche con l'autoritarismo del Pp che, in alcuni suoi comportamenti, tradisce nostalgie franchiste: a fine marzo, il ministro dell'interno Angel Acebes ha puramente e semplicemente «proibito» le manifestazioni contro la guerra, probabilmente perché spaventato dal successo di quelle del 15 febbraio. Inutilmente: sono state le più imponenti dal ritorno della democrazia. Amnesty International denuncia «l'esistenza di una vera e propria situazione d'impunità (...) per gli agenti di pubblica sicurezza riconosciuti colpevoli di torture» contro militanti dell'Eta e immigrati. Alcuni poliziotti messi sotto accusa sono stati graziati dall'esecutivo, se non addirittura promossi (3). È rivelatrice dell'ambigua relazione che il Pp intrattiene con l'ignobile passato della destra spagnola, la decorazione postuma concessa nel 2001 a Meliton Manzanas, a nome delle «vittime di violenze politiche». Capo della polizia di Franco a Irun, ex collaboratore della Gestapo, Manzanas, prima vittima dell'Eta nel 1968, aveva torturato e fatto torturare centinaia di baschi.
La stampa imbavagliata Più prosaicamente, l'interdizione ha scopi elettorali: i tre quarti dei baschi rifiutano la decisione, ma la società, i media e i partiti spagnoli, traumatizzati dagli attentati, la approvano senza riserve.
È così che il 90% dei deputati, nell'agosto 2002, ha votato la richiesta di interdizione del Batasuna. «Qui, più di 2.000 persone vivono protette da guardie del corpo», spiega Gorka Espiau, di Elkarri, un'associazione basca per il dialogo, patrocinata da premi Nobel come l'irlandese John Hume o la guatemalteca Rigoberta Menchu. «Dalla società spagnola viene la richiesta di reagire a questa situazione». In un momento delicato dei suoi rapporti con l'opinione pubblica, «Aznar ha trovato, mettendo fuori legge il Batasuna, un diversivo sul piano della sicurezza».
Le conseguenze sulla soluzione del conflitto importano poco. «Nessuno può sperare di cancellare il terrorismo - ammette Mugica. Ma i voti del Batasuna convergeranno sul Pnv», il Partito nazionalista basco (democristiano) che governa la Capv da venticinque anni. «Per noi, il male minore», si augura. Scommessa politica rischiosa: la base sociale del Batasuna, rivoluzionaria e indipendentista, considera infatti il Pnv «collaborazionista», nel senso del collaborazionismo alla Vichy.
La «guerra contro il terrorismo» non colpisce solo il Batasuna. Il 20 febbraio 2003, Juan Del Olmo, giudice dell'Audiencia nacional, ha emesso un'ordinanza di chiusura nei confronti di Egunkaria. Il giudice sospetta l'unico quotidiano integralmente in lingua basca, diffuso in 15.000 esemplari e che impiega 150 persone, di essere uno «strumento dell'Eta» che «diffonde attraverso le sue pagine l'ideologia terrorista». In realtà Egunkaria, pur avendo intervistato membri del partito nazionalista basco, dà spazio a tutte le opinioni. Accusati di legami con l'Eta, dieci dirigenti del giornale, attuali o del passato, sono stati interrogati. Sette di loro, usciti su cauzione, parlano di maltrattamenti subiti ad opera della Guardia civil.
Vicedirettore di Radio popular, il gesuita Txema Auzmendi, membro di Elkarri - che, intervistato nel 2000, condannava senza equivoci le azioni dell'Eta
(4) - afferma che i poliziotti gli hanno fatto credere che due suoi amici fossero morti. Peio Zubiria, ex direttore di Egunkaria, si è ammalato nel corso della detenzione. Ospedalizzato, ha tentato il suicidio. Quanto all'attuale direttore, Martxelo Otamendi, racconta: «Mi hanno insultato, minacciato, bendato gli occhi, messo due volte un sacchetto di plastica in testa fino a soffocarmi, mi hanno privato del sonno, obbligato a fare flessioni...». Il ministero dell'interno querela per diffamazione, ricordando che l'Eta consiglia ai suoi attivisti di «denunciare sistematicamente ogni tortura (5)».
Da parte loro, Reporter senza frontiere e Amnesty international chiedono l'apertura di un'inchiesta. Criticata dall'Unesco, dall'opinione pubblica catalana e da alcuni media spagnoli (come El Pais e El Mundo), la chiusura di Egunkaria ha suscitato un terremoto nel paese basco, provocando una levata di scudi da parte di tutti i nazionalisti, di Izquierda Unida (Iu, sinistra), di intellettuali, universitari, sindacati, associazioni culturali, giornalisti, sportivi. È vissuta non solo come un attacco alla libertà di espressione, ma come un'aggressione contro il nazionalismo basco, contro la lingua e l'identità basca. «È un danno per i lettori, gli impiegati, ma anche per tutte le attività culturali basche di cui si occupava il giornale», accusa Otamendi.
Una percezione anacronistica I lavoratori hanno immediatamente creato un nuovo quotidiano, Egunero, di sole 16 pagine. Se ne vendono 75.000 copie, cinque volte più del precedente. Il malessere è aggravato dalle recenti perquisizioni condotte nelle redazioni di un settimanale e di una rivista scientifica nell'Euskera (Argia e Jakin), e nelle Ikastolas, le scuole basche.
La spirale dell'antiterrorismo scommette sulla sola azione poliziesca e su una sempre maggiore repressione, ma si rivela incapace, malgrado gli arresti, di fermare gli attentati. Di fatto, finisce per assimilare nazionalismo e terrorismo. Nel Paese basco, gli attacchi al diritto di stampa non sono cominciati con la chiusura di Egunkaria: nel maggio 2000, un giornalista, José Luis Lopez de la Calle, è stato ucciso da due militanti dell'Eta.
«José Luis era finito in carcere all'epoca di Franco. Trent'anni dopo, l'Eta lo ha ucciso», scriveva in quei giorni Gorka Landaburu nel settimanale Cambio 16. Anche lui viene ferito alcuni giorni più tardi da un pacco bomba. Poco dopo, Santiago Oleaga, direttore finanziario del quotidiano El Diario vasco, è ucciso a San Sebastian. Da allora, una cinquantina di giornalisti vive sotto scorta
(6). Le aggressioni si aggiungono agli attentati perpetrati, perfino in Andalusia, contro eletti del Pp e del Psoe. A fine marzo, al Pp mancavano ancora 1.500 candidati, su scala nazionale, per completare le liste elettorali in vista delle municipali di maggio: troppi rischi...
«Chi è l'oppressore, e chi l'oppresso?» si chiede, chiusa tra le sue due guardie del corpo, Mora Gotzone. Basca, professoressa di sociologia all'Università di Leioa, vicino a Bilbao, incarcerata da Franco, agli occhi dell'Eta ha il duplice torto di essere membro del Partito socialista e militante di Basta Ya!, un movimento civico contro il terrorismo e per l'autonomia. Agli insulti degli studenti indipendentisti è seguita la sua condanna a morte da parte dell'Eta.
«La mia vita è diventata un inferno. Cosa ho fatto a questa gente?
Difendere il pluralismo della società basca, è forse un crimine?» Pur protestando contro la chiusura del suo giornale, Martxelo Otamendi rifiuta di condannare esplicitamente gli attacchi alla libertà di parola: «La nostra linea editoriale è che tutti gli attori del conflitto devono abbandonare la violenza e dialogare». Controvoglia ammette che l'Eta minaccia «anche» la libertà d'espressione, poi relativizza: «l'ultimo attentato nel Paese basco è la mia tortura».
Chiamiamoli Inaki e Miren. Colta, professionalmente ben inserita, questa giovane coppia fa parte del nocciolo duro di alcune migliaia di irriducibili dell'Eta. Miren considera «giustificate» le esecuzioni di giornalisti, in quanto «sono parte in causa». «Giustificate» anche le esecuzioni di consiglieri municipali, perché «assecondano le torture dei militanti e l'oppressione del Paese basco». «Da noi è come in Chiapas, come in Palestina», afferma Inaki. Poco importa che la prospera Capv
(7) disponga di più autonomia di un Land tedesco, con il suo governo, il parlamento, un suo regime fiscale, una sua polizia, o che l'Euskera sia valorizzato e che la Spagna sia una democrazia: «L'autonomia è una libertà condizionata dalla disponibilità degli oppressori. La lotta armata è la sola via di uscita», sostiene Inaki.
L'interdizione del Batasuna non fa paura: «Se ci impediscono di votare, noi gli impediremo di votare», minacciano. Il radicalismo di cui danno prova si spiega con la nicchia sociologica in cui vive il loro mondo dotato di un suo partito, di suoi villaggi, di una propria storia. In questo universo, gli avversari politici sono visti come nemici, perché ne minacciano la coerenza ideologica. La loro eliminazione da parte dell'Eta è dunque «giustificata»... Nata nel 1959, come reazione all'oppressione franchista, l'Eta assimila fin dall'inizio la situazione dell'Euskadi, pur industrializzato, a quella di una colonia del terzo mondo. L'Algeria colonizzata serve allora da modello teorico a questo irragionevole postulato. Ancora oggi, in contraddizione con la realtà socio - politica, l'Eta crede solo nell'espulsione violenta del «colonizzatore»
(8). Nel gennaio 2003, l'Eta scrive al sub-comandante Marcos per rifiutare un'offerta di mediazione. In questa lettera aperta (9), il gruppo armato basco parla della «resistenza» degli «indigeni» d'Europa e si compiace di paragonarsi all'esercito zapatista. Nel leggere il testo, non si immaginerebbe che Franco è morto da più di un quarto di secolo. Questa percezione monca spiega la pretesa del Batasuna, la cui percentuale di suffragi va dal 10% al 18%, di parlare a nome del popolo basco (10) e di nobilitare quell'opzione armata ormai totalmente priva di legittimità popolare: il 90% dei baschi, tra cui la metà dei 130.000 elettori del Batasuna, la rifiuta (11).
Chiamiamola Rakel. Negli anni '90, questa operaia ha fatto quattro anni di prigione per aver ospitato dei militanti dell'Eta. «Amo l'Eta e non me ne pentirò mai», precisa. Il suo villaggio è un feudo del Batasuna. «Attualmente, non voto neppure più per loro. Mi astengo: la rottura della tregua ci ha fatto perdere la metà dei nostri deputati
(12). Non condanno la lotta armata, ma la strategia attuale non porta da nessuna parte. Dobbiamo cambiare per non perdere tutto. Non voterò mai per il Pnv, ma dobbiamo lavorare con loro per conquistare l'indipendenza.
Però, qui non direi queste cose in pubblico». Sabino Ayestaran insegna psicologia all'Università di San Sebastian.
Indipendentista, studioso del mondo radicale, ci spiega che i bersagli dell'Eta non sono scelti a caso. «Un esempio: Fernando Buesa, capo del Pse basco, ucciso nel 2000, voleva avvicinare i socialisti e il Pnv; avrebbero potuto concludere un accordo politico scavalcando l'Eta. L'obiettivo degli attentati è creare contraddizioni interne ai partiti». Analizzando il livello di scontro lessicale della classe politica, è giocoforza costatare che l'obiettivo è raggiunto. Ecco un florilegio rilevato in pochi giorni nella stampa: un esponente di primo piano del Pp minaccia il Pnv di «azioni giudiziarie» per la sua opposizione all'interdizione di Batasuna; il ministro della giustizia spagnolo accusa il governo basco «di agire come avvocato dell'Eta»; il Pse definisce il patto elettorale Pnv-Ea «discorso tipico di una dittatura»; Basta Ya! descrive il nazionalismo basco come «etnico e tribale
(13)»; il Pnv imputa a Basta Ya! la volontà di «creare un clima da guerra sporca»... Invettive e minacce sostituiscono argomenti e proposte. Come se la violenza dell'Eta contaminasse tutta la società basca e la polarizzasse.
«Barricato dietro i propri pregiudizi, ognuno ha paura dell'altro», sospira Gorka Espiau, di El Karri. Anche se i tempi sono quelli dell'intransigenza, i sostenitori del dialogo perseverano. Tra l'ottobre 2001 e il 2002, nel corso di una conferenza di pace, El Karri ha fatto da intermediario tra i rappresentanti di tutti i partiti - ad eccezione del Pp che ha declinato l'invito. Gemma Zabaleta, deputata socialista a Vitoria, è una delle rare voci del Pse che rifiuta l'interdizione del Batasuna: «Lo stato di diritto deve mantenersi irreprensibile». E raccomanda l'avvio di trattative sull'esempio nord-irlandese. Zabaleta è cosciente di ciò che rischia: nel 2000, l'Eta ha ucciso Ernest Lluch, capo del Partito socialista catalano (Psc) e sostenitore del dialogo, come avvertimento nei confronti di mediatori non richiesti. Ministro basco degli affari sociali, Javier Madrazo (Izquierda unida) ritiene che «bisogna elaborare un processo di indebolimento della base sociale dell'Eta, per trasformare il gruppo armato in una sorta di Grapo
(14), un gruppuscolo senza appoggio e facile da smantellare».
Questa strategia punta in particolare a riunire nel Paese basco i detenuti dell'Eta dispersi tra varie prigioni spagnole (508 detenuti) e francesi
(15). I loro parenti devono percorrere centinaia di chilometri per incontrarli nei parlatori; secondo il Batasuna, tredici sono morti in incidenti stradali. «Per il codice penale spagnolo, la dispersione è illegale», ribadisce il ministro. Nel nord dei Pirenei, le famiglie dei prigionieri dell'Eta, incoraggiate dall'annuncio del ricongiungimento dei detenuti nazionalisti corsi, fanno pressione su Parigi.
Un modello azione-repressione-azione Ma questo presuppone anche un riconoscimento del diritto all'autodeterminazione, rifiutato dallo statuto di autonomia del 1979, statuto che il 60 % degli elettori baschi all'epoca aveva approvato con un referendum.
La maggioranza plurale che governa la Capv (nazionalisti del Pnv e di Ea, Iu) elabora in questo spirito una «proposta per la coesistenza»: il nuovo patto politico di «sovranità» si baserebbe sulla libera associazione tra Euskadi e Madrid. Una relazione tra uguali, all'interno della quale Madrid dovrebbe accettare che l'appartenenza di Euskadi alla «nazione delle nazioni» spagnole, sia possibile solo per esplicita volontà della maggioranza dei baschi. «Legalmente, solo Madrid ha il diritto di organizzare un referendum - ci spiega Joseba Egibar, portavoce del Pnv. Ma niente impedisce una consultazione. Se la Spagna è una democrazia, dovrà accettarne il risultato». Un'uscita dalla crisi stile Quebec, in qualche modo. Gli indipendentisti più radicali si oppongono a questo piano. L'interdizione di Batasuna e di Egunkaria - sostiene un editoriale del quotidiano indipendentista Gara - «chiarisce quale futuro ci aspetta» nell'ipotesi di «un patto di coesistenza con la monarchia voluta da Franco». Ci dice Otamendi: «L'interdizione di Batasuna e di Egunkaria, decisa da Madrid contro la volontà del popolo basco e senza possibilità di ricorso da parte del governo autonomo, conferma ciò che sapevamo già: l'autonomia è illusoria e la democrazia inesistente». Di fronte alla repressione, Gara finge di chiedersi: «Cosa ci resta?
(15)».
Come molti gruppi armati, l'Eta funziona sul modello azione - repressione - azione: ogni attentato tende a suscitare una reazione esponenziale da parte dello stato; nell'ottica dell'Eta, la repressione serve a far cadere la «maschera democratica» e a spingere verso la «lotta armata» un numero crescente di persone. Indebolito dalla pressione poliziesca, il gruppo armato basco è stato invece rafforzato dall'intransigenza di Madrid: tutti gli osservatori notano che l'essersi allontanati dallo stato di diritto e aver criminalizzato la base sociale dell'Eta, ha confermato quest'ultima nella sua «guerra contro il fascismo spagnolo».
La criminalizzazione rafforza da un lato gli irriducibili del terrore all'interno dell'organizzazione, dall'altro stimola la subordinazione della base sociale ai militanti dell'Eta, che si assicurano così un più ampio appoggio logistico. In sintesi, aver messo fuori legge la nicchia sociologica rappresentata da questa organizzazione allontana ogni possibilità di dialogo, esclude e spinge verso la clandestinità cittadini che bisognerebbe invece conquistare alla democrazia.



note:

(1) Euskal Ta Askatasuna («Paese basco e libertà») oltre ad avere ferito varie decine di persone, ne ha uccise 23 nel 2000, 15 nel 2001, 5 nel 2002. Dal 1968, l'Eta ha assassinato circa 850 persone, di cui meno di cento sotto il franchismo.

(2) Si legga Human rights after September 11, rapporto dell'International council on Human rights policy, Ginevra, 2002.

(3) Amnesty International, rapporto annuale 2001. Alti funzionari spagnoli, implicati nelle estorsioni dei paramilitari anti-indipendentisti Gal (27 vittime tra il 1983 e il 1987), sono usciti dal carcere prima del tempo.

(4) Si legga «Cruenta deriva degli estremisti baschi», Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto/settembre 2000.

(5) Documento interno dell'Eta, datato 19 marzo 1998, citato da El Correo, Bilbao, 11 marzo 2003. Amnesty International conferma tuttavia diversi casi di tortura.

(6) Reporter senza frontiere, rapporto del giugno 2000.

(7) Se si dà 100 come indice medio del livello di vita europeo, la Capv ha un indice di 101, la Spagna di 82. La disoccupazione è dell'8%, uno dei tassi più bassi in Spagna. Negli anni '70, la Capv, in piena riconversione industriale, si trovava però in una situazione difficile (statistiche: www.eustat.es).

(8) Si legga Gurutz Jauregui, Eta, une histoire, Denoël, Parigi, 2002.

(9) Lettera aperta dell'Eta, datata 1° gennaio 2003. Disponibile su : www.lahaine.org/paisvasco/repuesta_eta_ezln.htm
(10) Arnaldo Otegi, portavoce di Batasuna: «Abbiamo la sola legittimità che rispettiamo, quella del popolo basco». El Correo, 18 marzo 2003.
Nell'aprile 2002, durante un meeting a St Jean de Luz, Otegi ha gridato «Viva l'Eta!»
(11) Sondaggio citato da El Pais, Madrid, 23 settembre 2001.

(12) Tra le elezioni del 1999 e quelle del 2001, tra la tregua e la ripresa degli attentati, i radicali sono passati dal 18 al 10% dei voti e da 14 a 7 seggi nel parlamento autonomo basco.

(13) Malgrado il razzismo del suo fondatore Sabino Arana Goiri (morto nel 1903), il nazionalismo basco - compreso quello dell'Eta - è, almeno a parole, integratore, fondato sul diritto del suolo. Si legga Jean-Marie Izquierdo, La Question basque, Complexe, Bruxelles, 2000.

(14) Gruppo di resistenza antifascista del primo ottobre, gruppo armato spagnolo smantellato a Parigi nel 2001.

(15) Gara, San Sebastian, 19 marzo 2003.
(Traduzione di G. P.)
 

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