|
2 luglio 2003

Processo di pace, danni collaterali,
terroristi islamici. Il giornalismo contemporaneo vive di espressioni
canonizzate per raccontare una realtà dei fatti che sembra non poter essere
percepita al di fuori di un gioco linguistico chiuso e immodificabile. Ma chi le
ha decise, le regole di questo gioco? Ecco la questione fondamentale a cui Robert Fisk, corrispondente per l'inglese Independent ed esperto di problemi
mediorientali, cerca di dare una risposta nei suoi articoli, già in parte noti
al pubblico italiano attraverso Internazionale, e ora raccolti in Notizie dal
fronte (reportage dagli epicentri della politica internazionale degli ultimi
anni: Afghanistan, Iraq, Israele, Arabia saudita, ma anche specularmente il
Midwest dei «padroni del mondo»).
Partendo dalla prospettiva per cui «quella del giornalista è la condizione
ideale per osservare il cancro del razzismo», Fisk cerca di spiegare e spiegarsi
perché, invece, la maggior parte dei suoi colleghi abbia scelto di inasprire
questo cancro, mistificando la verità attraverso degli automatismi retorici che
tendono a «trasformare gli avvenimenti più complessi della storia in una
favoletta semplice e facile da digerire». Fisk accetta la sfida di infrangere
questo tipo di retorica; il che comporta anche il rischio di
essere completamente frainteso, censurato e accusato di
faziosità, o semplicemente essere etichettato come cronista
«fuori dalle righe». Allora la scelta diventa quella di
assumere e poi rovesciare la valenza negativa di questa
etichetta, se l'essere contro è l'unico modo per restituire
una forza autentica alle parole morte della «fiction»
giornalistica, l'unico modo per resistere alla tentazione di
lasciarsi guidare dalla persuasività ottusa del linguaggio
di governo, degli slogan ad effetto, dei comunicati stampa,
delle veline di regime.
(di Veronica Raimo, Le
Monde Diplomatique)
Il libro:
La guerra non è un videogioco, ci dice Robert Fisk che ha vissuto e
raccontato tutti i grandi conflitti degli ultimi decenni. "Ricordo di aver visto
in Iran un uomo ferito con un pezzo di acciaio nel braccio che gridava come un
animale, e il bambino palestinese che semplicemente crollò davanti a me quando
un soldato gli sparò perché lanciava pietre, e l'israeliano che aveva una sedia
conficcata nello stomaco dopo l'attentato di un kamikaze, e le pile di cadaveri
iracheni sulla strada per Bassora dopo i bombardamenti "intelligenti" del 1991".
La guerra è crudeltà e orrore. Le notizie dal fronte sono regolarmente censurate
perché ogni guerra è oscena, impresentabile. "Le televisioni selezionano le
immagini, i giornali utilizzano eufemismi come attacchi chirurgici e danni
collaterali".
Dopo l'11 settembre la lotta al terrorismo è diventata un pretesto per lasciare
impuniti i vecchi crimini contro l'umanità e commetterne di nuovi. "Ma Blair e
Bush, che ci vogliono convincere dell'ennesima "guerra giusta", hanno idea
dell'aspetto delle mosche che si alimentano dei cadaveri?".
L'autore:
Robert Fisk è corrispondente da Beirut del quotidiano britannico The
Independent. Esperto di questioni del Medio Oriente, dove vive da oltre 23 anni,
ha seguito la rivoluzione in Iran, il conflitto in Algeria, la prima guerra del
Golfo. Nei suoi reportage combina la cronaca dei fatti con la denuncia dei
crimini contro l'umanità. Per i suoi articoli sui bombardamenti Nato in
Jugoslavia e sui massacri in Palestina ha vinto numerosi premi giornalistici,
tra cui uno speciale riconoscimento da parte di Amnesty International. Gran
conoscitore del mondo arabo, è stato l'unico giornalista occidentale ad aver
intervistato tre volte Osama bin Laden. In Italia si suoi articoli sono
pubblicati da Internazionale.
|