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Un giornalista britannico racconta
le ultime ore di Richard Wild, freelance ucciso in Iraq |
di Massimiliano Carboni e
Emanuele Piano
13 luglio 2003

Abbiamo
incontrato Michael Burke nel suo albergo a Baghdad dopo la
morte di Richard Wild, inglese 24 anni, il suo operatore.
Dopo oltre tre mesi di vita in Iraq, racconta:
Chi era Richard Wild?
Un giovane giornalista free lance venuto qui per
la prima volta. Aveva portato tutta la sua attrezzatura per
lavorare con diversi editori per guadagnarsi da vivere. Ha
lavorato con me su un paio di progetti che avevamo
cominciato a fare in Iraq e domenica era venuto a chiedermi
se poteva andare a fare una storia sul museo di storia
naturale e sui saccheggi. Io gli ho detto che lo avrei
aiutato a vendere il pezzo, così lui è andato al museo senza
telecamera né documenti identificativi. Il museo è vicino
all'univesità dove si concentrano gruppi di studenti e le
loro associazioni fortemente antiamericane. Forse lo hanno
scambiato per uno statunitense e quando è uscito dopo un'ora
di colloquio con il direttore del museo lo hanno seguito e
gli hanno sparato un colpo calibro 22 alla nuca. Un calibro
professionale per un'esecuzione simile a quella subita da
soldati americani negli ultimi tempi. Adesso non so che
pensare, sto lavorando su giornalisti uccisi in Israele,
Afghanistan e in Iraq. Lui voleva seguire il progetto e gli
ho detto che era troppo giovane ed inesperto e adesso lui
muore per fare un piccolo pezzo su un museo. Non so.
Molti iracheni danno la colpa agli occupanti per la
situazione di insicurezza nel paese...
Non riescono a proteggere nemmeno se stessi. Sono
impauriti e terrorizzati. Sono stato con un gruppo di loro
la notte scorsa e abbiamo girato per Baghdad con i militari
che facevano di tutto. Mandano in giro dei ragazzini
terrorizzati, non erano in grado di difendermi per strada ed
erano in sei, non possono proteggere nessuno. Né sono in
grado tanto meno di fare delle indagini o di prendere chi
gli spara addosso. Inoltre i marine sono scontenti perché
sanno che adesso è la politica che ha preso il sopravvento,
sono i politici i responsabili e questo li fa arrabbiare.
Che cosa è cambiato dall'inizio del conflitto?
L'atteggiamento degli iracheni. Quasi tutti vogliono che
gli americani risolvano la questione della sicurezza o
lascino il paese. Molti iracheni odiano gli statunitensi per
una serie di motivi differenti, ma molti iracheni vogliono
essere sicuri e tornare alla normalità. Ci sono troppe
fazioni che si sparano addosso e non si capisce più chi
spara a chi. Tutti sparano a tutti. Questa è una città sotto
assedio. A volte penso sia simile all'Irlanda del nord, ma
almeno lì sapevi chi era chi. Le stesse strade pericolose,
le bombe dappertutto e il problema della sicurezza...
Pensi ci sia una strategia dietro tutto questo?
Sono stato in molti posti e se fossi stato una grande
potenza che controlla un'enorme città avrei rispristinato
l'elettricità, fatto scorrere l'acqua e funzionare i
telefoni nel giro di una settimana. Per qualche strano
motivo tutto questo non è avvenuto, i telefoni non
funzionano, non c'è comunicazione, soltanto confusione. Caos
che aiuta a far pompare il petrolio. Non sono un politico,
ma non c'è un motivo perché non siano state ripristinate le
comunicazioni tra le persone. Perché sei hai dei problemi
con dei fedayn, piuttosto che con dei banditi non si possono
fare telefonate nemmeno per chiedere aiuto.
Non è forse questo un modo per controllare i flussi di
informazione?
Certo che è controllo, così come era controllo mentre il
tank americano colpiva contemporaneamente Al Jazeera
e Abu Dabi tv mentre il mio collega Paul Pasquale
della Reuters li chiamava al telefono chiedendogli
spiegazioni. Era lo stesso Paul che ogni mattina chiamava
l'uomo del Pentagono per dargli le coordinate dei cameramen
prima di essere a sua volta colpito da un proiettile
all'Hotel Palestine. Cosa devo pensare, tre stazioni
televisive in un colpo solo...
Il controllo durante questa guerra contempleva anche i
giornalisti embedded...
Anche noi eravamo embedded in un modo o nell'altro
perché non avevamo nessuna possibilità di andarcene. Poi
c'erano gli embedded quelli veri e poi quelli al di fuori
dei giornalisti unilaterali. Spagnoli, inglesi, un mio amico
di Channel Four, Gaddy Rodgers che una notte, nel
mezzo del nord dell'Iraq cade accidentalmente da una
finestra. Sono morti 17 giornalisti durante questo
conflitto, tutti indipendenti, nessuno fra gli embedded. Un
numero altissimo dal quale ognuno può trarre le proprie
conclusioni. Dopo la morte di Richard ci siamo visti e
abbiamo pensato di lasciare. Ma il quadro che ci saremmo
lasciati dietro sarebbe stato sconcertante: gli iracheni
uccidono un giornalista e questi lasciano il paese. Troppo
facile individuare i cattivi.
Fonte: il
Manifesto
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