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A pagare il prezzo dei conflitti armati "non sono in primo luogo le parti in
lotta, quanto piuttosto segmenti di polazione estranei ai meccanismi di innesco"
e i dati parlano da soli: 2 milioni i bambini morti in guerra dal 1990 al 2000, 6
milioni i minori feriti o resi invalidi, 37 milioni i rifugiati e circa 24
milioni le persone morte dal dopoguerra ad oggi. E "mentre negli anni cinquanta
e fino agli anni ottanta la percentuale di vittime civili della guerra era
minoritaria (si va dallo 0,8 per cento dell'immediato dopoguerra fino al 3,1 per
cento degli anni ottanta), attualmente il 90 per cento del totale delle perdite
umane è costituito da civili".
Se è questo lo scenario mondiale delle guerre, come è possibile che esistano
conflitti di serie A, trasformabili in eventi mediatici, e guerre di serie B? In
che misura istituzioni, mass-media, opinione pubblica, Chiesa cattolica si
"dimenticano" di alcuni conflitti? Per dare una risposta a questi interrogativi,
la Caritas Italiana ha realizzato un'indagine sul campo, raccordando rilevazioni
statistiche effettuate su un arco di tempo di oltre due anni con analisi di
carattere culturale: Kosovo e Palestina, due conflitti ben noti, sono stati
messi a confronto con cinque "conflitti dimenticati" (Angola, Colombia, Sierra
Leone, Sri Lanka, Guinea Bissau).
Possono non sorprendere i dati dell'indagine demoscopica (interviste
telefoniche) effettuata alla fine del 2001 su un campione rappresentativo della
popolazione italiana: guerre 'minori'(Angola, Colombia, Sierra Leone, Sri Lanka,
Guinea Bissau) vengono ricordate da meno del 5 per cento degli intervistati. Ma
soprendono i dati che emergono sull'indagine dei media, stampa, radio-tv e
internet. Esemplare da questo punto di vista l'effetto a imbuto nel passaggio
dalle agenzie di stampe agli eventi notiziabili su 331 lanci di agenzia relativi
ai "conflitti minori", ben 257 non sono stati ripresi da alcuna testata
quotidiana.
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